“Non è Dio. Forse Dio gli è vicino, ma non è lui”. Max Verstappen non ha mai amato le banalità. Al contrario degli azzardi, che adora. L’ultimo di questi arriva a motori spenti. Una dichiarazione che sposa la trascendenza. Nel paradiso celestiale di Max, quello seduto alla destra del Padre è Lewis Hamilton.

 

Già dal termine della scorsa stagione l’olandese ha iniziato a stuzzicare (non solo a parole) il mito britannico, pluricampione del mondo, ad un passo dal record di Michael Schumacher: “Certo che posso batterlo”, ha continuato a ripetere per tutto l’inverno. Ossessione tramutata in convinzione: e se è vero che “su una Mercedes vincerebbe il 60% dei piloti in griglia”, lo è anche il fatto che “Lewis è molto forte” e che “per batterlo molto dipenderà dalla competitività della nuova monoposto”.

 

King Lewis fa disperare ogni pretendente al trono della F1

 

Per spodestare dal trono il (quasi) divino Hamilton, Verstappen ha già messo a punto la propria strategia:

“Devi almeno essere nelle condizioni di poter mettere il tuo rivale sotto pressione: se ci riesci allora gli complichi parecchio la vita. Se, invece, non ha una pressione particolare, può permettersi di guidare al 97-98% e non commettere mai errori, o forse potrà capitare una volta nell’arco di una stagione”.

Pressione: questa la parola magica che fa gola ai rivali di Lewis. L’ha tirata in ballo anche Fernando Alonso, che resterà ancora fuori dal circus preparando, magari, il gran ritorno nel 2021:

 

“Bisogna ancora vedere Hamilton lottare sotto pressione. Quando hai un buon pacchetto e l’altro pilota fa incidenti e tu allunghi in classifica, tutto sembra tranquillo. Ma se il distacco è di uno o 10 punti le cose cambiano, lo stress è diverso, gli errori sono diversi, i messaggi radio sono diversi”.

Anche lo spagnolo è andato dritto al punto: Hamilton non è imbattibile, ma…

 

Hamilton e Alonso, fratelli di Scuderia ai tempi della McLaren

 

L’ex pilota della Ferrari ha analizzato la questione con la solita classe. “Nessuno ha mai approfittato dei suoi errori”, ha sibilato il bicampione del mondo definendo le debolezze di Lewis ancora inesplorate (“ma che sarebbe bello scoprire”). Tra i punti di forza, invece, Alonso sottolinea la crescita costante di Hamilton nella gestione delle gare più difficili: “Se non può vincere arriva secondo, o comunque a breve distanza, mai a 20 secondi”. Osservazione che trova d’accordo anche Verstappen.

 

Nell’ultima stagione Hamilton ha imparato a gestire le (poche) situazioni di difficoltà. Quando diventava complicato vincere ha preferito accontentarsi di qualche punto ragionando più in ottica mondiale e che sulla singola gara (vedi Austria o Germania). Il miglior attacco è la difesa, in controtendenza al dogma prettamente calcistico. E i 413 punti del 2019, record assoluto nella storia della Formula 1, testimoniano la crescita del pilota Mercedes in tal senso.

 

E i punti deboli? Alonso ne aggiunge un altro:

 

“Se si analizzano le stagioni di Lewis c’è un denominatore comune, inizia la stagione lentamente e nessuno ne approfitta, pensiamo che sia l’anno di Bottas, ma non succede. Sarebbe bello gareggiare contro di lui in una vera battaglia”.

 

La teoria dello spagnolo, che con Hamilton ha condiviso il sedile della McLaren nel rocambolesco campionato del mondo 2007, trova conferme ma anche smentite.

 

Hamilton, campione assoluto

 

Nelle ultime sei stagioni il britannico è riuscito a vincere soltanto in un’occasione la gara inaugurale (a Melbourne nel 2015). Solo nel 2015, inoltre, Hamilton si è ritrovato al comando della classifica mondiale dopo i primi quattro gran premi (93 punti contro i 66 di Rosberg dopo il GP del Bahrain). Anche nell’ultima trionfale stagione l’iridato ha chiuso dietro al compagno di squadra Bottas, seppur di un solo punto.

 

Se le statistiche descrivono una partenza “a rallentatore” di Lewis, in estate non ce n’è per nessuno. Il pilota Mercedes, al contrario di quanto sostenuto da Alonso, sembra saper superare la pressione di gran premio in gran premio. Una lenta risalita che raggiunge l’apice negli appuntamenti estivi, nel cuore della stagione, in cui Hamilton veste solitamente i panni del cannibale.

 

Le speranze dei rivali (e, chissà, anche quelle di Alonso e Verstappen) per la stagione ventura fanno leva inevitabilmente su quanto accaduto nel 2016, quando Hamilton fu costretto al secondo posto mondiale dietro al compagno di squadra Nico Rosberg. In quell’anno, dopo una partenza sprint del tedesco con 4 successi nelle prime 4 gare, Hamilton ha fatto incetta di successi nella fase centrale, inanellando 6 vittorie in 7 gran premi, per poi ritornare a fare i conti con la straordinaria costanza di Rosberg, che la spuntò per soli 5 punti. È forse da quel momento che Lewis ha scoperto il potere della regolarità trovando un nuovo equilibrio che lo ha portato alla conquista dei tre titoli successivi.

 

La complicità tra Nico e Lewis

 

Comunque lo si analizzi il dominio di Hamilton pare evidente e, al momento, inarrestabile. Uno strapotere legato indubbiamente a quello della Mercedes. Nell’era ibrida nessun’altra casa è riuscita a vincere un mondiale. Con la rivoluzione tecnica dietro l’angolo, inoltre, quante (e quali) scuderie avranno investito ingenti somme per migliorare le vetture dello scorso anno?

 

Tutto ciò in un 2020 che si preannuncia come una delle annate più onerose per i team, costretti a programmare anche il budget 2021, vero e proprio anno zero della Formula 1 moderna. In attesa di gran premi più spettacolari e avvincenti (così garantiscono dalla FIA), il 2020 rischia di seguire il copione tracciato negli ultimi dodici mesi. Con Lewis Hamilton seduto ancora sul trono.

 

La stagione che inizierà il prossimo 15 marzo in Australia porrà nelle tasche di Hamilton le chiavi del paradiso. Ad un passo, in cima all’Olimpo, c’è lui: Michael Schumacher, dirimpettaio d’eccezione nel firmamento della Formula 1. E se, come dice Verstappen, Hamilton non è ancora un Dio, tra qualche mese avrà l’occasione per diventarlo una volta per tutte. Con buona pace degli altri. E così come è stato con Schumi, il suo impero sembra non avere fine. Almeno per ora.