I complimenti all’Atalanta sono tanto doverosi che, pur sommersi in un clima di retorica nauseante, ci costringono ad allinearci al linguaggio della stampa nazionale. Con l’aggiunta di un’altrettanto doverosa puntualizzazione, però: l’Italia del calcio deve interrogarsi seriamente sul proprio stato di salute. Non tanto perché tutte e quattro le squadre che partivano dai gironi di Champions – tre delle quali, peraltro, passate alla fase finale del torneo – sono uscite sconfitte dalla competizione, ma perché la squadra sulla quale meno ci si sarebbe aspettati di puntare è stata infine l’unica alla quale davvero poter aggrappare i nostri grigi sogni di gloria.

 

“La Serie A non è allenante. Quando giochi contro squadre straniere che aumentano la velocità, le squadre italiane vanno in difficoltà”. (Fabio Capello)

 

Una squadra che in Serie A surclassava gli avversari prima e dopo lo stop causato dalla pandemia, è apparsa ieri sera in enorme difficoltà dal punto di vista fisico. D’altra parte, l’Atalanta ha giocato fin troppo bene. Ha retto la pressione, è stata ordinata, è persino andata in vantaggio (con Mario Pasalic, uno dei tanti giocatori rinati sotto Gasperini), per poi sciogliersi sul finale (con i gol durante il recupero di Marquinhos e Chupo-Moting), come un ghiacciolo al sole, che liquefacendosi rivela lo stecchetto nascosto sotto al gelato. Ecco, che il lettore senta la metafora fino in fondo.

 

Cosa c’è sotto l’Atalanta? Meglio, che cosa è l’Atalanta? Un progetto che viene da lontano, una storia meravigliosa e meravigliosamente italiana; una bella storia, davvero. Ciò detto ci chiediamo chi degli 11 scesi ieri in campo, escluso il Papu Gomez, fosse davvero all’altezza di un quarto di finale di Champions League. Attenzione: qui non si accusa l’Atalanta, semmai la si elogia. Il discorso è un altro, e ci riguarda tutti. Se l’Atalanta è stata la nostra ultima speranza europea – almeno a livello di Champions, perché a onor del vero l’Inter, in Europa League, ha buone chance di fare bottino pieno -, significa che qualcosa, nel nostro campionato, non va.

 

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L’esultanza di Pasalic e compagni dopo la rete dell’1-0 (foto Rafael Marchante/Pool via Getty Images)

 

Al rientro dagli spogliatoi, col punteggio di 1-0, la Dea è sembrata zoppa, stanca fin da subito. Ha gettato il cuore oltre l’ostacolo (fisico), finendo praticamente in 10 con l’eroico Freuler in campo fino alla fine nonostante una gamba fuori uso. Una squadra che in Serie A, e senza neanche troppa fatica, andava al doppio di qualunque avversario, già dal 50′, ieri sera, boccheggiava. Zapata, inarrestabile in campionato, è stato impacchettato da Thiago Silva. Il Papu, comunque sontuoso, è parso in difficoltà già dal primo tempo. Tra Gosens e Hateboer, non si sa chi abbia corso più a vuoto. De Roon e Freuler, tra i migliori in campo, sono usciti stremati dal campo: contro una squadra che, fortissima nelle individualità, è poca cosa dal punto di vista collettivo.

 

Troppo forte Neymar, giocatore di plastica ma dai mezzi clamorosi, per una difesa abituata a ben altri “pericoli” durante l’anno. Troppo veloce Mbappé, persino con una caviglia fuori uso, persino per i due terzini più forti (almeno a livello fisico) del nostro campionato. A poco sono serviti gli ingressi di Malinovskyi, stralunato, e di Muriel, che ha avuto all’ultimo secondo la palla del 2-2. Il colombiano, che in Serie A quest’anno ha timbrato il cartellino 18 (sic!) volte – tante quante Zapata, che però è il titolare -, è tristemente inciampato sul pallone. Un’immagine buffa, e insieme deprimente. Come il nostro campionato, che dorme un sonno profondissimo, e che si attacca al miracolo Atalanta in assenza d’altro.