Il senso di solitudine, di vuoto esistenziale, di abbandono su cui è costruita la mistica del portiere di certo non si addice all’altero teutonico Manuel Neuer. Basti osservare con che animo, con quale calore, l’intera squadra del Bayern lo abbracci dopo il triplice fischio del Da Luz. Non è certamente solo o abbandonato. L’abbraccio del mondo bavarese al suo superman dagli occhi azzurri dimostra che Manuel non si è limitato ad essere lo sweeper keeper (“il portiere-libero”) per eccellenza, ma si è imposto come vero e proprio trascinatore nella cavalcata infernale del Bayern.

 

 

Limitandoci ai gesti tecnici della finale Manuel sembra aver lasciato alle spalle infortuni e polemiche, ritornando a livelli di supremazia solenne, a tratti imbarazzante, quasi ingiusta nei confronti degli avversari e del gioco stesso. Fin dalla prima occasione del match Neuer inizia a sciorinare l’intero repertorio di parate: si oppone in primis a Neymar che, incrociando con il mancino al 19’, trova una straordinaria risposta; poi al 69 minuto quando disinnesca, con i piedi, un colpo sicuro di Marquinhos che non può far altro che arrendersi allo strapotere della piovra tedesca. Nel frattempo condisce queste due perle con uscite intelligenti e parate pratiche.

 

 

Gli interventi su Neymar e Marquinhos, in termini di importanza, valgono quanto una coppa alzata al cielo (senza contare quelli effettuati con Lione ed Atalanta). Ma è anche il modo in cui Neuer para ad essere immediatamente riconoscibile, con quelle sue sculture da meccanica del movimento tipiche del portiere moderno. L’utilizzo del busto, la postura impettita, le uscite repentine e l’utilizzo sapiente dei piedi descrivono l’evoluzione di un ruolo che vede nel tedesco un attore protagonista. Perché la forza del Bayern sta certamente nell’elevata caratura offensiva, ma questa è costruita sulla solidità e il dinamismo difensivo che trova in Manuel il centro di gravità permanente dell’intero reparto. Non a caso Flick, a fine partita, ha dichiarato:

“Noi abbiamo il portiere migliore al mondo che ci ha tenuto a galla in diverse situazioni”.

Basta guardare i numeri di Neuer nella sola fase finale di Champions: 3 soli goal subiti, 3 clean sheet con Chelsea, Lione e Psg, 12 uscite in presa di media a partita ed una precisione media nei passaggi che rasenta l’89% del totale. Al di là delle analisi suffragate da statistiche e numeri, è interessante osservare come, da Manuel in poi, il ruolo del portiere si sia via via evoluto fino a diventare centrale nell’economia di una squadra che punta a giocare un calcio propositivo ed armonico.

 

Manuel Neuer alza la Champions League con i suoi

Davanti a tutti, ad alzare la meritata Coppa al cielo. (Photo by David Ramos/Getty Images)

 

 

La diffusione, a macchia d’olio, di concetti come la marcatura a zona e l’utilizzo di trappole da fuori gioco ha portato a far svanire della figura del libero: oggi è il portiere ad indossare il numero 6 e a rappresentare un apporto decisivo alle due fasi di gioco. La genesi rivoluzionaria per antonomasia si ha nel 2013, quando sulla panchina bavarese siede Pep Guardiola. Di quel periodo Rumenigge ricorda:

“Manuel, con le sue abilità, ha rivoluzionato il ruolo del portiere. Ricordo come Guardiola ebbe l’idea di schierarlo a centrocampo. Sarebbe potuto sembrare un atto di arroganza ma so che Manuel sarebbe andato bene anche da centrocampista”. 

Dall’idillio Neuer-Guardiola in poi, il portiere è diventato fondamentale tanto nella costruzione dal basso quanto nel gioco posizionale difensivo: in fase offensiva l’estremo difensore riveste il ruolo di “libero”, creando superiorità numerica in costruzione e contribuendo ad eludere il pressing avversario. Il tedesco incarna perfettamente la versione “proattiva” del portiere – come dicono gli studiati – e riesce a conquistare ampie porzioni di campo accompagnando la linea difensiva, verticalizzando anche quando serve per veloci attacchi in contropiede. Un vero e proprio maestro di posizionamento, capace di muoversi insieme alla squadra tutta.

 

 

Difensivamente, invece, Neuer alza il suo raggio d’azione coprendo i punti morti che la difesa lascia nell’utilizzo del fuorigioco. Servono a tal proposito intelligenza, lettura del gioco e un’inclinazione naturale all’assunzione di rischi e responsabilità, tutte caratteristiche che consentono al tedesco – ancor prima di parare – di subire una quantità di tiri esigua. È proprio la comprensione del gioco, poi, che fa “uscire” Neuer come nessun’altro: le sue indiscusse qualità di uscita in presa – con una percentuale di cross intercettati in Bundesliga che si attesta intorno a uno straordinario 68% – e le uscite “a mantide religiosa con l’ausilio delle lunghe leve, di garelliana memoria, rasentano la perfezione e segnano una netta differenza con altri portieri, bravissimi tra i pali, ma che in questo aspetto del gioco rivelano tutti i propri limiti.

 

 

Un video con alcune tra le migliori giocate di Neuer: di lettura, tecniche, tattiche e chi più ne ha più ne metta

 

 

Dall’avvento di Guardiola alla guida del Bayern, il concetto di portiere di movimento è stato sdoganato come un dogma tattico quasi irrinunciabile. L’influenza che Neuer e quindi il calcio tedesco hanno esercitato sul movimento calcistico globale ha fatto sì che in Germania, in primis, si prestasse attenzione all’interpretazione del ruolo: così portieri molto diversi dal numero 1 bavarese come Gulacsi, Sommer, Steffen hanno reinterpretato il ruolo in maniera “proattiva”, conservando le loro peculiarità. 

 

 

Chiaramente non tutti gli allenatori ritengono essenziale avere un portiere capace di utilizzare i piedi come fosse un metodista. L’uscita palla al piede non è l’unico modo possibile di giocare al calcio, e non è nemmeno un dovere tattico (e morale) che coincide necessariamente con i risultati. Tuttavia il ruolo del portiere si è evoluto notevolmente, anche per chi non pretende di giocare dal basso: l’estremo difensore diventa utile in fase di non possesso con interpretazioni di uscita più aggressive, necessarie, ad esempio, per chi ricerca una palla lunga codificata o l’aggressione delle seconde palle.

L’altra faccia della medaglia, inequivocabilmente, ci porta anche a dover sottolineare il fatto che per interpretare il ruolo del portiere alla Neuer, bisogna essere Neuer.

Non basta sapere – o credere di saper – giocare il pallone con i piedi, serve innanzitutto presenza tra i pali, fisico e una dote elevata di tecnica di base. Oggi non staremmo neanche parlando delle qualità da “libero” di Neuer se egli non fosse il più forte al mondo “tra i pali”. Questa può sembrare una banalità, ma spesso viene tralasciata in interpretazioni fin troppo ardite che dimenticano il punto di partenza: un portiere deve innanzitutto parare, nel miglior modo possibile.

 

 

Anche perché per essere uno sweeper-keeper non basta la buona volontà e nemmeno la sola tecnica in senso stretto, si pensi agli innumerevoli tentativi di scimmiottamento che vanno da Ederson a Cilessen passando per il nostro Gigio Donnarumma. Per giocare in un certo modo bisogna avere mezzi, intelligenza e capacità di lettura, con buona pace degli allenatori oltranzisti che costringono i loro portieri a rischiare spesso la giocata senza quantificarne lo spessore dei fondamentali.

 

Manuel Neuer Getty

Manuel Neuer e Marc-Andre ter Stegen, la scuola tedesca degli “sweeper keeper”: dietro, per non farci mancare nulla, Pepe Reina, il libero con i guanti per eccellenza (Photo by Matthias Hangst/Bongarts/Getty Images)

 

 

Fatto sta che da ultimo uomo solitario, da lodare solo per qualche rigore parato o per la maglia sgargiante diversa rispetto ai compagni, il portiere si è evoluto con l’intero concetto di difesa. Non ci è dato sapere fin dove la sperimentazione, sempre più cervellotica, si spingerà a livello tattico (se ad esempio si arriverà a concepire il portiere come corpo unico con la squadra aumentandone il concetto di fluidità, in un processo simile a quello del calcio a 5). 

 

 

Ciò che sappiamo con certezza è che Manuel Neuer, massima espressione del moderno portiere, è sinonimo di bellezza e al contempo di puro pragmatismo tedesco. Bello e buono, come avrebbero detto i Greci, o meglio bello e vincente. Ma Neuer è anche prodotto di sperimentazione ed attenzione teutonica ad un ruolo che prima, non molto tempo fa, trovava come massima espressione la scuola italiana. Qualcosa, forse, noi Italiani potremmo esserci persi per strada, anche tra i pali. Magari troveremo una terza via, un nuovo modo di concepire il ruolo che per anni ha visto Zoff, Peruzzi, Toldo e Buffon giganteggiare su tutti. Magari un giorno. Oggi però, che ci piaccia o no, è il momento di Manuel Neuer, è il momento degli sweeper-keeper.