Quanto è bello il mondiale da spettatori? L’Italia non c’è, la Svezia c’è e come. Al netto di una caduta senza precedenti nella nostra storia calcistica, gli svedesi hanno dimostrato non solo di meritare questo mondiale, ma di onorarlo (almeno fino ad ora) laddove il peccato originale della superbia (tecnica) non è riuscita nemmeno ad avvicinarvisi.

 

Loro, primi in un girone infernale, noi fuori, a goderci un mondiale divertentissimo. E a godere dell’uscita dei tedeschi, com’è giusto che sia. Accantoniamo la chiosa (doverosa) sulle sensazioni tutte peninsulari che ci riguardano da vicino. Il mondiale di Russia sta superando le aspettative e le chiacchiere (spocchiose e inutilmente sofistiche) di chi preferisce il mare al calcio, se l’Italia non c’è. Viva i mondiali!

 

Le impietose prime pagine tedesche (foto Sean Gallup/Getty Images)

 

Di partite belle ne avevamo già viste (su tutte Portogallo-Spagna, per valori, e Argentina-Nigeria, per emozioni), ma ieri si è andati addirittura oltre. Ci si aspettava, ancora una volta ingenuamente, due partite bloccate, macchiate dal timore di perdere piuttosto che dalla voglia di vincere. Al contrario. Argentina-Francia, che ha aperto alle 18 la fase a eliminazione diretta, ci ha regalato più di uno spunto d’interesse, a livello sia calcistico che esistenziale.

 

A livello calcistico, perché Mbpappé è riuscito ad impressionare anche i più (e ormai sempre minori) scettici sul suo conto. A 19 anni è già uno dei giocatori più forti del pianeta, con buona pace del nostro Gigio, che può solo sognarsi di essere protagonista in un contesto internazionale di livello assoluto.

 

Sentire la pressione (foto Alexander Hassenstein/Getty Images)

 

A livello esistenziale, perché l’albiceleste, delusione perenne di chi ama questo sport (almeno da Maradona in poi) non può sopportare che uno come Messi non solo non vinca un mondiale (fortuna di pochissimi eletti), ma che addirittura risulti tra i peggiori in campo. Quella di Messi e l’Argentina è una storia già scritta da(l) tempo. Prima la doppia delusione in Copa America, poi il mondiale perso in finale nel 2014. Infine, nell’anno dell’attesa rivelazione, il nascondimento definitivo di un perdente dai contorni omerici. Francia-Argentina 4-3. L’Argentina è fuori, ancora una volta.

 

Fine dei giochi (foto Alexander Hassenstein/Getty Images)

 

Veniamo alla partita delle 20. Uruguay-Portogallo non poteva che attendersi quale nemesi del match delle 18. Di fronte all’obiettivo dei quarti di finale, Ronaldo incontrava la garra e l’impressionante mole di talento dell’Uruguay di Oscar Tabarez. Non sono mancate le emozioni. Tutto quello che l’Argentina doveva essere, lo è stato l’Uruguay. Cattiveria, qualità, follia sudamericana.

 

Dal primo al novantacinquesimo minuto. La Celeste sembra tornata quella degli anni d’oro, quando era capace di dominare il mondo. Un popolo che sa soffrire, e che quindi fa soffrire (cit. Beccantini). Una terra che vive per il calcio, e che dal calcio si meriterebbe una ricompensa adeguata (il titolo manca ormai dal lontano 1950).

 

El Matador, umano e divino (foto Alex Livesey/Getty Images)

 

Suarez e Cavani sono stati fenomenali. Il primo per corsa, sacrificio, intelligenza e qualità (il primo assist è da fuoriclasse assoluto). Il secondo, che poi purtroppo si fa male, per mattanza, rabbia da leader, resilienza. La stessa che con lui, autore di una doppietta storica, condividono il popolo uruguaiano e i ragazzi di Tabarez. A iniziare dalla coppia Gimenez-Godin, silenziosa ma determinante, con buona pace del calcio votato solo all’attacco (quanto contano le difese lo hanno dimostrato, in negativo, anche Francia e Argentina). Un solo svarione era costato il gol di Pepe. Per il resto, l’ennesima prova dominante.

 

La grinta della coppia difensiva più forte del mondiale (foto Julian Finney/Getty Images)

 

Un plauso va poi a Laxalt, autore di una partita sontuosa, e con lui Torreira, piccolo ma grande scudo umano a protezione dei giganti della difesa (bisognosi anche loro, una tantum, di un fedele soldato).

 

Ronaldo non ha inciso, proprio come Messi. I due più grandi giocatori dell’ultimo decennio potrebbero lasciare la Coppa del Mondo, bellissima e dannata, nelle mani del rimpianto. Il portoghese, che quantomeno può vantare il titolo europeo (2016), ha ormai 33 anni. I colpi ha dimostrato di averceli ancora, anche in questo mondiale. Solo un folle (forse lui lo è) penserebbe di poter arrivare in buone condizioni al mondiale del 2022 (quando di anni ne avrà 37). Su Ronaldo, però, mai dire l’ultima parola. L’uomo-non-uomo, il robot dai tratti umani, di volontà di (onni)potenza ne ha già dato prova in passato. Vedremo.

 

Anche i vincenti possono perdere (foto Alex Livesey/Getty Images)

 

Diverso il discorso per Messi, stanco fisicamente ma soprattutto scarico mentalmente. Una pressione psico-mediatica che è riuscita a mangiarsi l’ingenuo fanciullino dai piedi d’oro. Una preda spietata, l’attesa del popolo argentino; un peso ingombrante, la voce (e i deliri…) del Padre Maradona, una storia maledetta fin dal principio. E’ il destino di Francia, Uruguay, Portogallo e Argentina. E dell’Italia e della Svezia. E della Germania. E’ il destino di Messi e Ronaldo, è il destino dell’uomo; al netto delle possibilità inespresse, alla fine vince sempre la Storia.

 


Foto di copertina Richard Heathcote/Getty Images