Quando Mario Mandžukić è venuto al mondo tra le luci d’acqua dolce di Slavonski Brod, il fiume Sava deve aver sussultato. In realtà tutta la regione croata della Slavonia si è sentita pervadere il costato da un brivido patriottico: era nato un condottiero.

«L’uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, un cavo al di sopra di un abisso». È il prologo di una delle teorizzazioni più affascinanti sull’essere umano contemporaneo: Il Superuomo (o per meglio dire l’Übermensch) di Friedrich Nietzsche. In un’epoca di gregge individualista, il nichilista attivo può sormontare la passività filosofica del circondario, comprendendo come l’inesistenza di uno scopo nella vita terrena debba essere combattuta con un «accrescimento dello spirito», il quale spalancherebbe i portoni polverosi di una storia incessante. Epopea preannunciata dal pensatore teutonico in Così parlò Zarathustra, manifesto aureo dell’uomo libero dalle catene dei falsi valori etico-sociali, propinati dallo spirito apollineo, che viene scalzato da una nuova forma di spirito: quello dionisiaco.

 

Il condottiero

 

È la parabola calcistica di Mario Mandžukić, che già durante la militanza nella lega materna aveva dimostrato vivide tracce di superomismo cronico. Una volta sbarcato in Bundesliga, portando in alto il vessillo del Wolfsburg, è maturato velocemente, caricandosi sulle spalle tutto il peso della sua nazionale e afferrando di diritto una seggiola d’onore nella squadra più sadica di sempre: il Bayern Monaco di Jupp Heynckes. Diventa il terminale offensivo di un team brutale che stravincerà tutto in Germania, in Europa e nell’emisfero: un suo goal di debordante opportunismo, il 25 maggio 2013, a Wembley, contro gli acerrimi rivali del Borussia Dortmund, contribuisce a sancire l’impero bavarese sugli orizzonti calcistici continentali.

 

Il tocco in finale di Champions.

 

Numero diciassette sulle spalle – numero nove sull’anima – di trincerante battaglia: i difensori che lo marcano finiscono sovente malconci la lunga contesa. La sua predisposizione filosofica alla sfida, che diviene braccio di ferro spirituale, che destabilizza come i futuristi colori di Umberto Boccioni su tela, ci rimanda a una pellicola leggendaria, la saga più commovente di Sylvester Stallone: Rocky.

 

Il fondente di Rocky ai danni di Ivan

 

Quante volte, mentre difendeva i colori dell’Atletico Madrid di Don Simeone, si è rotto il setto nasale, ma ha continuato a giocare, picchiando più forte, segnando addirittura il goal decisivo dei novanta di fuoco. Domina il green ring con la stessa tempra di Rocky nel capitolo quattro, nel celeberrimo scambio di sangue con Ivan Drago: «E se credi di essere forte lo devi dimostrare! Perché un uomo vince solo se sa resistere!».

 

La resistenza, quella sovraumana, quella umana troppo umana. Mandžukić alla Juventus diviene la pietra di Davide contro i Golia europei: esterno alto nel 4-2-3-1 di Massimiliano Allegri, la bocca di fuoco che non ti aspetti. Porta tre croci, suona la marcia d’assalto e al culmine del buio canta: la sua voce tempesta gli equilibri di gioco, con rauca dolcezza, come quella impressionante di James Hetfield, frontman dei Metallica. Quando taglia l’area di rigore e conclude un’azione manovrata con suprema classe, riecheggia Nothing one matters nei timpani avversari. Quando rincorre l’ala nemica sulla fascia e gli ruba la sfera con famelica arguzia, in scivolata, facendo rifiatare i compagni e dando modo di ripartire ad Alex Sandro grazie al colpo dello scorpione, è l’assolo di One a spadroneggiare.

 

La rovesciata di Cardiff.

 

Mario è il calciatore totale del football ipertrofico, l’arma bianca che ogni coach sogna nella propria faretra. Colpo di testa da dieci più, sponde toste, movimenti senza palla, finalizzazione chirurgica, polmoni d’acciaio, moti di genio maestosi: la rovesciata orgasmica della finale di Cardiff tra Juve e Real è uno spot per il guerriero del Duemila. Un gladiatore prestato alle narrazioni de coubertiane, Il cervo bianco di Croazia che regala gioie impassibili oltre l’Adriatico: lo stesso cervo dipinto in poesia da uno dei più reboanti cantori della modernità: Ezra Pound.

«Li ho visti tra le nuvole sull’erica.

Eccoli! Non sostano né per amore né per dolore,

Eppure i loro sguardi sono quelli di un’innamorata,

Quando il cervo bianco irrompe dal coperto

E il vento bianco rompe il mattino.

 

“È Fama, il cervo bianco, che inseguiamo,

Chiamate la muta del mondo a raccolta!”».