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18 Novembre

La semplice genialità di Mai dire gol

Diego Mariottini

53 articoli
Cambiare il modo di fare televisione sul calcio.

È domenica 18 novembre 1990 e per la prima volta va in onda su Italia 1 un programma di cui all’inizio non si comprende bene il filo conduttore. Si parla di calcio, questo è subito chiaro, ma c’è qualcosa di diverso rispetto al solito. Tanto per dirne una, i presentatori non si vedono: sono tre e si fanno sentire da dietro le quinte.

Si chiamano Marco Santin, Carlo Taranto, Giorgio Gherarducci. Gestiscono la trasmissione da vere divinità ex machina. La Gialappa, conosciuta in ambito medico come Ipomoea purga è una pianta di origine latinoamericana con un forte potere lassativo. L’autoironia, a partire dal nome del gruppo, diventa così il primo tratto distintivo ma anche un preciso esorcismo preventivo contro l’eventuale insuccesso. Mai dire presunzione.

L’idea di Mai dire gol è semplice, un vero uovo di Colombo, ma anche decisamente economica. Attraverso le immagini della domenica calcistica, prese in prestito dai vari programmi domenicali su scala nazionale e regionale, Santin, Taranto e Gherarducci si fanno beffe del mondo del calcio. Proprio con le parole di quel mondo, rimanendo in apparenza fuori da qualsiasi forma di censura o di giudizio.

Gialappa's Band Mai dire gol
I tre membri della Gialappa’s quasi trent’anni fa, con la mascotte di Italia ’90

Ma c’è modo e modo di rimanere fuori: in realtà dietro lo schermo, protetti dall’invisibilità, agiscono furtive e crudeli tre Iene ante litteram, pronte a sfruttare qualsiasi strafalcione linguistico o espressione pretenziosa di un ambiente che per definizione non fa della dialettica e del parlare fiorito un punto qualificante. Nella sua easyness, l’idea cambierà il modo di fare televisione: è sufficiente (si fa per dire) essere burattinai dietro le quinte e la trasmissione la fanno gli altri. Volendo risolvere con una di quelle frasi fatte che i tre conduttori certo non amano ma che potrebbero sfruttare a dovere, la Gialappa’s “ottiene il massimo risultato con il minimo sforzo”.

L’idea di capitalizzare l’ignoranza, le contraddizioni e le vanaglorie di quel microcosmo in realtà non sarebbe inedita. In fondo, quante volte nella storia della tv si è riso del ciclista semianalfabeta o del calciatore che nella vita sa fare solo quello ma pensa di essere Gesù in terra. È però nuova l’idea di farne un format, creando un punto d’incontro e di fusione fra cronaca sportiva e spettacolo leggero. Il tutto inventando un nuovo lessico, uno slang solo in apparenza grossolano, e un nuovo linguaggio televisivo fondato anche sul ritmo e sui colpi di scena. Sembra uno scherzetto e invece Mai dire gol è l’arma totale applicata ai media.


Il vero fulcro comico sono dunque gli sfondoni, le gaffe e gli atteggiamenti di giocatori e allenatori di calcio. Un esempio su tutti:

“Oggi affrontiamo un avversario ostico…e anche agnostico”,

detto con involontaria comicità da un Arrigo Sacchi non ancora CT della Nazionale italiana. All’inizio il programma va in onda di domenica in versione ridotta e poi, a partire dal campionato 1992/93, anche di lunedì con Mai dire Gol del Lunedì.

Il successo è tale che il nome stesso della trasmissione è stato riadattato per altri programmi (Mai dire Maik, Mai dire Grande Fratello, Mai dire Tv, ecc.), sempre commentati dietro le quinte dal trio comico. Nelle prime due edizioni, la formula consiste in una serie di filmati aventi come voce di campo i commenti della Gialappa’s (ai quali si aggiunge nell’edizione successiva la voce di Peo Pericoli alias Teo Teocoli).

Rimane nella storia della satira sportiva anche la creazione di personaggi che fanno il verso agli inviati storici di 90° minuto e a un certo campanilismo, per tradizione molto italiano. Sembrano quasi figure goldoniane i vari Felice Caccamo, Gianduia Vettorello, Peo Pericoli, felici intuizioni di un mattatore come Teocoli. Il quale, nel corso degli anni, non lesina alcune delle sue migliori imitazioni di personaggi del calcio italiano: su tutti un Cesare Maldini quasi migliore dell’originale, un Carlo Mazzone irresistibile e un Daniel Fonseca che è genialità allo stato puro.

Teo Teocoli e la chiamata che ricevette da Cesare Maldini, a Rai dire Sanremo 2009


Dati d’ascolto e share alla mano, nelle successive edizioni aumenta la durata della trasmissione e si modifica la tipologia stessa del programma. Mai dire Gol si trasforma così in un varietà ma soprattutto in una vetrina per comici emergenti – o bisognosi di rilancio – che fanno da spalla a comici affermati. Si crea inoltre la figura del presentatore in carne e ossa, vero crossover fra Gialappa’s, immagini, interventi comici e pubblico a casa.

Un discorso a parte meritano le rubriche, perle di cinismo comico.

Le titolazioni sono spesso diventate così popolari da trasformarsi in veri e propri modi di dire ancor oggi in uso. Si pensi per esempio a Vai col liscio (banali tocchi di palla mancati clamorosamente, detti “lisci” e commentati con l’ausilio dell’omonima musica romagnola in sottofondo), al Gollonzo (serie di filmati veri in cui vengono mostrate reti segnate in modo bizzarro o grazie a clamorose «papere» degli avversari), a Un uomo, un perché (impietosa hit parade di discorsi contorti o strampalati da parte di personaggi del calcio e dello sport), a Fenomeni Parastatali (crudele memorandum di calciatori stranieri che, acquistati per cifre astronomiche o semplicemente molto attesi, si rivelano brocchi a tutti gli effetti).

In quest’ultimo caso l’effetto comico proviene dall’accostamento tra i titoli altisonanti delle pubblicazioni sportive e le dimostrazioni dello scarso rendimento dei calciatori in questione, laddove vittima della Gialappa’s è anche certo giornalismo tutto “retorica e titoloni”. C’è poi il Pippero (classifica dei giocatori, divisi per ruolo, con la peggior media-voto). Una delle trovate più riuscite sarà l’inserimento dei sottotitoli ai discorsi dei giocatori presi di mira per via di un italiano obiettivamente improponibile.


Nel 2001 il programma chiude, seguiranno revival ed epigoni. Nel 2006, durante i Mondiali di Germania vinti dall’Italia, il trio è lì a ironizzare in diretta per conto di Sky. Nei mondiali successivi avviene il trasloco verso l’emittente radiofonica RTL 102.5. Nel 2015 è tempo di una nuova avventura. Dopo tanti anni passati in Mediaset Santin, Taranto e Gherarducci lasciano il biscione e si accasano in RAI, per condurre insieme a Nicola Savino Quelli che il calcio su Rai 2.

Due anni più tardi il trio tornerà sulle reti Mediaset per fare irruzione in vari reality show. Con il piglio di sempre ma senza la stessa verve di quando rivoluzionavano la narrazione sportiva facendosene apertamente beffe. Mai dire gol è stato il privilegio di una generazione che oggi ha raggiunto i fatidici “anta”, per i millennials ci sono la possibilità di rivedere in rete alcune perle grazie a Youtube e la speranza di uno storico ritorno. Probabilità poche, nostalgia abbastanza. E non certo perché “si stava meglio quando si stava peggio”, espressione atroce sulla quale la Gialappa’s potrebbe costruire intere trasmissioni di successo.

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