Boris Cyrulnik era un bambino, a Bordeuax, quando i nazisti occuparono la Francia. La sua famiglia era ebrea. I rastrellamenti che seguirono l’invasione condussero i Cyrulnik ad un orribile destino: furono deportati in un campo di concentramento. Il piccolo Boris scampò alla sorte tragica che colpì i suoi genitori. Si salvò nascondendosi nel bagno di una sinagoga: era il 1943 e la sua vita era già segnata. Venne affidato ai servizi sociali. Era un orfano, ma la sua condizione non fu riconosciuta dallo Stato: la burocrazia lo costrinse alla povertà, all’isolamento sociale. Eppure il giovane Boris si riprese. Riuscì a intraprendere e proseguire gli studi. Ricostruì un mondo che era andato in pezzi. Arrivato all’università, si laureò in medicina, per poi specializzarsi in psichiatria e psicanalisi.

 

Lungo quel cammino, e attraverso il sentiero che ha continuato a percorrere, Cyrulnik ha definito il contenuto semantico di una parola: resilienza. La società dei consumi, votata al rapporto tra produzione e consumo, ha trovato in quel termine una sorta di opposto morale. Ha scritto Cyrulnik:

“La resilienza in passato esisteva sicuramente nel reale, ma non era presente nella rappresentazione verbale di tale reale. I bambini e gli adulti traumatizzati si “arrangiavano” come potevano. Tutti soffrivano, molti restavano segnati e solo alcuni riuscivano a riprendersi, senza che nessuno cercasse di comprendere come avevano fatto a proteggersi dalla sofferenza e a ritrovare il loro posto nel mondo degli umani”.

 

La risposta a questo interrogativo ha un nome e un cognome: Manuel Bortuzzo.

 

Manuel: semplicemente invincibile

 

É nel centro riabilitazione di Santa Lucia, a Roma, che Manuel si esercita alla resilienza, diventandone un campione. Lì dimostra la veridicità degli studi di Cyrulnik, la conferma alle elaborazioni che si leggono in libri che rappresentano un compendio essenziale sull’argomento. Titoli come “Il dolore meraviglioso”, oppure “I brutti anatroccoli”. Brutto anatroccolo lo è stato lo scrittore francese, costretto a nascondersi dalle retate naziste, facendo il garzone in una fattoria, celandosi dietro le false generalità di Jean Laborde. Il dolore non è mai meraviglioso, ma nell’ossimoro di Cyrulnik c’è molto della vita di Manuel e della cesura che l’ha divisa in due, tra un “prima” e un “dopo”.

 

Prima e dopo la notte tra il 2 e il 3 febbraio, la notte in cui una pallottola gli si conficcò nella spina dorsale, mentre con la sua fidanzata era fermo a un distributore automatico, a Roma. Si era appena trasferito da Treviso, la sua città, per andare ad allenarsi ad Ostia, lui che è un talento del nuoto in una famiglia in cui questo sport è un’abitudine: sono in quattro figli, e tutti lo praticano. Non il padre, tuttavia, che nell’acqua annaspa. Fu proprio a lui, alla fine di un anno difficile sul piano agonistico, con la mononucleosi a sabotare prestazioni e risultati, che Manuel disse che doveva andare via da casa e prepararsi altrove, “per fare le cose per bene”. Invece un delinquente, a bordo di un motorino guidato da un altro sgherro, gli ha sparato, per un drammatico scambio di persona, ad Axa, quartiere romano tra Acilia e Casal Palocco.

 

In quel preciso momento la vittorie e la sconfitte non sono più esistite, davvero incarnate in quegli impostori di cui parlò Rudyard Kipling. Cyrulnik ha detto che i traumi che spezzano le vite in quel che erano, quel che sono e quel che saranno (o che non potranno essere), conducono con sé una forma di vergogna: “Questo sentimento velenoso, questo ascesso nell’anima, non è irrimediabile: si può passare dall’onta alla fierezza quando la nostra storia evolve o per il modo in cui stiamo nel nostro gruppo culturale di riferimento”. La foto con Bebe Vio che Manuel ha pubblicato sui social network dopo averla incontrata, il commento con cui l’ha accompagnata postandola (“Il dono più bello della vita ‘IL SORRISO’. Non è mai finita se non lo decidi tu, energia pura, gradita visita di Bebe Vio, campionessa di vita)” è un inno alla resilienza. E, per arrivare a questo genere di consapevolezza, a Manuel è bastato essere se stesso.

 

Un sorriso che vale più di mille parole (Foto Cecilia Fabiano – LaPresse)

 

“Ho guardato avanti e ho cercato tutte le cose più belle che potevano esserci e che mi aspettano. Sono molto di più di quelle brutte che ho passato”. C’è qualcosa di laicamente sacro nelle parole che Manuel ha pronunciato, in un intervento televisivo su La7. Una consapevolezza liquida, più imponente di una rivelazione mistica. Quando è tornato in vasca, dopo aver sconfitto la morte, da poco uscito dall’ospedale, il suo è stato un nuovo battesimo: “Mi sono seduto sul muretto ho messo le gambe in acqua e niente. Non ho sentito niente. Poi, piano piano, sono entrato con tutto il corpo e mi sono sentito bagnato, finalmente, a 360 grandi e una volta immerso ho provato una sensazione bellissima a cui prima non davo peso: perché adesso muovere tutto, sentire tutto, riuscire a stare a galla è un’emozione grande”.

 

Ogni cosa è illuminata, adesso. La lezione della resilienza è un manifesto che Manuel traduce nel coraggio che supera la paura, e lo fa anche nel ricordo del buio che, improvvisamente, l’aveva circondato, un’oscurità di piombo: “Ho visto il viso di chi ha sparato, ho visto l’arma e in quell’istante ho pensato come è possibile? È vero? Ho pensato a tutte quelle cose che non avevo fatto e credevo che la mia vita fosse finita”. Non è finita se non le decidi tu, invece. Il messaggio di Manuel è un mantra. Si dice che gli sportivi abbiano risorse interiori sconosciute. Sarà per la necessità di essere sempre in lotta, per la ricerca di un altro obiettivo, di un traguardo diverso da raggiungere giorno dopo giorno. Sarà perché vincere è un dettaglio quando l’ultima stilla di sudore è schizzata fuori, l’adrenalina è salita e l’hai consumata prima che fosse lei a farlo. Pensi anche ad Alex Zanardi, pensi a Elena Fanchini. Esempi di paradigmatica resilienza. La sfida è adesso.

 

Manuel Bortuzzo, a terra, ferito, sentiva che la vita gli scappava via. Aveva guardato la sua ragazza, Martina, e le aveva detto: “ti amo”: una dichiarazione d’amore che è un vellutato rumore contro il frastuono di fuori. Manuel ha gettato nei solchi di un campo arato con dedizione, semi che sono germinati con la capacità di respingere il Nulla che divora il mondo, un riflesso che Michael Ende descrisse nel suo “La storia infinita”, uno dei più bei libri per bambini adulti che sia mai stato scritto. Quando Manuel, nel letto d’ospedale, stringe le mani di sua mamma dicendole “Fatti coraggio, supereremo anche questo”, ecco che torna il messaggio di Cyrulnik, riportato nella prefazione dello studioso francese al libro “Educarsi alla resilienza”, scritto dalla psicologa Elena Malaguti:

 

“Gi Angloamericani – osserva Cyrulnik – impiegano il termine “resiliente” in senso corrente, che può essere reso dalla seguente espressione: “Non è niente: la vita continua”. Una frase di questo genere per noi europei è sintomo di negazione e non di resilienza.”

 

La resilienza non è sopravvivere: è vivere. Vivere ancora, vivere di più. Ma se per un attimo ci stacchiamo dalla pagine di Cyrulnik e leggiamo, invece, le frasi di Manuel, la sua risposta alla domanda su come si veda tra dieci anni, avvertiremo ancora quel vellutato rumore che va oltre il Nulla: “Spero in piedi. Per guardare avanti non bisogna guardare indietro, la mia vita è sempre la stessa. Potevo battere la testa e non essere più me stesso”. Penso alle Olimpiadi. Sì, le Olimpiadi, non le Paralimpiadi. Il sorriso c’era prima e c’è adesso, non sono cambiato. Manuel che piange è molto raro ma ci sono stati momenti, soprattutto a inizio terapia, in cui non riuscivo nemmeno a girarmi sul lettino. Lì sono stato colpito da un po’ di sconforto ma ora ci rido su, perché riesco a girarmi benissimo. Sono fortunato, mi sono ripreso al 110 percento. Ok, non ho più l’uso delle gambe, ma sopra sono perfetto. Forse il terrore più grande era quello di non tornare più me stesso”.

 

Manuel Bortuzzo: molto forte, incredibilmente vicino.

 

Foto copertina: Ansa, Ettore Ferrari