Critica
17 Giugno 2023

Senza Maldini, ma con i numeri di Moneyball

Il nuovo corso del Milan desta molta preoccupazione.

Sembra che le storie tra Paolo Maldini e il Milan siano sempre destinate a concludersi con un retrogusto amaro e beffardo. Era il 24 maggio 2009 quando, nell’ultimo saluto del capitano alla sua gente, venivano srotolati in Curva Sud una pezza rossonera con il numero 6 con il nome dell’indimenticato Baresi e uno striscione molto chiaro a corredo: “Sentiti ringraziamenti da chi hai definito mercenari e pezzenti. Grazie capitano: sul campo campione infinito, ma hai mancato di rispetto a chi ti ha arricchito”. Non il migliore tributo per un giocatore che ha scritto la storia rossonera.

Uno strappo che proprio gli anni recenti hanno contribuito a ricucire.

Il ruolo dirigenziale, tanto atteso dall’immortale numero 3, finalmente si è concretizzato nel 2018 con l’insediamento della Elliott Management in via Aldo Rossi. Prima con la nomina dell’ex capitano rossonero a Direttore dello sviluppo strategico dell’area sport, poi dal 2019 con quella a Direttore dell’area tecnica. Insieme a Frederic (Ricky) Massara, Direttore sportivo del club, nell’ultimo lustro ha riportato il Milan a giocare la sua Champions League, ma ha soprattutto riconsegnato il tricolore ai rossoneri dopo un decennio e una semifinale nella massima competizione europea che mancava dal lontano 2007.

Sembrava l’incipit dell’ennesima storia di successo tra Maldini e il Milan, ma ancora una volta questa si è interrotta bruscamente con un finale amaro. A volte le parole, riportate nella loro essenza, aiutano molto più di complicate interpretazioni. Negli ultimi giorni si è parlato di un vago addio di Maldini e Massara, ma il termine giusto è licenziamento. Una parola che ha scosso profondamente il mondo rossonero per la sua imprevedibilità e, probabilmente, anche inopportunità. Un fulmine al ciel sereno proprio al termine della (sofferta) qualificazione alla prossima Champions League del Milan. Ma è davvero una scelta così improvvisa?



Riavvolgendo il nastro a una dozzina di mesi fa, possiamo ora leggere sotto un’altra luce molti avvenimenti che hanno coinvolto la dirigenza rossonera. Primo tra tutti, il lungo e complicato rinnovo del duo dirigenziale rossonero. Un atto dovuto secondo molti, dopo la conquista inaspettata dello diciannovesimo titolo nazionale; tutt’altro che scontato invece per la proprietà di Casa Milan. Infatti, proprio nella primavera dello scorso anno, il gruppo RedBird ha rilevato dal fondo Elliott il club più antico di Milano in una trattativa completata definitivamente ad agosto, ma che già a giugno era ufficiosa.

L’avvicendamento tra il fondo di Paul Singer e la società capitanata dall’italo americano Gerry Cardinale era stata derubricata come semplice operazione finanziaria, nel segno di una continuità sportiva che proprio il rinnovo del duo dirigenziale milanista voleva certificare. D’altra parte, sarebbe stato assolutamente impopolare liquidare una bandiera come Maldini, fresco di titolo nazionale, come prima mossa societaria. Così Redbird, più che confermare la fiducia a Maldini e Massara, li ha messi alla prova.

Sul mercato naturalmente, ma anche sul piano umano, cercando di capire se fossero profili adatti al modo di intendere il business, prima che il calcio, dell’organizzazione di Cardinale. Operazione fallita, agli occhi della proprietà, e non solo per qualche abbaglio estivo, con la figurina di De Ketelaere a rappresentarle tutte. Quanto soprattutto a livello manageriale, con la scarsa predisposizione verso i metodi innovativi proposti dall’ecosistema RedBird.

Gli Yankee non sono novellini nel mondo del calcio, e dello sport in generale.

Il fondo istituito nel 2014 da Gerry Cardinale, per oltre vent’anni senior partner di Goldman Sachs, è azionista del Fenway Sports Group (FSG,) proprietario tra gli altri di squadre iconiche mondiali come Boston Red Sox e Liverpool, oltre ad avere la proprietà delle rispettive venues. Un investimento mirato e programmatico nel mondo dello sport che ha portato RedBird a investire anche nel calcio europeo nel 2020 con l’acquisizione di un Toulouse FC in disgrazia, nei bassifondi delle serie francesi, che in breve ha riportato sulle vette del calcio transalpino con la recente vittoria della coppa nazionale.

Moneyball
Brad Pitt nel ruolo di Billy Beane in “Moneyball”, film diretto nel 2011 da Bennett Miller. In Italia è stato distribuito con il titolo “L’arte di vincere”.

Come si può immaginare, un fondo americano di investimenti non intende certo sperperare il proprio denaro per passione, ma si muove ricercando innanzitutto il profitto. Moneyball è la parola più in voga in questi giorni e fa leva sulla notorietà di Billy Beane, accostato proprio al Milan, da cui è stata tratta la fortunata pellicola americana con protagonista Brad Pitt. Il dirigente deve la sua fortuna al ruolo di General Manager presso gli Oakland Atheltics, franchigia professionistica di baseball della MLB, quando insieme al sodale Paul DePodesta aveva inaugurato un metodo di selezione dei giocatori che tenesse conto delle loro performance sulla base di dati statistici incrociati con il resto della squadra.

Una materia cui è stato dato il nome di sabermetrica e che, sebbene nessuno la sappia realmente spiegare, ha consentito a Billy Beane e i suoi A’s di raggiungere risultati insperati con squadre messe insieme senza spendere fortune, composte anzi da scarti di altre franchigie. Che il sistema nel baseball abbia funzionato lo testimonia il fatto che tutte le squadre più importanti, ormai, si siano strutturate con interi dipartimenti volti alla ricerca dei giocatori tramite le analisi statistiche, inaugurando un modus operandi decisamente consueto nel mondo del diamante.

Lo stesso Billy Beane, appassionato di soccer, ha provato in prima persona a esportare il suo sistema di calcolo nel mondo del calcio. Prima ha acquistato la franchigia di MLS dei San José Earthquake, poi nel 2020 è sbarcato in Europa acquisendo quote di minoranza della AZ Alkmaar. Ora Mr. Moneyball, insieme a Moncada e Furlani, entrerà nel corpo dirigenziale del Milan per guidare una rivoluzione tecnica che risponda ai parametri battezzati dal fondo RedBird.

«Il Milan di oggi ha meno bisogno di Maldini. Ha vinto uno Scudetto ed è arrivato in semifinale di Champions. Ora è più attrattivo».

Paolo Scaroni, Presidente del Milan, al Corriere della Sera.

Qui risiede sicuramente l’origine dello strappo tra Cardinale e Maldini. Accusato dal Presidente Scaroni di non sapere lavorare di squadra («al Milan si lavora in team, Maldini era un po’ a disagio»), Maldini diffidava probabilmente della selezione analitica dei giocatori. Il doppio confronto con l’Inter in Champions League deve avergli fatto maturare l’idea che solo con investimenti adeguati, e profili consoni, i rossoneri avrebbero potuto colmare il gap con i nerazzurri e le altri grandi squadre italiane ed europee. Esternazioni e valutazioni che non sono piaciute ai vertici statunitensi, peraltro scettici sull’operato dell’ex capitano rossonero.



Oltre alla cifra considerevole spesa per il già citato centrocampista belga, nemmeno gli acquisti low cost operati da Maldini e Massara hanno convinto. L’ingaggio di Origi, arrivato a titolo gratuito ma con uno stipendio da 4 milioni a stagione, il rientro alla base di Adli, i prestiti oneroso di Vranckx e gratuito di Dest, l’acquisto del portiere colombiano Vásquez sono state tutte operazioni che hanno inciso poco sulle finanze del Milan, ma ancor meno sulla crescita tecnica della squadra, che si è trovata per lunghi tratti con il fiato troppo corto per poter concorrere su più fronti.

Inoltre non è piaciuta la gestione della lista UEFA, in cui una serie di sviste regolamentari ha costretto il Milan, ad esempio, a sacrificare dalla lista il secondo portiere Tatarusanu (rientrato solo come sostituzione di Maignan durante il periodo di infortunio del francese) e l’inserimento dell’infortunato Florenzi per mancanza di altro profilo di nazionalità italiana necessario a soddisfare i requisiti UEFA. In sostanza, se si esclude la riuscita dell’operazione Thiaw, a Maldini e Massara non è stato riconosciuto un credito sufficiente per poter approcciare la società in modo credibile in sede di programmazione. Così lo strappo è stato inevitabile.

«Per conservare la storia ai massimi livelli, va tutelata la memoria del passato. Quello che è successo con Maldini dimostra una mancanza di cultura storica, di rispetto della tradizione milanista».

Carlo Ancelotti, intervistato da Il Giornale.

La sensazione è che i numeri abbiano dato alla testa alla proprietà newyorkese, incapace di riconoscere i meriti della dirigenza rossonera. Certo, per quelli forse nemmeno servivano l’avanzatissimo software Zelus Analytics, su cui si basano le analisi sportive degli scouting della galassia RedBird – e non a caso posseduto per il 50% dalla società di Gerry Cardinale. Perché fortunatamente non tutte le valutazioni hanno basi analitiche solide e se questo, nell’epoca delle misurazioni compulsive, può rappresentare un limite insuperabile per gli analisti, è una boccata d’aria per quelli che guardano le persone, si affidano all’esperienza e alle sensazioni.

«Gli americani non capiscono di calcio, vivono in un altro modo questo sport e anche la vita. Credono che il calcio sia come la NBA e non è così».

Dejan Savicevic a Sky Sport

Solo con questo approccio si può spiegare l’inestimabile valore del lustro di Maldini al Milan. L’ex capitano rossonero ha raccolto una società frammentata, una squadra senza identità, e ha saputo trasmettere il valore unico di essere Milan. Una sfida molto più complessa di una competizione, un cambio culturale che solo chi ha vestito la maglia rossonera 902 volte poteva riuscire a portare in soli quattro anni.



A beneficiarne è stata la stessa società, che ora lo licenzia senza troppi pensieri. Senza Maldini sarebbe stato forse impossibile, ad esempio, arrivare al rinnovo di Rafael Leao, a dir poco perplesso dalle ultime vicende. Ma c’è un sentimento diffuso che rischia di essere un pericolosissimo boomerang per la RedBird. In pochi giorni, il Milan ha prima dovuto digerire l’improvviso (seppur prevedibile) addio al calcio del proprio vate tecnico – quello Zlatan Ibrahimovic che, con il suo ritorno, aveva rigettato le basi in campo per la (ri)costruzione di una mentalità vincente (non sappiamo quale statistica avrebbe potuto prevederlo). Quindi l’addio dello stesso Maldini.

La sensazione è che la squadra possa percepire un senso di vuoto e abbandono che gli investimenti mirati, e futuristici, della nuova triade milanista faticheranno a colmare. Per non parlare di una tifoseria tradita, che aveva appena riassaporato il gusto dolce della vittoria e si era riconciliata con il suo passato, in un ponte ideale di successi che ha ora lascia spazio a un senso di confusione e smarrimento, con l’ennesimo rimpasto dall’esito decisamente imprevedibile.

«È assurdo affermare che non sappia operare in team. Lo ha fatto per tutta la vita con umiltà, anche con me quando in una situazione normale avrei dovuto essere io il suo secondo. Non c’è rispetto per la storia».

Leonardo, intervistato dal Corriere.

D’altronde una cosa è testare gli esperimenti di sabermetrica, peraltro con discreto successo, al Tolosa, al Midtjylland, al Bodø/Glimt; un approccio lungimirante per piazze poco ambiziose, senza troppe pressioni, e che mira a creare anzitutto un circolo virtuoso economico-finanziario nel lungo periodo. Altra cosa è applicare questo modello a una squadra dalla tradizione planetaria e centenaria come il Milan; obbligato per blasone, aspettative e storia a essere competitivo, non solo in Italia, ma soprattutto in quell’Europa giardino di conquiste dell’era Berlusconi.

La nuova fase cui si affaccia il Diavolo desta quindi interesse e molta attesa, ma già dalle prime mosse di mercato si intuirà il corso della nuova gestione. Gestione che sarà senza bandiere, senza capo popolo, senza un capitano che ha il Milan marchiato a fuoco nel cuore. Per la prima volta senza un Maldini dal lontano 1978. L’ennesimo smacco per un capitano che ha dato troppo, ricevendo molto meno di quanto avrebbe meritato. Sarà un Milan privato di un pezzo importante di storia ma, in fin dei conti, gli Stati Uniti non sono abituati ad avere a che fare con il passato. Figuriamoci a gestirlo.

Gruppo MAGOG

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