L’equivoco è sempre lo stesso: ritrovarsi davanti ad un giocatore tecnicamente dotato (non si può dire il contrario), ma che non è lontanamente paragonabile ad Antonio Cassano, figuriamoci ad Alessandro Del Piero o Roberto Baggio. Il problema nasce quando vuole fare tutte e tre le cose: essere Cassano, Baggio e Del Piero, nella città che vive d’idoli e di nuovi Maradona. Dilemma ancestrale. Lorenzo Insigne a 29 anni non si è ancora fatto capire, o forse siamo noi che non l’abbiamo compreso a fondo: ma la cosa più angosciante, se vogliamo, è che alla nona stagione con il Napoli non ha neanche troppo tempo per farlo.

 

 

 


DIETRO TUTTI


 

Al termine della stagione a Pescara nel 2012, in pieno vuoto tecnico del sistema calcistico italiano, a Napoli si rifanno vivi mettendo avanti radici e natali come preconcetti essenziali per il suo ritorno, anteponendoli persino alle 20 reti in 38 presenze totali: perché al San Paolo non si può vivere senza idoli, e perché l’addio di Ezequiel Lavezzi rischia di squarciare la tifoseria. Un fratello napoletano è quel che serve per ristabilire la pace, mentre in Italia c’è chi ingenerosamente chiede a Prandelli persino di prenderlo in considerazione, tra una pausa e l’altra, per gli Europei in Polonia e Ucraina. È l’inizio del malinteso.

 

 

Forse Lorenzo non riesce ancora ad essere se stesso tra gli altri, contravvenendo alle regole esistenziali di Cura che riguardano da vicino Martin Heidegger. Il contesto non aiuta: nemo propheta in patria. In un certo senso, il rapporto con l’alterità e i conseguenti effetti possono aver condizionato la carriera di Insigne. Per questo motivo, e per non rimanere incastrati in rovi di retorica insopportabile, bisogna dividere i due piani che più tra tutti negli ultimi anni hanno caratterizzato il dibattito calcistico in Italia: quello delle statistiche e quello sociale, umano, con risvolti ontologici.

 

In termini numerici, alla nona stagione con la maglia azzurra (escludendo quella dell’esordio assoluto avvenuto nella stagione 2009/10 contro il Livorno), Insigne occupa l’ottava posizione dei marcatori all time del Napoli con 92 reti in 356 presenze e una media (0,25) migliore rispetto a quella di Marek Hamsik (0,23), che occupa la seconda posizione a quota 121 gol ma che, a differenza sua, ha disputato 164 gare (e 3 stagioni) in più. Al primo posto c’è Dries Mertens con 127 reti in 331 apparizioni. Ma di lui parleremo più avanti.

 

Chi lo ama a tal punto da ignorare la parabola discendente che lo riguarda, potrebbe dire che il punto di forza di Insigne non debba essere il gol, quanto l’assist: ma anche qui siamo fuori dal podio. Stando ai dati Transfermarkt, nella classifica generale del Napoli tra i primi tre ci sono Hamsik (100), Mertens (82) e Callejon (78): poi, quarto, Lorenzo Insigne (74).

 

 

Potremmo già abbozzare una sorta di conclusione basata sui numeri, ma sarebbe troppo ingiusto non interrogarsi su ciò che può essere e non è ancora stato il numero 24 azzurro, per la sua gente. Nel febbraio del 2016 a Napoli inizia a diffondersi l’idea di “riabilitare” la numero 10 di Diego Armando Maradona e di darla ad Insigne: a Diego non va troppo a genio la proposta. E qui arriviamo al piano sociale, umano e ontologico.

 

Lorenzo Insigne, la maglia e la curva: un rapporto non sempre semplice, anzi molto complesso da diversi punti di vista (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

 

 


FIGLI DI DIEGO


 

Ci si chiede se arriverà mai qualcuno capace di far dimenticare Maradona ai napoletani: o almeno a spostarne il peso tra i ricordi, alleggerirlo. C’è chi ipotizza che un evento simile possa realizzarsi solo vincendo nuovamente lo Scudetto: in maniera del tutto altruistica, auguriamo ai tifosi napoletani che sia davvero così, e che quel momento arrivi presto. Anche se poi, come recita un magistrale John Malkovich in The New Pope, «gli amori malati non si possono guarire».

 

 

Lorenzo Insigne è uno tra quei figli di Diego vittime del padre che però meriterebbero tanto un parricidio. Anche perché così è pressoché impossibile uscirne. Neanche star lontano dalle polemiche è servito finora al giocatore per ripararsi dall’attenzione morbosa che la città, la sua, gli ha rivolto di partita in partita, trasformandolo in un punto di congiunzione tra i suoi nervi e quelli del suo popolo, e costringendolo a tenere tutto in equilibrio.

 

Nel novembre scorso, all’apice di un momento complicato a Napoli per l’ammutinamento dei giocatori per il ritiro previsto dopo il pareggio contro il RedBull Salisburgo, Insigne viene pesantemente fischiato alla lettura delle formazioni e al momento del cambio, contro il Genoa, al San Paolo. Esce impassibile, dando il cinque a tutti: neanche mezza reazione.

 

È un misto tra maturità d’animo e frustrazione che lo riporta a quanto accaduto alla sua seconda stagione con Rafael Benitez in panchina: all’andata dei preliminari di Champions contro l’Athletic Bilbao, l’allenatore spagnolo lo sostituisce, lui viene fischiato e reagisce. Toglie la maglia e la scaraventa in panchina. Qualcosa in quel preciso momento e dall’altra parte del pianeta (o dell’universo) deve essere successa: sembrava di assistere alla fine dell’allora breve esperienza di Insigne al Napoli (con tanto di reazione social della moglie), ma il butterfly effect, almeno qui, non ha prodotto effetti positivi. Con il senno di poi, purtroppo per lui.

 

 

Ad aprile del 2019 la scena si ripete in Europa League: questa volta a sostituirlo è Ancelotti, contro l’Arsenal alla sua trecentesima presenza. Fischi e calcio alla bottiglietta. Ma dei suoi presunti malesseri sono piene le stagioni: e non è il primo, né sarà l’ultimo giocatore a vivere episodi simili a Napoli. Poche settimane prima del suo trasferimento al PSG era toccato a Ezequiel Lavezzi, altro figlio di Diego, ma con Lorenzo è diverso. Oltre ad essere uno degli eredi spiritualmente calcistici di Maradona, Insigne è anche il figlio di una terra in molti modi complessa: ingiusta almeno quanto bella; immersa in dinamiche e tradizioni terribilmente seducenti, uniche, ma anche perverse e totalizzanti. 

 

 

I fischi del San Paolo all’introduzione del “capitano…”

 

 


QUESTIONE DI ASPETTATIVE


 

Per i pochi che lo hanno “capito”, Insigne è un fenomeno dal tasso qualitativo ai livelli dei più grandi: duole deludere questa stretta cerchia di persone, ma così non è. Se volessimo dirla parafrasando Martin Buber, potremmo concludere che la relazione tra Lorenzo e Napoli, cultura e popolo, ha soffocato il concetto di relazione stessa, annullando la definizione di alcuni caratteri di uomo e calciatore.

 

 

Per molti dei motivi già accennati, Insigne arriva al Napoli come erede diretto di Lavezzi, nell’estate del 2012, investito di un compito molto più grande di lui: fare ciò che aveva fatto un anno prima in Serie B, ma in Serie A. E questa cosa, si sa, non riesce quasi mai, soprattutto se sei un giocatore estroso come “Lorenzinho” (diciamo che gli appellativi in –inho non hanno mai agevolato le cose): prendere palla dalla trequarti e andar via ad uno, due o tre giocatori in quasi totale libertà in cadetteria è una cosa. In massima serie decisamente un’altra. Dalla sua non ha neanche un dribbling fuori dall’ordinario, né uno scatto tale da lasciar sul posto gli avversari, e questo vuol dire solo una cosa: doversi adattare.

 

 

Un anno dopo il suo ritorno in azzurro, e dopo aver sostanzialmente alternato gare da seconda punta (con Cavani) ad altre da trequartista nel più duttile 3-4-2-1 di Walter Mazzarri (un giorno si riparlerà dell’importanza dell’equilibrio di Marek Hamsik in quella formazione lì), con Rafa Benitez ricopre nuovamente un ruolo sulla fascia, che però nel 4-2-3-1 significa correre qualcosina in più che in un 4-3-3. Nelle prime due stagioni non solo non riesce a replicare quanto fatto in B e C con Pescara e Foggia (in quegli anni oltretutto in Serie A molte formazioni portano al limite catenacci tecnicamente poco ambiziosi, rendendo complesso il gioco di Insigne), ma si fa pure male, entrando di fatto in un loop difficilmente eludibile. E dall’estate del 2013 ha un ostacolo in più lungo il cammino.

 

Lorenzo Insigne a colloquio con Maurizio Sarri, nel periodo tecnicamente ed emozionalmente migliore della sua carriera (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

 

 


DRIES, L’USURPATORE


 

«Se Benitez ha fatto una richiesta specifica per rafforzare il Napoli e per renderlo competitivo e chiede Mertens io sono molto, ma molto preoccupato. […] Se mi parlate di questo giocatore che deve andare a fare una fase importante nel Napoli allora io sono molto, molto preoccupato. È un giocatore normalissimo, e ve lo dico il 17 giugno 2013, che non fa più di 8 partite nel Napoli da titolare».

La scena è nota: Eziolino Capuano nel corso di Number Two snobba l’acquisto di Dries Mertens, mentre in studio si parlava di un “doppione” di Insigne. Il problema, ancora una volta, sta nelle premesse: l’impatto mediatico generato un anno prima dal ritorno di Lorenzo al Napoli ha squarciato il futuro, condendolo di retorica e belle storie. Da Insigne, “fenomeno” finalmente autoctono, ci si aspettava tre cose: estro, gol e dribbling. Nessuno, però, nel capoluogo campano ipotizzava che Mertens potesse fare tutte e tre le cose, ma meglio.

 

 

I guai di Insigne nascono proprio quando sembravano svanire, con Maurizio Sarri in panchina, pressoché tra la stagione del record di gol di Higuain, l’addio dell’argentino e lo Scudetto sfiorato e perso in hotel, a Firenze. Nel 4-3-3 del toscano “Lorenzinho” (perdonateci, sarà l’ultima volta) ricopre un ruolo chiave nella costruzione della manovra e nella finalizzazione della stessa, sfruttando con il gioco palla a terra gli spazi aperti dal Pipita in avanti. Altro aspetto fondamentale quello riguardante gli assist, in particolare per Callejon, dal trasferimento di Higuain alla Juventus in poi. Se nell’ultimo anno dell’argentino in azzurro Insigne ha servito 2 dei 10 assist totali allo spagnolo, nella stagione successiva i numeri sono aumentati: 5 su 11 totali (2016/17).

 

 

Il problema è che la scena, soprattutto dall’addio di Higuain, se la prende sempre e irremediabilmente Dries Mertens, tanto da portare Sarri a mugugnare su alcuni comportamenti del napoletano. Nonostante il numero di gare disputate sia identico, il belga è stato sempre avanti al natìo di Frattamaggiore: in dati tutto questo si traduce in 63 gol e 38 assist in 191 presenze per Insigne e 93 gol e 51 assist in 193 presenze per Mertens, dal post Pipita alla scorsa stagione (2016-2020). Tant’è che “Ciruzzo” da doppione è diventato a tratti, anche se nessuno vuole ammetterlo, il vero idolo dei napoletani stessi, mettendo inevitabilmente fretta alla crescita fin qui mai realmente dimostrata con costanza da Insigne.

Un accenno di frustrazione basata sui numeri, e sul confronto con Mertens, lo consegnano i dati relativi allo scorso campionato.

Insigne ha chiuso la stagione con una media di 1,5 tiri da fuori area tentati a gara (al tredicesimo posto nella classifica generale) e con una media di 3,3 tiri totali a partita (al decimo posto in classifica), stando ai dati Whoscored, siglando però 8 reti. Nessuna tra queste da fuori, due da dentro l’area (contro la Roma l’unica con il suo marchio di fabbrica, il tiro a giro rientrando sul destro), un colpo di testa alla prima e 5 rigori. Nella stagione in corso ha lo stesso numero di reti di Mertens (2) nonostante abbia giocato meno, complici i guai fisici. Nella definizione del proprio io, convivere con un peso così grande deve essere asfissiante: e qui veniamo al punto.

 

Lorenzo e Dries insieme: chi l’avrebbe mai detto che “Ciro” sarebbe diventato Mertens? (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

 

 


CROCEVIA


 

Lorenzo Insigne deve decidere il suo futuro prossimo, senza perdere altro tempo. Ma soprattutto deve liberarsi e farsi capire. Per adesso, consci del fatto che quanto scritto attirerà le critiche dei fanboy, quanto rimane della sua esperienza al Napoli è l’illusione di un giocatore tecnico ed estroso che anche senza far nulla dà l’impressione di poter spostare le montagne e camminare sull’acqua, ma che alla fine crea semplicemente confusione, con qualche dribbling e una conclusione a giro, dopo essere rientrato dalla fascia, spesso vincente. Che poi, in breve e con dinamiche diverse, è quanto fatto al Vigorito contro il Benevento. Siamo sempre lì: dà o non dà l’impressione di poter fare tutto e il contrario di tutto, trasformando l’acqua in vino?

 

 

Si può anche azzardare una considerazione spinta: la crescita apparentemente esponenziale di Lorenzo Insigne si è fermata alla gara contro il Borussia Dortmund, al debutto in Champions League, e nello specifico alla punizione che costrinse Langerak ad una facciata contro il palo. Il fatto è che non si può neanche parlare di un bluff. Più semplicemente non è facile definire Insigne in termini calcistici, soprattutto all’interno di una narrazione, quella napoletana, che si è rivelata insostenibile, più grande di lui. Lorenzo non è Cassano, non è neanche Del Piero (anche se le sue movenze lo hanno palesemente ispirato).

 

 

Dal punto di vista tattico l’equivoco è palese: sarebbe un ottimo trequartista in un calcio che non esiste più, ma l’unica espressione degna di nota rimane quella con Sarri in panchina, pronto a guadagnare il centro e venir dentro scambiando con la punta, sfruttando gli spazi, partecipando alla manovra. Gattuso lo lascia libero di fare, ma alterna gare in cui riesce a guadagnare metri tra le linee ad altre in cui appare avulso dal contesto, in particolare se non aiutato da un punto di riferimento in avanti. Con Osimhen il discorso potrebbe essere diverso, ma staremo a vedere.

 

È il capitano del Napoli, ma a volte sembra che il peso che si porta addosso sia più grande di lui: forse cambiare aria potrebbe fargli bene.

 

Aprirsi all’alterità, ad orizzonti sconosciuti o comunque non a lui così vicini, può ridefinire i contorni della sua individualità: magari in un campionato in cui può tornare a far credere di essere il fenomeno che tutta Italia vorrebbe, a sgusciare tra le difese, raccogliere palla dopo essersi abbassato, accentrarsi e concludere senza troppe pressioni, aspettative o patemi d’animo.

 

 

Senza il peso dello status di giocatore che rimarrà sì nel cuore di Napoli, ma che non potrà mai avvicinare Diego, come invece ci si attendeva da quelle parti, a meno che non riesca a riportare lo Scudetto in azzurro e a sbrogliare la matassa di aspettative e speranze, vane e incomprensibili. È dura ammettere di essersi sbagliati, ma Insigne è ancora incomprensibile: e questa volta non basterà un tiro a giro a farci cambiare idea.