È il blu contro il rosso. In origine, la sfida tra i giovani meno abbienti della periferia contro i soldati dell’Armata Rossa. La squadra con simpatie nazionaliste di destra contro quella del potere comunista. Attualmente, benché queste distinzioni storiche siano leggermente mitigate, rimane ben salda la spaccatura insanabile che divide la città in due opposte fazioni. Si tratta del «Derby eterno di Bulgaria», Levski contro CSKA Sofia.

 

All’interno della capitale bulgara – poco meno di 1 milione e mezzo di abitanti, che arriva quasi al doppio se si comprende l’estesa area metropolitana, quasi la metà della popolazione bulgara totale – ci sono ben quattro squadre: il CSKA, il Levski, il Lokomotiv e lo Slavia, ma sono le prime due a tener banco dando vita al cosiddetto «Derby eterno». Sono infatti le due compagini più titolate a livello nazionale: 31 scudetti e 21 coppe nazionali il CSKA Sofia; 26 titoli nazionali e 26 coppe di Bulgaria il Levski. Un lotta al predominio, eterna come il derby, che non si limita ai trofei conquistati, ma si estende alla supremazia territoriale. Una diarchia che influenza lo stile di vita dei rispettivi seguaci sin dalla nascita. È dunque una rivalità che va ben oltre il puro lato sportivo e riguarda ancestrali tematiche socio-culturali.

 

La bandiera sudista – o confederata – accanto a quella del Levski Sofia e della Nazione bulgara. Sull’utilizzo della bandiera sudista negli stadi di tutto il mondo, confronta questo articolo

 

Da un lato c’è il CSKA Sofia, fondato ufficialmente il 5 maggio 1948, ma la cui storia è a dir poco intricata: questa data corrisponde al giorno in cui i giocatori del Septemvri si unirono alla squadra chiamata Chavdar dando vita al Semptemvri pri CVD, dove “CVD” sta per Centralnia Dom na Voiskata, ovvero casa centrale dell’Esercito. Infatti il quadro di comando era formato dal Generale Georgi Damyanov (Presidente onorario), poi diventato Ministro della Difesa, dal Generale maggiore Bojan Bolgaranov (Presidente), dal Colonnello Tashev (vice Presidente) e da altri esponenti militari.

 

Nei decenni successivi la società cambiò nome parecchie volte prima di adottare quello definitivo, CSKA (che sta per Centralen Sporten Klub na Armijata, ovvero Club Sportivo Centrale dell’Esercito), nella stagione 1989/90. Nonostante i continui mutamenti, l’affiliazione all’Esercito è rimasta una costante invariata. La squadra era dunque l’espressione della potenza del governo nazionale. E di conseguenza anche i suoi tifosi.

 

I colori del CSKA Sofia nell’inimitabile passione dei propri tifosi

 

La storica avversaria è il Levski Sofia, nata nel 1911 – ma registrata ufficialmente solo il 24 maggio 1914 – per iniziativa di un gruppo di studenti della capitale che diedero alla squadra il nome dell’eroe nazionale Vasil Levski, il rivoluzionario protagonista della liberazione bulgara dalla dominazione ottomana. A differenza del CSKA, squadra dell’Esercito, il Levski era la squadra di riferimento del ministero dell’Interno, tanto è vero che, sull’onda delle tradizioni sovietiche, nel 1949 le autorità ne cambiarono il nome in Dinamo Sofia, tipico appellativo dato alle squadre legate alla polizia nazionale nei Paesi dell’Est.

 

Tale denominazione rimase fino al 1957, quando il processo di destalinizzazione portò al graduale distacco dalle imposizioni russe e il club tornò a chiamarsi Levski. Tuttavia, nel 1969, il Partito Comunista Bulgaro decise di unire Levski e Spartak Sofia in un’unica squadra, creando così il Levski-Spartak. Come avvenne per gli acerrimi rivali, fu solo nella stagione 1989/90 che il club assunse nuovamente, e in maniera definitiva, il nome originale.

 

Murales dedicato a Vasil Levski per le vie di Sofia

 

All’interno di questo complicato quadro storico colmo di stravolgimenti, c’è un episodio cruciale che vide protagoniste entrambe le compagini di Serdika, nome del primo insediamento della terza capitale europea più antica, oggi Sofia. Era il 19 giugno 1985 e quel giorno si raggiunse l’apice delle ostilità: durante il derby valido per la Coppa di Bulgaria, giocato allo stadio nazionale Vasil Levski, lo spettacolo lasciò il posto al nervosismo e alla tensione che, alimentati anche da alcune discutibili decisioni arbitrali, sfociarono in ripetute risse tra i giocatori, oltre a una tentata aggressione ai danni dell’arbitro.

 

La partita si concluse con la vittoria dell’“Armata” per 2 a 1, ma il comitato del Partito Comunista prese seri provvedimenti decidendo di sciogliere le due squadre e rifondarle sotto una nuova gestione. Fu così che il CSKA fu rinominato Sredets – nome di un distretto centrale della città – e il Levski divenne Vitosha – il monte che sovrasta la capitale bulgara – e molti giocatori, tra cui la stella nota anche a livello internazionale Hristo Stoichkov, furono banditi dalla partecipazione al campionato.

 

Trifon Ivanov e Hristo Stoičkov con la casacca del CSKA Sofia

 

Come sul campo, anche sugli spalti la rivalità è accesa, per usare un eufemismo. Si percepisce già per le strade della città, colme di scritte e murales dedicati alle squadre. Si percepisce nei dintorni dei rispettivi stadi, che sono roccaforti fortemente personalizzate e vissute anche durante la settimana come luogo di ritrovo per i fanatici dell’uno e dell’altro schieramento. Il Balgarska Armija da una parte, «stadio dell’Esercito bulgaro», dove gioca il CSKA, e dall’altra il Georgi Asparuhov, casa del Levski, intitolato all’omonimo idolo calcistico scomparso prematuramente nel 1971 in un fatale incidente stradale.

 

Il derby eterno di Bulgaria è indubbiamente passione, ma è soprattutto una questione di identità e amore viscerale per la propria squadra. L’aggregazione e il senso di appartenenza surclassano ogni aspetto meramente sportivo. Il risultato è importante, come sempre, ma ancor di più conta dimostrare che la propria tifoseria è migliore di quella avversaria, che i colori del proprio cuore sono più accesi. Il rosso e il blu. Questi sono i colori dell’eterna sfida per il dominio di Sofia.