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7 Agosto

Luigi Busà, il Gorilla d’Avola con l’oro al collo

Antonio Aloi

18 articoli
Il primo karateka a vincere un oro olimpico è italiano.

Se ci fosse un medagliere per i luoghi comuni attribuiti ad un popolo o a una Nazione, sicuramente, l’Italia si giocherebbe il podio. Uno dei tanti si sofferma su una peculiarità degli italiani, cioè quella di essere maestri nello spiegare ed insegnare qualcosa che nemmeno si conosce.

Gigi Busà ha sfatato l’ennesimo luogo comune, l’ennesima credenza errata. Nella patria del Karate, nell’esordio dell’antica arte marziale alle Olimpiadi, l’italiano vince la prima storica medaglia d’oro nel kumite sportivo ed insegna al mondo a fare la storia. Che scherzo del destino: la prima finale di Karate olimpico, disputata proprio a Tokyo, viene vinta da un italiano in una giornata storica. Il siciliano ha così aperto una breccia in Giappone, ha tracciato un solco nella storia delle arti marziali.



L’etimologia della parola Karate comprende in sé due concetti cari alla disciplina degli antichi samurai giapponesi, di fatti, la traduzione semantica delle parole giapponesi Kara e Te, unite al Dō, indicano la La via del pugno vuoto. Busà ha impersonato perfettamente il concetto intrinseco dell’antica arte giapponese, cioè agire a mani nude in assenza di preoccupazioni, sgomberare mente e cuore da qualsiasi pensiero, disfarsi del proprio ego per mettersi alla prova, per crescere mentalmente e fisicamente. Gichin Funakoshi, fondatore dello stile “Shotokan” e conosciuto come il padre del moderno Karate, non per niente ha così indicato il modus vivendi del karateka:

«Come la superficie di uno specchio riflette qualunque cosa le stia davanti, così il karateka deve rendere vuota la sua mente da egoismo e debolezze, nello sforzo di reagire adeguatamente a tutto ciò che potrebbe incontrare».

Codice di comportamento che Busà ha dimostrato di padroneggiare. Luigi ha infatti reagito allo sforzo di affrontare una scelta difficile, quella di lavorare su sé stesso e sul proprio fisico fin da ragazzo. Cresciuto in una famiglia fortemente influenzata dalla pratica di questa antica arte, in una recente intervista per Sportweek ha dichiarato di aver sofferto di obesità, e quindi di essere stato messo davanti alla scelta: diventare grande sul tatami o lasciar perdere tutto.

È stato il suo primo allenatore, suo padre Nello, ad averlo posto di fronte allo specchio della propria anima.

A giudicare dai risultati si può affrettatamente dire che abbia colto nel segno. Dei suoi 33 anni, il Gorilla d’Avola, ben 29 ne ha trascorsi combattendo, crescendo ed imparando la disciplina marziale che gli ha permesso, tra le altre cose, di conquistare 2 ori mondiali e 5 europei. Che poi la sua disciplina denominata kumite, originariamente, non era considerata parte integrante dell’insegnamento marziale.

«Nel karatè non vi sono dispute», diceva lo stesso Funakoshi, per poi aprirsi alla competizione sportiva esaltando tecnica, precisione e controllo nei colpi. A differenza di altri stili competitivi e filosofici all’interno del karate stesso, come lo stile Kyokushinkai, nel kumite sportivo non si cerca il K.O. ma il controllo e la precisione dei colpi, la pulizia dell’esecuzione. Il 33enne siciliano è un maestro indiscusso di questa disciplina, avendo nelle sue caratteristiche un’esplosività fuori dal comune.

Il maestro Funakoshi, figura imprescindibile del karate

Tutte qualità espresse in un pool di qualificazione impegnativo. Reagendo alla sconfitta con il kazako Azhikanov, battendo l’australiano Yahiro, l’azero Agayehv che poi ritrova in finale, e pareggiando con il tedesco Bitsch, il Gorilla ha conquistato una semi-finale aspettata e sperata. Un girone al cardiopalma in cui Luigi ha affilato le sue armi, gli Tsuki esplosivi alla media corta distanza ed i Mawashi geri che lo hanno portato a sconfiggere l’insidioso ucraino Horuna in semi finale.

La finale è quella più aspettata nella categoria -75kg: il Gorilla d’Avola sfida l’avversario di sempre, il mostro sacro azero Aghayev che vanta 5 ori mondiali e 11 europei in carriera. 

La concentrazione e la tensione sono state le solite compagne di vita per Luigi, abituato ad affrontare i migliori, che per l’ultimo atto non ha dimenticato anche un pizzico di scaramanzia: sotto il karategi ha indossato allora l’immancabile costume blu, completando un rito che si protrae fin dagli inizi della sua carriera.

Il combattimento con Aghayev è stato tirato, risolto al minuto 1:42 da uno tsuki di incontro che ha consegnato la storica medaglia al siciliano ed alla spedizione italiana. La medaglia di Busà è storica anche per essere stata la 37esima della spedizione italiana, superando così il record di Los Angeles 1932 e Roma 1960. Una vittoria dedicata anche a tutti i karateka italiani che non hanno avuto la fortuna di confrontarsi ad una olimpiade. Sempre su Sportweek, infatti, Busà ha dichiarato alla vigilia della partenza per Tokyo:

«Sul tatami porterò con me tutte le leggende azzurre che hanno sempre sperato in un’opportunità come questa. E anche per loro, non me la farò sfuggire». 

La medaglia ed i record storici, macinati dal Gorilla d’Avola, non sono sfuggiti né a lui né al mondo intero. In una giornata in cui il karate rappresenta la storica medaglia dei record per il comitato olimpico italiano, è bene ricordare gli sforzi di un movimento intero che ha lavorato sotto traccia per arrivare in cima al mondo.

Soffia allora un vento di innovazione. L’Italia e Luigi sono i pionieri di un mondo sportivo da esplorare, una disciplina che orgogliosamente segna, nei propri giovani annali, il trionfo di un gigante italiano con buona pace degli scettici. Se c’è una cosa che gli italiani sanno fare è sorprendere, proprio come ha fatto Luigi: primo karateka nella storia a vincere un oro olimpico.

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