Firenze, 30 giugno 1990. Dopo 120’ di battaglia, il quarto di finale mondiale tra Argentina e Jugoslavia non ha ancora espresso un vincitore. Faruk Hadzibegic, difensore centrale, è il decimo partecipante alla lotteria dei rigori ed ha la possibilità di pareggiare la serie sul 3-3, rimandando la sentenza alla fase ad oltranza. Questa storia è magistralmente raccontata da Gigi Riva nel suo libro L’ultimo rigore di Faruk, da cui abbiamo preso spunto per raccontare la dissoluzione della Jugoslavia, partendo dai campi di calcio. Il pubblico del Franchi ha già assistito a due errori per parte, tra cui quelli dei capitani Maradona e Stojkovic, prima del vantaggio albiceleste di Dezotti. Il numero 5 dei plavi (i Blu) è uno specialista dagli undici metri. La rincorsa è breve, il tiro di piatto destro ben angolato ma Goycochea parte prima, si distende alla sua sinistra e respinge a due mani: la Jugoslavia è eliminata dai Mondiali di calcio, per l’ultima volta.

 

Una Jugoslavia che ormai esisteva solo sui campi di calcio, e non ancora per molto

 

Nel trascinare il Paese nel baratro della guerra, questa sconfitta sarà accomunata ideologicamente ad un altro decisivo evento, apparentemente così lontano dal punto di vista storico e contestuale. Infatti una decina di anni prima, il 4 maggio 1980 a Lubiana, si spegne Tito – all’anagrafe Josip Broz – per ventisette anni presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, unica bandiera che garrisce nei cieli di Slovenia, Croazia, Serbia, Montenegro e Bosnia ed Herzegovina.

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Negli anni successivi alla sua scomparsa, sembra che il ricordo del Maresciallo continui a vegliare sulla Terra degli Slavi del Sud, ma, nella seconda metà degli anni ottanta, la stagnazione economica ed il ricambio ai vertici politici rendono troppo fragili le maglie della struttura federale. Esplodono i nazionalismi, che prendono piede nelle sei repubbliche. Nel 1987 Slobodan Milosevic anima imponenti manifestazioni di piazza, rilanciando la teoria della Grande Serbia e riuscendo ad affermarsi infine come Presidente della Serbia; una volta al potere modifica a suo piacimento la costituzione, avendo come principale obiettivo la revoca dell’autonomia del Kosovo, regione a maggioranza albanese.

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Milosevic mentre promette la Grande Serbia

Due anni dopo in Croazia, Franjo Tudman, ex generale titino e presidente del Partizan Belgrado negli anni cinquanta, dirige l’Unione Democratica Croata, partito anticomunista, che si presenta favorito alle prime elezioni libere del Giugno 1990. Una settimana dopo, proprio a Zagabria, la Dinamo affronta la Stella Rossa, seguita da quattromila tifosi. La partita non si disputerà mai, perché sia la curva di casa, sia gli ospiti, tra cui spicca Zeliko “Arkan” Radnjatovic, danno origine a scontri che dureranno tutto il giorno; nel caos che regna sul rettangolo verde un giovanissimo Boban frattura una mandibola ad un poliziotto, nel tentativo di difendere un tifoso.

 

C’è chi dice che la guerra iniziò quel giorno a Zagabria

 

In questo clima, passato nemmeno un mese, Ivica Osim, ct della nazionale, deve diramare le convocazioni per i mondiali di Italia ’90. Così, definiti i ventitré, si parte per la tranquilla Sassuolo, dove viene stabilito il ritiro per la fase a gironi. In realtà prima del trasferimento in Emilia si era disputata un’amichevole di preparazione contro l’Olanda, campione d’Europa, di nuovo allo stadio Maksimir di Zagabria; i ventimila presenti però avevano colto l’occasione per fischiare l’inno “Hei Slavi” ed inneggiare al beniamino locale, ormai squalificato dalla federazione. In ogni caso la squadra, costituita da giocatori di tutte le sei repubbliche, è ricca di talenti; gli assi come Stojkovic, Prosinecki e Savicevic sono affiancati da giocatori affidabili, ma l’allenatore è preoccupato soprattutto dalle pressioni della stampa e dai venti di guerra che soffiano dalla sponda orientale dell’Adriatico, pronti a minare lo spirito di “Bratstvo i jedinstvo” (Fratellanza ed unità) su cui poggia lo spogliatoio.

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All’esordio del Meazza, la Germania degli interisti Brehme, Matthaus e Klinsmann passeggia sulla Jugoslavia con un 4-1, ma, nella seconda partita a Bologna, basta il cesenate Jozic per superare di misura la Colombia; in seguito il 4-1 rifilato agli Emirati Arabi, sempre al Dall’Ara, è sufficiente per accedere agli ottavi. Successivamente, in un più che afoso pomeriggio al Bentegodi di Verona, ai supplementari è decisiva una punizione di Stojkovic: doppietta del “Maradona dell’Est” e la Spagna è superata, dopo l’1-1 dei novanta regolamentari. L’equilibrio tuttavia è fragile, e basta poco perché tutto vada in frantumi; l’eliminazione ai rigori contro l’Argentina nei quarti di finale testimonia il fallimento del progetto unitario, e sarà il pretesto della scintilla che incendierà l’intera regione. Non basterà nella stessa estate nemmeno l’oro della Nazionale guidata da Drazen Petric, ai Mondiali argentini di basket, ad evitare che l’innesco scateni la deflagrazione.

Il Maradona dell’Est trafigge Andoni Zubizarreta, prolungando la vita della Jugoslavia

Nel Dicembre del 1990 infatti il referendum per l’indipendenza della Slovenia provoca la reazione dell’Armata Popolare Jugoslava (JNA), che culmina nella “Guerra dei dieci giorni” e vedrà sconfitte le forze federali. Nel frattempo lo scacchiere croato è divenuto ancora più intricato: il paese è pronto a lasciare la federazione, ma deve fronteggiare i disordini scatenati nelle regioni a maggioranza serba, in particolare Krajina e Slavonia. Così nel maggio ’91, nel giro di una settimana, le due fazioni indicono rispettivamente un referendum, ma gli esiti delle due consultazioni sfociano inevitabilmente nello scontro tra il neonato esercito croato e la JNA, supportata da gruppi paramilitari filo-serbi come le Tigri di Arkan.

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Come già dimostrato dalla Seconda Guerra Mondiale, il pallone può rimbalzare nonostante i colpi delle bombe e dei mortai: la Nazionale Jugoslava tornerà in campo conquistando la qualificazione ad Euro ’92, nonostante le rinunce forzate di atleti serbi e croati. Tuttavia l’unità è ormai in frantumi, e allo scoccare del 1992 anche la Bosnia ed Herzegovina conosce la guerra: a febbraio i serbi bosniaci, minoranza ortodossa in un paese a maggioranza musulmana, proclamano la nascita della Repubblica serba di Bosnia ed Herzegovina, mentre due giorni dopo un referendum sancisce la secessione della nazione dalla federazione. L’Armata Popolare – ormai “serbizzata” a causa delle defezioni di soldati croati e bosniaci – ancora non si arrende e circonda la capitale Sarajevo. Nel frattempo però, un attacco croato apre un altro fronte.

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Arkan e le sue tigri

Per quanto l’Onu cerchi di sventare l’ennesimo conflitto, inviando 14000 caschi blu in città, l’uccisione di due studentesse da parte di un cecchino durante una manifestazione pacifista dà il via a un tremendo assedio, che durerà per quattro anni. Questa volta anche la Nazionale deve confrontarsi con la tragica situazione: prima le dimissioni di Osim, (croato di Bosnia con moglie musulmana), poi lo scioglimento ufficioso. L’ultima parentesi della Jugoslavia calcistica sarà così un’amichevole ad Amsterdam, con Hadzibegic divenuto capitano. Successivamente le sanzioni a carico della Serbia Montenegro, decretate dall’Onu, ne comporteranno l’esclusione dagli europei a favore della Danimarca, che, ripescata, vincerà clamorosamente il torneo.

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Se però sono tempi difficili per la selezione dei plavi, tutt’altro si può dire per quanto riguarda i club. In particolare è un periodo di grandi successi per la Stella Rossa, che prima si laurea campione d’Europa e poi vince la Coppa Intercontinentale a Tokyo, nel dicembre del ’92. Al rientro a Belgrado, a ricevere Mihajlovic e compagni sulla pista di atterraggio è addirittura Arkan, ben felice di celebrare il trofeo. Željko Ražnatović, in arte appunto Arkan, sarà uno dei pochi protagonisti delle vicende belliche a non essere giudicato dal tribunale internazionale dell’Aia, venendo assassinato ai primi del Duemila in un hotel della capitale serba. Le Guerre Jugoslave, tristemente caratterizzate da numerosi genocidi e massacri, si risolveranno solo con gli accordi di Dayton del 1995. Sara così sancita la dissoluzione della federazione di Jugoslavia, che per molti era iniziata – o almeno aveva avuto le sue prime manifestazioni – proprio negli stadi di calcio.