Il suo singolare anatema, pur se in parte spezzato, continua a disturbare il sonno migliaia di aficionados. La loro fede incrollabile, salda, capillarmente ramificata nel mondo, è macchiata da quest’incrollabile dogma al quale controvoglia hanno dovuto abituarsi. Quale destino, moira, Τύχη o altro ha voluto prendersi gioco della parte encarnada di Lisbona? Perché quest’incredibile unione di coincidenze sfavorevoli e terrore? Le sue parevano solo frasi dette a caldo: se ne dicono tante quando un rapporto duraturo finisce. Ma che quelle parole avessero potuto rivelarsi un abbonamento secolare alla sfortuna, nemmeno il più folle dei visionari lo avrebbe immaginato. Il 2 maggio 1962, il Benfica vinse la sua seconda Coppa dalle grandi orecchie dopo quella portata a casa l’anno prima. Se la vittima era precedentemente stata il Barcellona (con Luisito Suarez, László Kubala, Sándor Kocsis), toccò poi soccombere al Real Madrid. Se i catalani tornarono in patria con un 3-2 sul groppone, peggio andò ai blancos che dovettero percorrere circa 1760 km (che sepavano l’Olympisch Stadion di Amsterdam dal quartier generale di Valdebebas) in compagnia dell’umiliazione per 5-3. In quella finale olandese non ci si ricorda di Francisco Gento, di Ferenc Puskás o di Alfredo di Stéfano: d’accordo, il numero dieci segnò una tripletta, ma la scena fu presa dagli altri. Con altri parliamo di Eusébio da Silva Ferreira e altri dieci compagni.

Eusebio, Béla Guttmann e Mário Coluna con la Coppa dei Campioni: 1962

Chiamatelo Pantera Negra, chiamatelo Pérola Negra, resta sempre quello col numero 8 che si permise di sbeffeggiare due volte Araquistain. Le sue reti furono le ultime della partita, misero sotto chiave il risultato: volle prendersi la scena, ci riuscì in tutto e per tutto. Rivivere quei momenti è un ottimo esercizio di nostalgia, perché la partita è stata bellissima e il ritmo mozzava il fiato: Puskás segnò due volte (17′ e 23′), poi Águas al 26′ e Cavém al 34′ ristabilirono il pari. Sembrava che tutto fosse pronto affinché l’ungherese indirizzasse la Coppa verso Madrid (38′), ma nel secondo tempo si scatenò la furia del Benfica. Coluna pareggiò (51′), poi l’attaccante originario del Mozambico entrò due volte sul tabellino dei marcatori (65′ e 68′). C’è una leggenda a proposito di un siparietto abbastanza curioso nella pancia dell’Olympisch Stadion. Nell’intervallo Guttman avrebbe arringato i suoi urlando: «La partita è vinta. Loro sono morti». Il punteggio vedeva in vantaggio il Madrid per 2-3. Il 31 maggio 1991, a Berna, si consumò la primera vez, quella ai danni del Barça. La partita fu preparata maniacalmente, e alla fine fu interrotta l’egemonia del Real che durava da cinque anni. Preludio allo scontro coi blancos che sarebbe arrivato l’anno successivo. Al termine della gara, il centrocampista José Augusto parlò così:

Si rivelò veramente decisivo il contributo di Béla Guttmann, psicologo per eccellenza, esemplare nel modo in cui ci motivò per la partita, mentre forgiava una strategia che puntava allo strangolamento del calcio degli spagnoli […].

Sulla panchina del Benfica ci fu lui, Béla Guttmann: ebreo di Budapest, pragmatico intellettuale, principale artefice di quel Dream Team. Visionario, innovatore, il suo 4-2-4 stupì il mondo con un gioco corale basato sul «passa-repassa-chuta». Passa, ripassa, tira. Teorico della superiorità dei giocatori rispetto allo schema, poco gli importavano i numeri: la tattica andava cucita addosso alla squadra al pari di un capo d’alta sartoria uscito dall’atelier più chic e appoggiato con leggiadria sulla pelle del cliente. Eccentrico maestro di tattica, fine psicologo quando il momento lo richiedeva, a tratti sciamano. Si tramanda che le sue condizioni per decidere chi mandare in campo prevedessero anche l’analisi delle condizioni meteorologiche o uno studio dei nasi di calciatori: se intasati, avrebbero inciso sulla prestazione limitando la naturalezza della respirazione. Béla fu poi un severo comandante, fazioso ed intransigente, un sergente di ferro: niente sesso nella settimana precedente ai match di cartello, motivo che pare portasse ad incubi notturni. Il suo calcio, così sfacciatamente offensivo, è riassumibile in un suo celebre aforisma: «Non mi sono mai preoccupato di sapere se gli avversari avessero segnato, perché ho sempre pensato che noi avremmo potuto segnare ancora».

Béla Guttmann circondato dai giornalisti

Béla Guttmann in tenuta da allenatore, circondato da giornalisti

Ma oltre a tutti questi aspetti del suo carattere, c’è anche l’attaccamento ai soldi. Nel 1958-59 Guttmann si trovò ad Oporto, in sella ai Dragões. L’anno successivo però, ufficialmente per motivazioni climatiche (troppa umidità nell’aria), se ne andò: incurante della gigantesca rivalità tra le due piazze, scelse Lisbona. Il Benfica. L’annata 1959-60 si aprì dunque con le trattative con la dirigenza: volle subito stabilire chiaramente i premi pattuiti. Quattrocento contos annuali come stipendio più vari bonus: centocinquanta per la vittoria in campionato, cinquanta per la coppa nazionale, duecento per la Coppa dei Campioni. Uno tra i dirigenti presenti, evidentemente dubbioso circa le sue qualità, rilanciò ironicamente proponendone trecento. Béla accettò senza troppi problemi e prese sulle sue spalle l’eredità del brasiliano Otto Glória. E’ d’obbligo ricordare come non cambiò il modulo del collega ma si limitò a perfezionarlo aggiungendogli concretezza. Tant’è che il successivo campionato finì alle Aguias: il Benfica perse una sola partita, l’ultima, ininfluente. Ancora una volta Béla aveva vinto alla prima stagione, dopo esservi riuscito anche ad Oporto. Coi biancoblu si era reso protagonista di una rimonta quasi impossibile, proprio ai danni del Benfica, che sarebbe poi stato il suo club. Nessuno avrebbe pensato che era già stato preso l’accordo per allenare gli acerrimi rivali. Alla fine della seconda stagione, fu il momento di tirare le somme: massimo trofeo intercontinentale portato a casa, Primeira Liga conclusa al terzo posto. Quando chiesero a Guttmann il motivo per cui la sua squadra non fosse arrivata prima, Béla rispose con un tono al limite tra il profetico e lo strafottente: «Il Benfica non ha il culo per sedersi su due sedie». A questo punto chiese al club un premio economico dopo il trionfo europeo: la dirigenza glielo negò frettolosamente spiegando come nel contratto non fosse prevista una somma supplementare al raggiungimento del risultato in questione. La reazione di Guttmann fu severa: «Ho avuto quattromila dollari in meno per aver vinto la Coppa dei Campioni rispetto al Campionato portoghese, nessun tentativo è stato fatto dai dirigenti per cambiare la situazione». Ma non si limitò qui, il mister ungherese, sicché l’ultima frase fu maledettamente profetica.

«Da qui a cento anni nessuna squadra portoghese sarà due volte campione d’Europa ed il Benfica senza di me non vincerà mai una Coppa dei Campioni».

Eccolo, il tanto temuto anatema. La dirigenza del Benfica ci rise su, in fondo non volevano acconsentire all’ennesima richiesta economica del tecnico. Le conseguenze di quelle parole dette a caldo, di getto, sarebbero state devastanti. Da quel momento, gli encarnados hanno infatti perso 10 finali. Oltre alle motivazioni squisitamente economiche, Guttmann disse pure di voler lasciare il Benfica non potendo allenare «quattordici commendatori», aggiungendo che «la terza stagione è quasi sempre mortale per un allenatore». Ma è inevitabile che il punto di maggior peso sia quello relativo alla maledizione che ancor oggi porta il suo nome.

Il cammino europeo del Benfica dopo l’addio di Guttmann

Nel 1990 a Vienna si giocò Benfica-Milan ed Eusébio, che fu allenato da Guttmann nel frattempo scomparso, si recò presso il cimitero ebraico di Wigner Zentralfriedhof a Vienna deponendo un mazzo di fiori e pregando sulla sua tomba. Senza successo, ça va sans dire, ma resta un episodio che ben rappresenta l’importanza che a Lisbona conferiscono ai poteri soprannaturali dell’anatema. Per placare la sua ira, all’interno del Da Luz è stata eretta una statua in suo onore: pure questo tentativo non è servito. E pensare che, se la parte della maledizione rivolta al Benfica sta funzionando eccome, quella relativa ad una squadra portoghese mai due volte campione d’Europa è stata sconsacrata da José Mourinho. Nel 2004 infatti il Porto vinse la Champions League, dopo aver trionfato in Coppa dei Campioni nel 1987. Oltre il danno (la maledizione), la beffa (gli acerrimi nemici in trionfo). Molti non credono agli anatemi, ma anzi affermano si tratti solo di spiacevoli ripetute combinazioni di semplicissima sfortuna corroborata da una particolare psicologia. Secondo questi, potrebbe trattarsi di fenomeni pseudo-veritieri o simil-paranormali. Ma chi glielo spiega a quelli del Benfica che mancherebbero ancora 45 anni?