Non è stato facile scriverti. Di questi tempi, lo sai meglio di tutti noi, andare fuori dai binari del senso comune rischia di creare delle rivoluzioni. Ma qui la politica non ci azzecca granché. Parliamo di sentimento, piuttosto. Ancora prima della ragione, del vero e del falso, del corretto e dello scorretto, del sensato e dell’insensato. Il sentimento preferisce semmai la follia al senno, l’immediatezza al calcolo.

 

Ci hanno tolto tutto. L’uomo, pare che oggi convenga quasi chieder scusa d’esser uomini, poteva vantare un solo, ultimo e sacro, baluardo d’indipendenza dalle donne: il pallone. Ah, bei tempi quelli in cui le donne schifavano il calcio, ritenendolo gioco da ragazzini stupidi, un inutile orpello alla serietà dell’esistenza.

 

Non servono tante parole, è una cosa semplice

 

Potresti ribattere: cosa farsene di tutte quelle donne che o tifano (e ce ne sono molte, vedasi le celebri donne ultras del Toro) o praticano (i Mondiali di calcio femminile iniziano proprio oggi) il gioco più bello del mondo? La mia risposta è trasparente: alcunché. Volete giocare a calcio? Volete parlarne, equipararlo a quello di noi maschietti? E sia! Ma lasciateci almeno liberi di non guardarlo, di ritenerlo un mero spettacolo (cosa che il calcio, evidentemente, non è), persino di guardarlo con sospetto (sospetto estetico, sia chiaro).

 

Il calcio, scrivevamo qualche tempo fa sul nostro sito, è un prolungamento della guerra. Fin dalla primissima infanzia giochiamo a fare la guerra, mentre voi ragazze a vi prendete cura di ciò che vi circonda, con quella sensibilità e dolcezza che vi innalzano al sopra di noi. Poi si cresce, ma l’essenza antropologica rimane tale. Ma no, mi dirai ancora: è un fenomeno culturale, il calcio! Se le ragazze s’abituano a giocare a pallone, anziché giocare con le bambole, vedrai che tutto cambia, e il tuo discorso cadrà come un castello di sabbia!

 

Eva Peron (1919 – 1952), attrice e sposa del presidente argentino Juan Peron (Photo by Keystone/Getty Images)

 

Qui nasce una disputa che non è possibile risolvere se non nell’interpretazione. Contro chi sostiene una visione secolare del mondo, mi permetterai, quantomeno, di pensarla all’esatto contrario. Parafrasando Marco: «Il calcio è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il calcio!». Spesso la narrazione femminista individua in una ragione storico-culturale legata al potere la supremazia (illegittima) dell’uomo sulla donna. E ha ragione di crederlo. Ma cosa farsene del calcio, che col potere, almeno ai primordi, ha ben poco a che fare? Non si tratta forse d’un gioco, sia pure del gioco più serio di tutti?

 

Perché, infine, questa tremenda propaganda progressista, esasperante, del calcio femminile? Mi immagino Fabio Caressa, al bar, a chiedere scusa di fronte a tutti i presenti per le parole al miele, palesemente di facciata, nei confronti del calcio femminile. D’altronde l’imbarazzo in studio, all’invito di Carolina Morace, ex allenatrice del Milan femminile, al Club, era evidente. Lo sguardo accigliato e basso dello Zio Bergomi, il ghigno di Costacurta, l’occhio linceo del Vate, che poi, insieme a De Grandis, commentava ridendo (nella stessa serata!) il ritmo di gioco e l’assenza di ogni logica tattica in Juventus-Chievo 6-0 (Serie A femminile). Certo, siamo agli inizi, mi risponderai. Manco troppo, a dirla tutta. Il calcio femminile nasce infatti durante la prima guerra mondiale.

 

Marta, la più grande giocatrice di sempre (Photo by Buda Mendes/Getty Images)

 

Mi dirai, dunque: ora che i mondiali verranno trasmessi su Sky, più donne vedranno la partita e più ragazze saranno invogliate a giocare. Appunto! E’ solo attraverso la spettacolarizzazione dello sport che il calcio femminile può emergere davvero. A differenza del calcio maschile (che dolore dover specificare “maschile”), che si gioca sui grandi schermi, ma soprattutto tra i vicoli di Partenope, sotto casa con gli amici, dentro casa col cane; ogni occasione è buona per farsi una partita. Bastano quattro felpe, o quattro sassi, una palla, e il gioco è fatto. Al mare, in montagna, per strada, insieme, da soli! Il calcio è una questione prettamente maschile, che la narrazione progressista e arcobaleno ha provato a rendere universale.

 

Infine, l’evento sacro della partita. Citando Massimo Fini, la partita è un evento a sé. Ma è soprattutto un evento da gustare con gli amici di sempre. Il tempo si ferma. Non c’è spazio altro, in quei 90 minuti. Non c’è preoccupazione che tenga, non c’è affetto né religione che venga prima, non c’è donna che esista. Ancora: e le donne che vedono il calcio? Non c’è uomo che tenga, per loro. Né preoccupazione o intoppo altro. Né dolore o necessità immediata. Né spazio per altro. Risate.

 

“Che le donne giochino a pallone è uno sgradevole mimetismo un po’ scimmiesco. Esse sono negate al calcio come Benvenuti o Monzon” (Pier Paolo Pasolini).

 

Ci hanno tolto tutto. Anche il calcio. Verrà un giorno in cui ci guarderemo alle spalle, e senza forze, scuotendole appena, penseremo: non siamo stati uomini, ed è per questo che ora non possiamo lamentarci di nulla. Il calcio, quel giorno, sarà mero spettacolo. Tutti insieme, uomini e donne, appassionati e non, tifosi (se ancora ce ne saranno) e nerd del calcio, guarderemo 22 uomini (e donne? magari insieme?) correre dietro a un pallone e sfidarsi senza darsi battaglia. Per il mero divertimento del gioco e della visione.

 

Un vecchio uomo, simbolo del vecchio calcio, farà invasione di campo urlando: Cerco il calcio, cerco il calcio! Lo guarderanno con un sorriso; poi un altro uomo, insieme ad una donna, tenendosi per mano, lo rincuoreranno di non temere alcunché: «Questo vecchio santo
non ha ancora sentito dire, nella sua foresta, che il calcio è morto!».