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Cultura
30 Novembre

Luciano Bianciardi e quella notte speciale a Cagliari

Conversazioni alcolico-notturne con Scopigno tra Hegel, Guttuso e Gershwin.

Dal bar dell’albergo, il cameriere arriva con un whisky e una vodka. Il whisky è per l’uomo grande e grosso che parla con accento toscano. La vodka invece è per l’altro, con quella “faccia da italiano antico, appenninico” e il fisico più minuto, che preferisce ascoltare e interviene più di rado. È la notte fonda d’un sabato d’aprile e in giro per l’hotel ormai non c’è più nessuno. Solo quei due uomini, due altri bicchieri ancora, un altro giro di bevute, il cameriere che avrebbe voglia soltanto di andare a dormire.

I Beatles si stanno sciogliendo, Italia-Germania Quattratré non esiste ancora nemmeno nella fantasia, l’Apollo 13 è quasi sulla rampa di lancio di Cape Canaveral. Nessuno, a guardarlo adesso, direbbe che a quell’uomo mingherlino manca appena qualche punto per conquistare il primo storico scudetto alla guida del Cagliari. È Manlio Scopigno, ma tutti lo chiamano l’allenatore-filosofo. È nato in Friuli, cresciuto a Rieti. Ex terzino, poi allenatore controcorrente e anticonformista, nemico dei ritiri e dei luoghi comuni.

Quello davanti a lui è invece uno scrittore che è diventato famoso qualche anno prima con un best-seller, lui che i best-seller li odia. Si chiama Luciano Bianciardi: maremmano di sangue, milanese d’adozione. Ha tradotto la migliore letteratura americana del Novecento. E la sua Vita Agra è perfino diventata un film con Tognazzi, ma lui invece che sul Corriere della Sera ha preferito scrivere per Playmen, Kent e Le ore, robe così. E per il Guerin Sportivo del suo amico Brera.

Luciano Bianciardi, un intellettuale prestato al mondo del pallone

È ora lì in Sardegna per scrivere un reportage per il settimanale Epoca, su questa storia pazzesca dei rossoblù stavolta davanti all’Inter, alla Juve e al Milan. Ma la vera cosa incredibile è che, a poche ore dalla partita col Palermo che potrebbe essere decisiva, loro due – che Bianciardi con meravigliosa litote definisce “non astemi” – non parlano mica di calcio. Cioè ne parlano, ma come di una cosa accessoria.

Parlano di filosofia, perché l’allenatore l’ha studiata all’università e il giornalista si è laureato alla Normale di Pisa con una tesi su John Dewey. Parlano di musica, di Gershwin e Schubert: Bianciardi suona il violoncello, Scopigno il pianoforte. Parlano di pittura, di Guttuso, di Corrado Cagli: Scopigno colleziona arte contemporanea, Bianciardi ne ha conosciuti a decine, di artisti, nella Brera bohémienne che ha raggiunto partendo dalla Toscana quindici anni prima. Parlano di baseball e basket, quello che Bianciardi, pur appassionato e cronista al seguito di Cantù, chiama ironicamente “palla al corbello”. Parlano delle pagine di Lucio Mastronardi e di Giovanni Arpino.

Bianciardi scriverà che quell’uomo che ha davanti è “un professore quarantacinquenne che per caso insegna Calcio anziché Hegel”. Che forse è il complimento più bello che sia mai stato fatto a un allenatore di calcio.

Quei due parlano, bevono, ascoltano i reciproci silenzi. Hanno più o meno la stessa età. «Ci guardiamo in faccia con un’ombra di sorriso, come due veterani che han succhiato, ai tempi loro, dalla stessa borraccia». È quella la vigilia dell’ultima battaglia. Il giorno dopo il Cagliari vince due a zero all’Amsicora: incornata di Riva su angolo dalla destra di Gori e destro imprendibile del brasiliano Nenè da fuori area.

Quella partita la vedranno a postazioni invertite. Scopigno dalla tribuna perché squalificato, Bianciardi imbucato a bordocampo, con una macchina fotografica Zenith al collo, comprata in Unione Sovietica durante una trasferta sportiva di qualche tempo prima. Una settimana dopo arriverà l’aritmetica per lo Scudetto, dopo la vittoria sul Bari, di nuovo in casa. Il 26 aprile 1970 su Epoca esce quel reportage: Il favoloso Cagliari, con le straordinarie foto di Sergio Del Grande, uno dei più quotati fotoreporter di quegli anni. In apertura, su due pagine, c’è Giggirriva che di testa infila in rete in tuffo.



Scriverà Bianciardi, per celebrare il primo scudetto arrivato su un’isola: «E allora sotto, diamolo questo scudetto al Cagliari, alla Sardegna a cui tante, troppe cose son state negate. La brigata Sassari, cento volte rifatta durante la prima guerra mondiale. La promessa dei pascoli ai pastori. Le faide secolari, il continente che si succhia le energie migliori, i cervelli più fini. Lo so, lo scudetto sulla maglia, accanto ai quattro mori bendati, è un ben povero compenso». A settembre ne ricaverà anche un altro mirabile articolo per il Guerin Sportivo: La professione sbagliata della mamma Scopigno.

Il grossetano e l’etrusco (come lo vorrebbe chiamare Bianciardi se non scrivesse sempre, per gusto del paradosso, che gli estruschi non sono mai esistiti) si stimano, anche se si leggono e si guardano da lontano. In fondo, probabilmente, sentono di avere qualcosa in comune: due uomini periferici che hanno vissuto o stanno vivendo un apice nel loro campo, prima di venire di nuovo emarginati dal sistema. E a loro, in fondo, va bene anche così. Perché sono nati per abitare, piuttosto, il dark side of the moon.

Nel settembre seguente, a Italia-Germania Quattratré consumata (Bianciardi scriverà sul Guerino un memorabile Il secondo Risorgimento del cavalier Facchetti), lo scrittore tornerà a Cagliari, alla vigilia dello storico esordio in Coppa dei Campioni contro il Saint-Etienne e sul Guerino uscirà Lo spiritus frumenti del mentitore Scopigno. Proprio pochi giorni dopo Brera conierà l’epico epiteto di Rombo di Tuono per Riva: e di lì a un mese e mezzo l’austriaco Hof gli spezzerà una gamba al Prater di Vienna.


Stavolta è un’occasione molto meno intima. Un migliaio di persone sono radunate nei locali della Fiera Campionaria per la cena di celebrazione dello scudetto. Bianciardi è a tavola coi colleghi Ameri, Ghirelli e Giglio Panza. Mangiano “bottarga, salame, prosciutto, totani, muggine con maionese, aragosta e poi ahimé trippa in umido, sospiri di Ozieri e fichidindia”. Ma anche in questa occasione Bianciardi e Scopigno hanno il tempo per parlare di letteratura: il grossetano consiglia all’allenatore campione d’Italia Lamento di Portnoy di Philip Roth. Ma Scopigno, onnivoro, l’ha già letto.

Ma ci sono altre contaminazioni culturali pazzesche in quella giornata di calcio. Bianciardi parla di Sardegna con Giuseppe Fiori, giornalista, scrittore, biografo gramsciano, futuro direttore di Paese Sera e senatore della Sinistra Indipendente. Carlo Lizzani l’anno prima ha messo sul grande schermo proprio il libro di Fiori, La società del malessere, per il film Barbagia. “Il calcio – spiega Fiori a Bianciardi – non è l’oppio dei sardi: all’indomani della partita vinta nessuno si scorda quali sono i problemi reali dell’isola, nessuno si scorda la fatica e la lotta quotidiana. Eppure l’idea che quest’isola povera e fiera possa comperarsi il longobardo Luigi Riva, allo stesso modo in cui un tempo i lombardi si comperavano gli svizzeri per farli combattere, la sola idea basta a dare all’isola una fierezza e un impeto finora rattenuto”.

Il giorno dopo Bianciardi lascerà per sempre quella città mediterranea che a lui – che per scherzo si fa ritrarre spesso con la benda sull’occhio come Moshe Dayan – ricorda Tel Aviv, la collina della primavera.

Rientrerà a Milano, non tornerà mai più in Sardegna. La sua ironia maremmana ormai non può più opporsi al vortice di depressione e alcol in cui è caduto da anni. Morirà nel novembre dell’anno seguente, a nemmeno cinquant’anni. Scopigno, lui, resterà un’altra stagione in rossoblù, si prenderà un anno sabbatico, darà le dimissioni alla Roma dopo una manciata di giornate, retrocederà in B col Vicenza, smetterà di allenare poco oltre i cinquanta.

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