«Il calcio è assiso su una gigantesca bolla speculativa, che prima o poi esploderà». Pippo Russo, sociologo giornalista e saggista, non ha alcun dubbio a riguardo. È da anni che scandaglia in lungo e in largo i coni d’ombra che caratterizzano il calcio moderno. Facendo nomi e cognomi di burattini e burattinai, e sforzandosi di far capire al lettore, in particolar modo al lettore-tifoso, i meccanismi che governano «l’economia parallela che sta divorando l’ex gioco più bello del mondo». Oligarchi, agenti monopolisti, fondi d’investimento: tutti sul banco degli imputati. E tra i suddetti compare anche, e soprattutto, il suo nome: Jorge Mendes. Sul quale, Russo, ha scritto un saggio, pubblicato da Clichy, dal titolo emblematico M. L’orgia del potere (sottotitolo: Controstoria di Jorge Mendes, il padrone del calcio globale): un esempio vivido di giornalismo d’inchiesta, di ciò che dovrebbe essere e del ruolo che gli spetterebbe nell’ambito dell’informazione. «L’economia del XXI secolo è economia dell’Entertainment», afferma il nostro, «e in questo modello di consumo il calcio, che è il più globale dei giochi esistenti, è il principale pilastro». E non paiono esserci vie di fuga percorribili.

È da poco uscita la tua ultima fatica letteraria: M. L’orgia del potere. Un titolo che richiama alla mente Z – L’orgia del potere, film diretto da Costa-Gavras e basato sull’omonimo romanzo dello scrittore greco Vasilīs Vasilikos. Semplice associazione d’idee (e di titoli) o c’è dell’altro?

Il riferimento è voluto, perché in entrambi i casi viene messo al centro dell’analisi un potere assoluto, talmente pervasivo da normalizzare ogni abuso. Nel caso del sistema di potere mendesiano, l’abuso è consumato nei confronti delle condizioni di libera concorrenza nel mercato del calcio. E quando parlo di mercato del calcio mi riferisco non soltanto a quel segmento che riguarda i trasferimenti di calciatori. Il discorso è più ampio, e riguarda il calcio come uno dei campi privilegiati per la realizzazione di affari e la costruzione di relazioni di potere. Chi si nutre quotidianamente di pallone non ha la misura di quale sia il potenziale economico e politico del calcio. Ciò che invece è stato perfettamente compreso da Jorge Mendes e dalla classe di soggetti come lui, quelli che vengono definiti super-agenti. Ossia, quella classe di soggetti che partendo dal ruolo di agenti di calciatori allargano man mano il proprio raggio d’azione, per diventare poco a poco: agenti di allenatori, collocatori di direttori sportivi nei club, consulenti dei club stessi in materia di campagne trasferimenti, rappresentanti di investitori esterni e infine mediatori d’affari tra il mondo del calcio e la grande finanza internazionale. Uno come Jorge Mendes, in una singola trattativa, può essere al tempo stesso: agente del calciatore trattato, consulente del club che cede e di quello che compra, agente di uno o di entrambi gli allenatori, «amico» dei direttori sportivi che conducono la trattativa, e infine titolare di una quota dei diritti economici sul calciatore o rappresentante degli investitori esterni che quei diritti detengono. L’abuso sta tutto qui, nella costruzione di una posizione che va oltre il monopolio per diventare controllo totale del mercato.

Dove hai scovato le informazioni, i documenti, le fonti che alla fine sono risultati utili alla stesura del libro-inchiesta? Ti è stato difficile reperirli?

Lavoro prevalentemente su fonti pubbliche. Ciò che la rete mette a disposizione è già più che abbastanza, e in quel caso le vere difficoltà stanno nel raccordare la vastissima mole di materiali, e nell’avere attenzione per dare gli ultimissimi aggiornamenti su un singolo fatto, dato che il web è ricchissimo di «notizie penultime o terzultime». Ho avuto anche delle tracce d’indagine più riservate, ma ho avuto difficoltà a seguirle sia per ragioni di tempo, sia perché avrebbero richiesto strumenti investigativi che non ho. Però il materiale raccolto è impressionante, e in alcuni casi parla di vicende sconosciute al grande pubblico. Come, per esempio, i tour vietnamiti di Mendes in compagnia di Peter Kenyon e del Ceo dell’Atletico Madrid, Miguel Ángel Gil. O il programma di sviluppo siglato fra Deco, plenipotenziario di Mendes per il Brasile, e la federcalcio del Gabon. Da quest’ultimo accordo è derivata la nomina a CT della nazionale gabonese di Jorge Costa, ex difensore del Porto e della nazionale portoghese, ovviamente un cliente di Jorge Mendes. Con risultati disastrosi per la nazionale del Gabon.

Jorge Mendes, il (senza) volto del potere

Il padrone del calcio globale in carne e ossa.

Usiamo un metodo di datazione tutto nostro: a.G. e d.G, dove «G» sta per Gestifute, la società portoghese fondata da Mendes. Prima che imparassimo a conoscerlo come il padre-padrone delle più quotate star del calcio, da Cristiano Ronaldo a José Mourinho, a Thiago Silva, a James Rodríguez, chi era Jorge Paulo Agostinho Mendes?

Jorge Mendes era un calciatore scarso, che durante la carriera agonistica non era andato oltre la terza divisione portoghese, ma già in quel periodo mostrava un grande fiuto per gli affari. E che nel periodo trascorso fra la fine della carriera da calciatore e l’inizio di quella da agente si era adattato a fare altri mestieri: titolare di un videonoleggio, e poi gestore di locali notturni. Comincia a fare l’agente quasi per caso, o almeno così racconta la versione ufficiale, quando incontra colui che diventerà il suo primo cliente: un giovane portiere che si chiama Nuno Espírito Santo, che in quel periodo fa la riserva al Vitória Guimarães e da quel momento in poi compirà una carriera nettamente al di sopra dei suoi mezzi, sia come calciatore che come allenatore. Attualmente Nuno siede sulla panchina del Porto, club tradizionalmente fra i più mendesizzati. Da quel momento Jorge Mendes inizia una scalata inarrestabile e sorprendente. Praticamente priva d’ostacoli, e questo è l’aspetto della storia che desta maggiori perplessità. Quando il fondatore di Gestifute comincia a costruire il proprio impero, il calcio portoghese è dominato da uno dei più potenti agenti dell’epoca, José Veiga. Colui che, per intenderci, intermediò il trasferimento di Zinedine Zidane dalla Juventus al Real Madrid per 150 miliardi di lire. Ebbene, Mendes va quasi subito allo scontro con Veiga. Che in quella fase potrebbe spazzarlo via, eppure non lo fa. La lettura che faccio di questo passaggio sostiene la tesi che Mendes sia da subito alleato dei settori finanziari portoghesi da cui parte l’ondata di investimenti nel calcio. Settori di cui Veiga è nemico, perché pretende di farsi egli stesso finanziere quotando presso la Borsa di Parigi la propria agenzia Superfute. Mendes invece rimane amico della finanza, senza lasciarsi mai sfiorare dalla tentazione di farsi attore della finanza. Questo è il segreto del suo successo. Rimane però un’altra domanda insoluta: perché, a partire da un certo momento, settori così potenti del calcio e della finanza portoghesi puntano su un totale outsider come Jorge Mendes. A questa domanda non sono in grado di rispondere. Potrebbe spiegarlo soltanto il diretto interessato, ma ovviamente non lo farà mai.

«Abile e spregiudicato, ha capito prima degli altri la nuova economia calcistica», hai scritto lapidariamente sul suo conto. Quanto è grande la sua area d’influenza e in cosa si è dimostrato particolarmente spregiudicato?

L’area d’influenza mendesiana è sterminata. Quanto alla spregiudicatezza, è evidente nel modo in cui i calciatori di Jorge Mendes vengano trasferiti da un club all’altro della rete. Faccio un esempio su tutti: Diogo Jota. Il ragazzo viene lanciato in prima squadra dal Paços de Ferreira, e l’allenatore che lo promuove titolare è Paulo Fonseca, in quella fase storica cliente di Gestifute. Il 31 dicembre del 2014, come svelano i documenti pubblicati da Football Leaks, Gestifute compra il 40% dei diritti economici del giocatore, pagandoli 35 mila euro. Fra l’altro, un altro 20% di Diogo Jota viene alienato all’agenzia Promosport a saldo e stralcio di un vecchio debito da 30 mila euro. Sicché, quando la scorsa estate il Paços de Ferreira cede Diogo Jota all’Atletico Madrid per 7 milioni (cifra record per il piccolo club portoghese), nelle casse del Paços finisce soltanto il 40% di quella cifra: 2,8 milioni. Altrettanto va a Gestifute, che avendo speso 35 mila euro per il suo 40% realizza la plusvalenza monstre del 7900%. Ma non è finita qui. È risaputo che l’Atletico Madrid sia un club in strettissimi rapporti con Jorge Mendes. Dopo aver preso Diogo Jota, cosa ne fa? Lo presta immediatamente al Porto. Cioè un altro club della rete mendesiana, la cui guida tecnica è stata appena affidata a Nuno Espírito Santo. Alzi la mano chi si sente di dire che questo sia mercato concorrenziale. Un altro capitolo sulla spregiudicatezza mendesiana riguarda il numero di calciatori e allenatori in ascesa che hanno mollato gli agenti per passare a Gestifute. A stilare la lista si fa notte: mi limito a citare Cristiano Ronaldo, José Mourinho, Nani, Hugo Viana, Miguel Veloso e, più di recente, l’emergente Gonçalo Guedes del Benfica.

 

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Una possibile formazione degli assistiti di Mendes.

Dalle pagine del libro traspare una concezione del calcio al passo coi tempi, contemporanea rispetto alle dinamiche economiche mondiali: il calcio come asset cruciale della finanza internazionale, diretta pendant del mercato e ancella della globalizzazione.

Jorge Mendes ha capito prima di altri la trasformazione che il calcio stava andando a affrontare nel XXI secolo come fenomeno industriale. Cioè, la sua decisa trasformazione in uno spettacolo per la platea globale. L’economia del XXI secolo è economia dell’Entertainment, e in questo modello di consumo il calcio, che è il più globale dei giochi esistenti, è il principale pilastro. Si spiega così il motivo per il quale i capitali provenienti da fuori Europa siano partiti all’assalto di quello che è il calcio della tradizione. A sua volta percepito dagli investitori non come un fenomeno sociale, ma come un brand da commercializzare sui mercati emergenti. Di questa tendenza, Jorge Mendes è uno dei grandi fautori. Lo testimonia l’accordo di partnership stretto già nel 2008 da Gestifute e Creative Artists Agency (CAA), un’agenzia statunitense che gestisce l’immagine di molti fra i principali personaggi dello spettacolo Usa. Quando CAA creò una sezione dedicata allo sport, venne messo a suo capo l’amico Peter Kenyon, ex CEO di Manchester United e Chelsea. Adesso Mendes dialoga con settori forti dell’economia cinese. In particolare la holding Fosun, che con Gestifute ha siglato una partnership. La scorsa estate Fosun ha comprato il Wolverhampton grazie all’opera di Mendes.

Con Jorge Mendes, il vero «deus ex machina del calcio globale», il Portogallo funge, e probabilmente sarà così anche in futuro, da centro nodale all’interno di questo processo di finanziarizzazione rotondolatrica.

Il Portogallo è un nodo strategico dell’economia parallela del calcio globale. Da quelle parti la finanza istituzionale è entrata in modo massiccio nel business dei calciatori già all’inizio degli Anni Zero, quando lo scandalo del trasferimento di Tevez e Mascherano al West Ham era ancora da venire. Il livello di promiscuità politico-economica è altissimo, e il calcio è un settore intoccabile molto più di quanto lo sia in Italia.

E da noi che aria tira?

Mi viene da dire che siamo stati i primi a inventare la finanziarizzazione del calcio. I casi Lazio-Cirio e Parma-Parmalat rimangono vicende da manuale. Ma poi il declino del calcio italiano ha fatto sì che il nostro Paese rimanesse un mercato periferico per certi attori. Di calciatori sotto controllo di investitori esterni ne passano, ma siamo nell’ambito dei movimenti di secondo piano. A questo proposito c’è un dato indicativo: nessuno dei grandi agenti che decidono le sorti del calciomercato è italiano. Nemmeno Mino Raiola, che ha costruito il proprio potere fuori dall’Italia e fa del mercato italiano uno fra i tanti.

 

Per l’appunto: la grande considerazione di Raiola per il mercato italiano.

Leggendo M. L’orgia del potere, magari insieme a Gol di rapina. Il lato oscuro del calcio globale, altro tuo saggio a tema (pubblicato nel 2014), nel lettore potrebbe ingenerarsi la convinzione che l’enorme grumo di potere occulto che circonda «l’ex gioco più bello del mondo» sia ormai difficile da sciogliere. La ritieni una lettura fondata o intravedi una possibile via d’uscita?

Sono molto pessimista. Il calcio è assiso su una gigantesca bolla speculativa, che prima o poi esploderà. E quello sarà il solo modo per venirne fuori. Pensare che, allo stato delle cose, il calcio sia riformabile è un modo per eludere il problema e continuare a lasciar campo libero ai Mendes.

Paga ancora fare giornalismo d’inchiesta?

Spero sempre di sì. E, visto il conformismo imperante, mi vien da dire che sia l’ultima forma di giornalismo possibile. Ma resta un genere faticoso, difficile, pieno di responsabilità e a rischio di non essere compreso. C’è sempre qualcuno che ti chiede chi te lo faccia fare, e a volte finisci col chiedertelo pure tu. Ma poi passa, per fortuna.