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Estero
11 Aprile

Manchester City-Liverpool, e tutto il mondo fuori

Da qui passano i destini del calcio attuale (non solo inglese).

Era stata presentata come la partita dell’anno, Manchester City-Liverpool. La Premier League certe cose le sa fare piuttosto bene, e il circo mediatico allestito attorno alla Domenica delle Palme dell’Etihad aveva introdotto uno spettacolo coinvolgente. D’altra parte, con le due grandi rivali degli ultimi anni in terra britannica separate da un solo punto in classifica, l’occasione di presentare la sfida come resa finale era troppo ghiotta per poter essere ignorata – con buona pace anche degli altri 21 punti, ancora in palio, che rendevano la sfida di ieri una tappa cruciale ma non ancora definitiva.

E poi ovviamente loro. Guardiola contro Klopp, Jurgen e Pep, i nuovi duellanti del calcio europeo. Allenatori sempre più accentratori di una narrazione sportiva dicotomica e spettacolarizzata, obbligata a trovare a tutti i costi i volti da copertina – e a dargli un significato etico, ideologico e valoriale superiore – fino al punto di banalizzare la qualità immensa dei protagonisti in campo.

Sul campo le aspettative sono state (in parte) ripagate. Almeno a livello di spettacolo, lo scontro al vertice è stato scoppiettante, sebbene a tratti caotico. Già dall’inizio del primo tempo, di stampo quasi esclusivo dei Citizens, con la squadra di Guardiola partita a razzo dai blocchi: Sterling che dopo nemmeno cinque giri di orologio si divora il gioiello confezionato da Gabriel Jesus, e Kevin De Bruyne (ancora) che pochi attimi dopo mette la freccia del sorpasso con una conclusione deviata dalla media distanza.

Sembra tutto in discesa per il City, forte del vantaggio e di un’inerzia che consegue a un dominio territoriale evidente. Eppure questo non regge nemmeno una decina di minuti.

Al primo affondo, il Liverpool trova il pari iniettato dai suoi esterni, da sinistra a destra Robertson per Alexander-Arnold e ancora al centro, dove Diogo Jota sfrutta la pessima distribuzione dell’area degli sky blues e in discreta libertà appoggia il gol del pareggio. Il Liverpool però invece di sembrare rinfrancato dal pareggio (insperato) continua a mostrarsi poco brillante e leggermente confuso. C’è da dirlo, non è la migliore versione dei reds di Klopp, proprio dal punto di vista dell’intensità e della brillantezza fisica: è un Liverpool che gioca di posizione e non di aggressione, che gestisce – spesso subendo – e non aggredisce, e che non è in grado di sorprendere gli avversari come spesso gli era capitato negli ultimi anni.


La squadra di Klopp accusa la manovra avvolgente dei padroni di casa, mentre l’organizzazione difensiva traballa, sorpresa regolarmente alle spalle dai tagli e dagli inserimenti in profondità degli avversari. Gli affondi di De Bruyne e Cancelo mostrano le crepe nelle letture di posizionamento della linea difensiva, e proprio sull’imperfezione di Alexander-Arnold è Gabriel Jesus a ballare sul filo del fuorigioco e freddare con precisione il compagno di nazionale Alisson. Il Liverpool riagguanta quindi la partita negli spogliatoi, dove cala la tensione del City, e dopo pochi secondi dall’inizio il duo africano più famoso della Merseyside confeziona alla velocità della luce il punto del 2 a 2. Salah imbecca e dimostra di essere anche un grande passatore (dote sovente celata dal suo egoismo calcistico fuori scala), Mané realizza per la prima volta contro il City da quando veste il Liver Bird sul petto.

Nonostante il controllo della partita torni nei piedi del City nell’ultima mezz’ora, un gol annullato per fuorigioco millimetrico a Sterling, un palo da fermo al novantesimo di Mahrez e una follia davanti ad Allison all’ultimo respiro (sempre da parte dell’algerino), negano 3 punti che sarebbero stati più che meritati per gli uomini di Pep. Ciò non toglie che la prova offerta dall’undici di Guardiola sia stata per lunghi tratti abbacinante. L’intensità, la qualità e la velocità di pensiero, soprattutto del reparto centrale, hanno completamente destabilizzato un Liverpool frastornato, incapace di reagire colpo su colpo. Al ritmo di quel fenomeno belga che risponde al nome di Kevin De Bruyne, il quale esaudendo i desideri di Guardiola sta iniziando anche a segnare di più, il City è stato incalzante e avvolgente. Come scrive James Ducker sul Telegraph:

«in uno sport che divide come pochi altri, la maggior parte di noi sarà d’accordo sul fatto che il belga, in questa condizione, trasformerebbe qualsiasi squadra. Alla fine anche Virgil van Dijk, normalmente il più composto di difensori, aveva deciso che il modo migliore per affrontarlo fosse picchiarlo (…) Rosso in faccia e sulle guance spesso gonfie, la sua carnagione lo fa sembrare accaldato e infastidito in campo. Le apparenze raramente sono state più ingannevoli. Il fastidio è degli avversari».

Il grosso problema del City è che manca ancora un po’ di cinismo, per una decade riposto nelle gambe forti e nel talento smisurato del Kun Agüero, ma che nessuno è stato ancora in grado di raccogliere: la stessa tremenda colpa che costringerà il City, tra un paio di giorni e malgrado il dominio dell’andata, a giocarsi una serie tutta aperta al Wanda Metropolitano.


E poi la solidità difensiva, così poco celebrata, ma costante attributo silenzioso e determinante della stagione dei Citizens, improvvisamente smarrita. Certo è vero, affrontare il migliore attacco della competizione impone un tributo, eppure la natura dei gol e il numero ridotto delle offensive reds suggeriscono una giornata poco brillante, proprio nel momento decisivo. Il City non concede quasi più nulla agli avversari, ma nel momento in cui lo fa rischia di prendere subito gol – proprio come accaduto ieri. Ad ogni modo Pep, almeno ad oggi, ha molti motivi per consolarsi: la vetta mantenuta, il calendario di Premier non cero irresistibile (da qui alla fine) e la consapevolezza di aver dimostrato che il suo City, ad oggi, è probabilmente la squadra migliore del pianeta.

Diversamente si può dire per gli uomini di Klopp, che non solo devono affrontare un finale di stagione insidioso (tra cui spiccano la grande classica d’Inghilterra contro il Man United, il derby con l’Everton, una visita non certo di piacere al St. James’ Park e il match con i ritrovati Spurs di Conte però ad Anfield), ma anche una resa dei conti finale con la propria natura: in questa stagione, non solo in questa partita, il Liverpool è sembrata per lunghi tratti una squadra giù di giri. Ha sprintato all’inizio dell’anno, recuperando i 13 punti al City, ma ora sembra avere il fiato corto. A partire dal reparto offensivo.

Qui Mané e Salah paiono infatti accusare gli sforzi extra richiesti dalla Coppa d’Africa: se il senegalese non sta attraversando una stagione particolarmente prolifica, è addirittura peggio il caso dell’egiziano. Dal drammatico epilogo della rassegna continentale, Momo è andato in rete solo quattro volte in Premier, una sola su azione: una rete nelle ultime sette partite (su rigore), a fronte delle 19 precedentemente realizzate e delle medie spaventose a cui ci ha abituato. Uno stallo non solo realizzativo, ma anche fisico. L’argento vivo che le frecce rosse trasudavano nei loro strappi continui sembra essersi appannato, ecco perché in questo finale di stagione Klopp dovrà valutare sempre più l’utilizzo di Luis Diaz, il colombiano (colpo di lusso del mercato di gennaio) che ha accesso molte delle ultime partite del Liverpool.



A chi implorava un verdetto comunque l’esito dell’Etihad impone pazienza e suggerisce un campionato che si deciderà probabilmente all’ultimo respiro, rispettando l’equilibrio che sta regnando nelle ultime giornate di Premier League. Chi invece già rimpiange lo spettacolo offerto non dovrà aspettare troppo: tra meno di sette giorni si replica a Wembley con la semifinale di FA Cup per una prima resa dei conti, così da capire chi sarà ancora in corsa per il bottino pieno e chi invece dovrà rimandare l’appuntamento con il palco reale.

Quello che resta è un carattere sempre più tipico delle partite di cartello d’oltremanica.

Una tendenza spiccata ad aumentare l’intensità dei ritmi fino al limite estremo di sopportazione. Una lotta contro la lucidità e le energie che a volte compromette persino il piano tattico della partita, aprendo falle nello scacchiere e mettendo in evidenza errori all’apparenza banali, ma giustificati da velocità siderali. Una dinamica spettacolarmente contorta alimentata dal contesto, dalle aspettative, dagli occhi rivolti in massa verso il campionato più bello del mondo. Un calcio a tratti primordiale, senza pause.

Quello che in studio Paolo Di Canio e dalla pancia dell’Etihad Jurgen Klopp hanno definito come “un incontro di pugilato” con molti colpi dati e ricevuti, e pochi attimi per riprendersi da qualche affondo che intontisce e mette alle corde. Un’eredità che quando sbarca nel continente si scontra con i ritmi decisamente più compassati delle altre squadre europee, consentendo ai britannici di gestire a piacimento i giri del proprio motore: un vantaggio fisico e psicologico che ricorda, da lontano, quello di certi popoli d’altura in sfide internazionali a quote proibitive.

Ecco perché la sensazione è che nemmeno quella di sabato prossimo potrebbe essere l’ultima sfida tra i rossi e gli azzurri. C’è un ultimo atto di Champions League che sembra disegnato proprio per loro: i nuovi duellanti che hanno monopolizzato il calcio europeo e mondiale, ma ancor prima la rivalità più intensa dell’ultima decade di football.

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