Per l’atto decimo di Maestri torniamo a scavare nella nostra letteratura, e in quel fermento culturale del dopoguerra italiano che portò sulla scena personaggi affascinanti e diversi. Uno di questi fu Ennio Flaiano, classe 1910, giornalista, sceneggiatore, scrittore e molto altro: originalissimo, profondo e incasellabile, Flaiano non è uno scrittore di professione ma un comunicatore che predilige il messaggio allo stile, uno che preferisce “ciò che è”, e quindi l’uomo pur con tutti i suoi limiti, a “ciò che dovrebbe essere”, in un rifiuto dell’intellettualismo crescente dei suoi tempi e di una narrazione ideologica e orientata.

 

Per questo Flaiano, con la sua proverbiale ironia, mischia “cultura alta” e “cultura bassa” e tocca temi disparati come anche “Lo sport” (titolo di questo estratto del 1960). Qui l’autore non parla tanto dello sport in sé ma di come viene raccontato: è una riflessione meta-sportiva, sul linguaggio dello sport, profetica per i destini della letteratura sportiva stessa, costretta a diventare materia da contabili o da retori della cronaca.

 


 

LO SPORT

 

Nell’età d’oro, quando lo sport era la vita stessa, i poeti e gli artisti esaltavano il coraggio, il vigore, l’animo degli eroi e le loro imprese. Ma non scomodiamo Omero. I più modesti cavalieri erranti, che partivano alla difesa dei deboli, e che riempivano delle loro gesta tanti poemi, non rispondevano forse al bisogno di una letteratura popolare esaltante l’etica dello sport, cioè lo slancio vitale, il disinteresse dell’avventura, la necessità di agire e di muoversi “per non viver come bruti”, in una parola il sentimento della lotta contro il Male?

 

Oggi forse lo sport non è più, nelle sue forme popolari, un modo eroico di intendere la vita, ma più spesso un modo di guadagnarsela: e se chiede coraggio, animo e vigore, ripaga mensilmente le sue reclute e arricchisce e onora i suoi campioni, più del lecito. Il suo scopo non è la lotta contro il Male ma forse la lotta contro il Tempo (i records!) e contro i deboli (le classifiche!). Da queste premesse una letteratura propriamente sportiva non può nascere, oggi lo sport non ha bisogno di poeti, ma di contabili.

 

Quanto agli alpinisti, ai cacciatori terrestri c subacquei, agli esploratori, mi sembra che si cantino abbastanza da sé le loro lodi, pubblicando libri sulle loro imprese, non appena compiute: ma sono libri che non si levano mai al di sopra della cronaca. La letteratura sportiva è anche abbastanza surrogata da un certo cinema che illustra ambienti sportivi (l’ambiente della boxe, per esempio, e molto meglio che certi romanzetti), ma anche qui non usciamo dal descrittivismo sentimentale.

 

Non è però il caso di scoraggiarsi. Il sentimento sportivo a volte si riflette liricamente in certe opere, evocando un mondo e delle figure insolite, ma le opere di questo genere sono rare e sarebbe ingeneroso ritenerle sportive invece che poetiche. Mi riferisco, per fare un esempio, a due libri eccellenti: Il leopardo che mangiava gli uomini di Corbett e La carriera di Pimlico, del nostro Cancogni; che, pur di diversa intenzione, possono far pensare ad opere ispirate all’amore dello sport e nate all’aria aperta, libere e felici.