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25 Novembre

La vita intrepida di Luigi Martini

Matteo Zega

1 articoli
Dalla Lazio di Maestrelli al Parlamento, dal cielo al mare.

Il cursus honorum nel calcio moderno prevede, dopo la fine della carriera in campo, una serie di allettanti possibilità: imbellettarsi in prima serata per diffondere il verbo dell’opinionismo, improvvisarsi faccendiere di talenti, concedere la propria notorietà a qualche brand o cimentarsi in improbabili simposi nell’universo social; i presunti ortodossi rimangono nel rettangolo verde, scegliendo la carriera da allenatori. In questi modi si riciclano pressoché tutti i protagonisti del calcio attuale. Chi ha vissuto altre epoche però, come Luigi Martini, e chi come lui ha un simile portato umano, non ci pensa neanche a partecipare ai teatrini del gossip attuali.

Dopo l’esperienza calcistica, con una carriera da terzino nella celeberrima Lazio di Maestrelli, Martini ha scelto tutt’altro che ripieghi salottieri o scelte di comodo. Una vita da pilota Alitalia, una da parlamentare in Alleanza Nazionale e, in ultimo, quella da navigatore. Non poteva che essere sfrontata l’esistenza di un uomo che ha vissuto gli Anni di piombo dapprima nella Livorno terribilmente comunista e poi, per tutto il decennio a seguire, nella Lazio con simpatie neofasciste di Chinaglia & co.

Le quattro vite e le relative vicende sono raccontate da Luigi Martini nell’autobiografia Sogni perduti (Ugo Mursia Editore, 2010).

Classe ’49, cresciuto in una frazione di Capannori (LU), Luigi Martini sale rapidamente tutte le categorie e nel 1968 è al Siena, in Serie C. Alla soglia dei vent’anni è già uomo, impavido, affamato di storie e ideali: in questi anni, da militare, scopre la passione per il cielo. Vuole misurarsi con sé stesso, indagare i propri limiti, trova la giusta adrenalina nel paracadutismo. Tra un lancio e l’altro incontra un ragazzo biondo, dall’aria dimessa e piuttosto silenzioso: si chiama Luciano, gioca nel Foggia. I due inizialmente conversano poco, ma si percepisce fin da subito un’affinità che in breve tempo diventa sincera amicizia.

Concluso il periodo di leva, ricomincia la stagione calcistica in uno scenario politico sempre più tumultuoso. Martini, giovane reazionario, morde la vita e in quell’Italia polveriera trascorre quasi per sfida due stagioni (‘69/’70 e ‘70/’71) a Livorno, culla del PCI e dei movimenti di protesta. Alle porte dell’autunno caldo, la tensione in città è palpabile, alimentata dalla Livorno operaia che la domenica pomeriggio è allo stadio. I capi ultrà sono scaricatori di porto: in quel clima, in quel calcio, perdere una partita comporta dei rischi.

Minacce e aggressioni sono all’ordine del giorno, ad un compagno di squadra addirittura «rovesciarono l’auto mentre si trovava all’interno con la moglie». Martini proviene dalla Folgore e gioca nella città dove è nato il Partito Comunista: sa bene di essere un sorvegliato speciale, ma una buona dose di intelligenza lo tiene lontano dalle provocazioni che gli vengono lanciate. È giovane, sfrontato ma lucido: è un uomo forte, come sono forti gli uomini che hanno in destino il mare. 



Dopo due anni a Livorno, nel ’71 scopre dai giornali di esser stato venduto alla Lazio: «Non esistevano allora gli agenti di calcio. Eri venduto a una squadra, ti dovevi presentare e il contratto si decideva a tavolino: la metà era in nero. Allora funzionava così». In quegli anni lontani dalle telenovelas estive sul calciomercato, dalle mogli-procuratrici e dai tweet, Martini approda alla Lazio di patron Lenzini. In quella santabarbara che è lo spogliatoio biancoceleste, Martini riconosce Luciano, il ragazzo conosciuto pochi anni prima nell’esercito. È Re Cecconi. I due si ritrovano e immediatamente quella con Cecco diventa la più grande amicizia della sua vita: li chiamano “i gemelli”.

Quella Lazio è un perfetto spaccato dell’Italia Anni ’70: aneddotici sono i racconti secondo cui i giocatori, nello spogliatoio, maneggiavano armi con una certa disinvoltura. Martini conferma che, pur romanzata, buona parte della narrazione è più che veritiera e lo riguarda in prima persona: «Per me le armi erano una passione. Ero stato addestrato durante il servizio militare ad usarle in modo corretto […] Poi, invece, un’arma comparve nei nostri ritiri. E, dopo due settimane da quella “prima volta”, c’erano fucili di tutti i generi, da quelli ad aria compressa a quelli per sparare agli elefanti. […] Un giorno arrivò una gazzella dei carabinieri con Maestrelli. Noi smettemmo subito di sparare al tiro a segno che avevamo organizzato.

Il maresciallo venne verso di noi e ci mostrò un proiettile. Quel proiettile era andato a ficcarsi proprio dentro l’armadietto di un ragazzo sordomuto ospite di un centro specializzato che si trovava al di là dell’Aurelia. Da quel momento, il tiro a segno fu smantellato».

È una squadra tremenda, meravigliosamente eccessiva, quella orchestrata da Maestrelli: ci sono le fazioni e le botte nello spogliatoio, le spavalderie di Long John, l’arroganza di Wilson. Al termine del primo tempo di un Verona-Lazio, con la squadra sotto per 2-1, il mister evita che la squadra entri negli spogliatoi perché sa del putiferio che si sarebbe creato: «Non aspettavamo altro che entrare in quella stanza per darcele di santa ragione». Queste e altre esagerazioni di ogni tipo sono il pane quotidiano, in campo, nello spogliatoio e anche in hotel:

«Altro, chiamiamolo, eccesso di goliardia ci fu una sera. Eravamo tutti a letto, quando uno di noi prese l’arma e sparò al lampadario, perché non aveva voglia di alzarsi e spegnere la luce. Allora Maestrelli decise di dare lo stop».



Se l’armistizio evitò ulteriori spari e disavventure certe, di sicuro non si placarono gli animi di undici corsari avvezzi alle scorribande domenicali. In quegli anni nella Capitale il destino è dalla parte di Martini: ci sono i sogni realizzati e i trionfi, c’è la venerazione da parte del popolo laziale; alcune famiglie chiedono ai giocatori di battezzarne i figli, che portano i nomi dei loro idoli. Tutto però cambia in un pomeriggio di gennaio del ’78.

Il terzino toscano viaggia in macchina verso il centro, deve incontrare Cecco al bar: in strada, una folla disordinata interrompe il tragitto. Martini non capisce che succede. Scende e domanda: “hanno ammazzato Re Cecconi”, gli dicono. Di quegli anni turbolenti ma fino ad allora scanzonati, Martini subisce d’improvviso il contraccolpo, troppo forte anche per uno come lui. Capisce subito cha al rettangolo verde non ha più nulla da chiedere; se nel calcio aveva esaudito tutti i sogni, adesso, con un dramma simile, li aveva esauriti. Ricorda così quel momento: 

«Con la scomparsa di Cecco in me calò il primo vero vuoto. Quando morì mia sorella ero piccolo. Non mi ero reso conto. Quel 18 gennaio 1977 invece provai cosa significa il vuoto. […] Lì imparai che la vita può toglierti tutto in un attimo. […] L’incertezza aumenta a mano a mano che passa il tempo, a mano a mano che invecchio. E questo mi lega sempre più al mare, al vento, alle onde, al sole».

Così, nonostante duecentocinquanta partite con la Lazio, i trofei e un ottimo stato di forma, a soli ventinove anni, nel 1979 Luigi Martini lascia il calcio. Non è però una fine, ma il crocevia di un “percorso interiore” che nel 1980 trova la svolta nel lavoro di pilota. Nell’estetica del volo Martini coltiva la propria passione per la vita, alimenta il fervore che lo aveva sempre caratterizzato. Gli si addicono le parole di D’Annunzio, che del lirismo ardito fece la propria cifra di artista:

«Finora non avevo ancora veramente vissuto! …è nell’aria che si sente la gloria di essere un uomo e di conquistare gli elementi. C’è una squisita fluidità dei movimenti e la gioia di planare nello spazio».



Martini, ormai ex calciatore, vuole superare quel gioco così fisico e scoprire il cielo, sua storica passione, la vita e il vento. «Come il mare – dice – anche l’aria è simile a una prateria»: riflessioni dai tratti misticheggianti affiorano nella coscienza nuova di quell’uomo che in due anni è passato dallo spogliatoio alla cabina di pilotaggio. A quell’uomo spregiudicato la vita di cabina offre esperienze, stimoli e nuovi confini. Scrive infatti:

«Guardare il cielo dai finestrini di una cabina d’aereo significa abbracciare l’infinito. […] Guardare l’infinito senza limiti umani, in mare aperto, invece, è bello perché al di là di quello che vedi, sei libero di immaginare ciò che vuoi».

Luigi Martini è un sognatore in moto perpetuo, famelico divoratore di avventure: lo era stato sulla fascia, continuava ad esserlo ora che, con uno sguardo più maturo e abissale sulla vita, solcava i cieli di tutto il mondo, in cerca di orizzonti e miraggi. Il suo viaggio nel cielo è un preludio a quello in mare, che intraprenderà oltre vent’anni dopo. 

Tra il lavoro da pilota e le traversate atlantiche, la parentesi politica. Nel 1994, dopo ventimila ore trascorse in viaggio, arriva la proposta di candidatura da Alleanza Nazionale: sembrerebbe scontato, per uno che negli Anni di piombo doveva essere uno dei tanti missini della banda Maestrelli. In realtà la campagna elettorale non gli interessa molto, il tempo a disposizione è poco, ma Fini e Storace lo vogliono presentare. Viene eletto alla Camera con ventiseimila preferenze: sono gli attestati di stima di chi, qualche lustro prima, gli intonava cori dalla curva, gli pagava il conto al ristorante e gli portava creature da battezzare.

«Eravamo tutti di destra e lo dicevamo con orgoglio, ma senza intenti provocatori. È fortemente anacronistico rifarsi a idee superate dalla storia. Il fascismo è morto sotto le bombe degli alleati»

Luigi Martini, dall’intervista a Il Giornale

In Parlamento (dove ritroverà Rivera) l’Onorevole Martini si apre ad una nuova dimensione, quella sociale per eccellenza: scopre la natura dell’uomo, i bisogni di una comunità da servire, fa dell’aula di Montecitorio una scuola di vita, nonostante disillusioni e perplessità sull’ignavia di molti colleghi. Il percorso dura un decennio, fino al 2006; dall’anno successivo Martini si dedica al suo vero sogno, il mare. 



Acquista un’Amel di 53 piedi, l’oceano è lì che lo aspetta: il vento minaccioso della burrasca non lo spaventa, anzi. «Un viaggiatore non può non amare il vento», perché ogni minimo movimento, sia pure violento e pericoloso, lo attrae: in balìa dei flutti, Luigi Martini riscopre sé stesso, i suoi limiti, ritrova la giusta umiltà e mette in disparte la spavalderia. Sa che con il mare non può vincere e lo scopo, ora, è sapersi destreggiare tra le raffiche e arrangiarsi nella burrasca. Non vuole nessuno tra sé e il vento. Il Martini che nel mare realizza il proprio destino guarda alla vita con l’ispirazione di chi compie la propria poesia: dopo la popolarità del calcio, le emozioni del volo, le responsabilità tra gli scranni della Camera, Martini ritrova se stesso in mare. Scrive, con parole che sfiorano l’ascetismo:

«Se esiste Dio, direi che sta nel mare. Noi veniamo dal mare e ne siamo parte. Venivo dal cielo, che è un altro mare. È bello che il sole si tuffi nel mare senza che i suoi raggi siano rotti da ostacoli. L’infinito, l’orizzonte è quello che conta. Ecco perché è bella la navigazione. Per andare dove? Da nessuna parte, non c’è bisogno di arrivare a una meta».

Passano gli anni ma Martini mantiene la scorza di uomo gagliardo. La più grande avventura della sua vita non è lo scudetto del ’74 ma la traversata da Città del Capo a Cala Galera, un mese di navigazione con raffiche di vento anche a 50 nodi, la depressione a bordo, lo scoraggiamento e le notti insonni. «In mare è la vera prova» e il suo momento preferito, se non lo si fosse capito, è quello della burrasca, perché in quei momenti «comincia la fase interiore più bella, quella del confronto con la natura». 

D’altronde, Gigi Martini, la burrasca l’aveva sempre cercata: tra gli scaricatori di porto di Livorno, nello spogliatoio laziale con Chinaglia e Wilson che gli stavano sulle palle, lavorando in Alitalia dopo aver sì e no viaggiato, in Alleanza Nazionale agli albori della Seconda repubblica, nel periodo subito successivo a Tangentopoli e Capaci. 

Per queste scelte, per questi valori, non troveremo mai Luigi Martini in simposi trash, nelle social TV o conciato a festa per spiegarci se il mignolo dell’attaccante fosse o no in fuorigioco. Oggi naviga in mare aperto, Martini, libero come sempre, più di sempre. Ammira nell’oceano quegli orizzonti incantati comuni a tutti noi inattuali del calcio; noi che, anziché naufragare nella modernità algoritmica e inumana, ci faremmo volentieri trasportare a largo dalla corrente, lontano da un calcio sempre più capitalizzato, vuoto, luccicante ma opaco. 

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