Papelitos
07 Maggio 2020

Ripensiamo il linguaggio del calcio

Anche nella narrazione, a forza di tirarla la corda si è spezzata.

E ora, dopo quello che è successo, chi avrà il coraggio di definire “partita della vita” una Salernitana-Cremonese di fine stagione? Per una provincia come Bergamo, “l’appuntamento con la storia” cosa significherà da oggi in avanti? 4500 morti da contare nei propri cimiteri o 5000 tifosi presenti nella prossima trasferta europea? Saremo ancora costretti a sorbirci quelle conferenze stampa dove le parole, e gli atteggiamenti, di certi allenatori contengono sempre aria di tragedia? E per finire, il “mostro” (cit.) sarà ancora Edinson Cavani dopo che Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell’OMS, ha usato questa espressione per descrivere il Covid-19?

 

 

Il calcio ripartirà, è ovvio, ma che ne sarà del linguaggio legato al calcio? O, per usare un termine davvero insopportabile, del suo storytelling? Per oltre due mesi non abbiamo sentito i lamenti di Antonio Conte, lo slang psichedelico di Raiola, la concitazione di Caressa, le dichiarazioni machiste di Simeone, le polemiche sull’utilizzo del VAR, le ipotesi sul futuro di Donnarumma, le analisi post geometriche di Adani. Ogni tanto, giusto per ricordarci il passato recente, riappariva a sorpresa un Ibra che recitava, senza crederci troppo neppure lui, le battute classiche del suo repertorio di bad boy.

 

 

Ora però sblocchiamo il tasto pausa. Tutto ricomincerà da capo come se nulla fosse accaduto? Se partiamo dalla premessa (discutibile, condannabile, ma non lontana dalla realtà) che l’intero sistema del calcio professionistico sia diventato ormai un brand, allora quel brand dovrà un po’ modificare la propria narrazione. In tutte le sue componenti: calciatori, presidenti, allenatori, procuratori, opinionisti, giornali, tv, fino alla gestione di certi profili social.

“Il calcio rischia. Non di implodere, ma di mostrare al mondo un preoccupante scollamento dalla realtà. Di farsi ridere dietro. Di esporsi al ridicolo. Del resto, Flaiano sosteneva che il comico è il tragico visto dal culo”.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, al termine del 2020 la disoccupazione in Spagna potrebbe arrivare al 20,8%, in Francia al 10,4%, in Italia al 12,7% con il nostro il Pil candidato a crollare fino al -9,1%. Con queste previsioni, che certo tutti si augurano eccessive, l’eventuale acquisto di un oscuro difensore macedone potrà essere celebrato con l’enfasi in vigore fino a febbraio? Un ottavo di finale di Europa League potrà di nuovo tramutarsi nello spartiacque fra la vita e la morte, la gloria e la disgrazia, l’estasi e il tormento?

 

 

Il calcio rischia. Non di implodere, ma di mostrare al mondo un preoccupante scollamento dalla realtà. Di farsi ridere dietro. Di esporsi al ridicolo. Del resto, Flaiano sosteneva che il comico è il tragico visto dal culo. Gli scenari che si configurano a breve, dentro e soprattutto fuori dagli stadi, sono abbastanza tragici. Quindi potenzialmente comici. Bisognerà tenerne conto.

 

Leggere un po’ di Flaiano, che ha parlato anche di sport, per non prenderci troppo “sul serio”

 

 

In tempi distanti dal Covid, Jurgen Klopp, forse il tipo che la sa più lunga di tutti sulla comunicazione, aveva recuperato una frase di Arrigo Sacchi destinata a diventare il manifesto perfetto per le fasi due o tre delle nostre esistenze:

“Il calcio è la cosa più importante fra tutte le cose non importanti”

Roba che contrasta mica male con il mantra bianconero “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta” o con il leggendario “Il calcio non è questione di vita o di morte, è molto di più”, coniato negli anni ‘60 da Bill Shankly del Liverpool.

 

 

La nuova normalità del pallone dovrà necessariamente passare anche da una ricalibrazione dei toni. Per fortuna, qualche lieve segnale di inversione di tendenza si è visto. Grazie al web, fra gli aspetti positivi di questo lungo periodo di intervallo, va registrato un timido recupero della leggerezza e dell’ironia. Vuoi perché non c’era niente da commentare, vuoi perché dovevano impegnare la giornata, vuoi perché il contesto era “favorevole”, diversi personaggi sono scesi in campo per restaurare vecchie atmosfere da bar sport.

Il calcio è anche cazzeggio. Lo spogliatoio, quello vero e non quello dipinto dagli uffici stampa, è cazzeggio. Perfino la partita stessa può esserlo.

Certo, erano più zingarate che altro. Vieri, Totti, Toni, Cassano, Pirlo e compagnia bella sono attualmente fuori dai giochi: per loro non è stato difficile raccontare sciocchezze e amenità condite da sghignazzi. Infatti i vari Cannavaro, Bergomi, Ambrosini, Marchegiani, Nesta o Maldini, ancora attivi con ruoli di spicco, sono rimasti più guardinghi.

 

 

Ma un Recoba che noleggia un’auto per un giorno e poi si dimentica per un anno di riconsegnarla, spiega molto più del Chino di tante analisi tecniche. Un Inzaghi che racconta l’episodio di sexual harassment subìto da Neqrouz (con successiva replica dell’ex difensore barese) crea quasi un momento di cabaret involontario.

 

 

Il calcio è anche cazzeggio. Lo spogliatoio, quello vero e non quello dipinto dagli uffici stampa, è cazzeggio. Perfino la partita stessa può esserlo. Chi ha giocato, a qualsiasi livello, lo sa. Non sarà la Fifa. Non sarà il Fair Play finanziario. Non sarà il Var. Non saranno la Lega o il Coni. Non saranno i fondi di investimento o le plusvalenze. Non saranno gli arabi, i texani o i thailandesi. Solo il gioco, con degni cantastorie al suo fianco, potrà salvare il calcio e riportarlo alle sue origini.

 

 

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