Maradona non aveva ancora lasciato questa terra che i bigotti del quarto d’ora già avevano istituito l’Inquisizione, maledetti baciapile della limpieza de sangre. ‘Campione eterno ma uomo discutibile’, ‘il migliore di sempre in campo, piccolo uomo fuori’, ‘cocainomane, violento, populista’, un climax parrocchiale abile a spegnere il fuoco di ogni passione. L’arte non dev’essere morale e l’artista non ha nulla da dover insegnare, la kalokagathìa non trova spazio nell’estetica. L’arte nasce dal dolore, questo non comprendono i poveri di spirito ora incarogniti sulla memoria di un genio.

 

 

Se n’è andato a novembre Maradona, quattro anni dopo Fidel e quindici dopo George Best, nel mese più misero che ci sia dopo una vita vissuta a farsi del male. E a noi non interessa né delle mogli malmenate né dei festini con la camorra, o dei figli persi e dei chili presi. A noi interessa di cosa ha fatto al calcio nella sua accezione più nobile, quella che porta uno sport ad essere religione di popolo. O un uomo ad essere mito.

 

 

Maradona non può essere strumentale al riscatto di Napoli o dei barrios di Baires e dell’Argentina tutta. Non c’è spazio per alcuna funzione allegorica, nessuna didascalia. C’è solo l’uomo e la sua natura fragile in tutta la sua accessibile nudità. Ronaldo e Messi non sono gratuiti, devono vendersi. Uomini-industria che hanno asservito genio e talento alla produzione di valore. Maradona, semplicemente, no.

 

Maradona sorridente e spensierato (Photo Getty)

 

 

No, come tutti i logorroici epitaffi che ora si affannano a dipingere la stella caduta. Il genio di Maradona non è rubricabile così come tutta la sua vicenda umana. C’era il campo e la pelota e tanto bastava per farlo mezzo uomo e mezzo dio. Inutile cercare l’etica nell’estetica. Maradona non dev’essere letto come eroe né come capopopolo, come tanto gli piaceva credere. Ma come icona di cui il popolo si impossessa perché lo rappresenti nella lotta.

 

 

Il calcio è contrapposizione, contrasto e forse anche guerra, e nelle battaglie si sceglieva il campione che combattesse al posto d’altri, e Maradona era il migliore tra tutti. Nessuna responsabilità, nessun peso storico da dover sopportare e soprattutto alcun esempio da dare. Questa ansia censoria, così capace di distinguere bene e male, giusto e sbagliato, quando si occupa di arte diventa davvero noiosa. Sanificare tutto, pulire ogni male dal peccato e liberare il mondo dagli immondi. Ma chi se ne fotte della prosa quando c’è la poesia.

 

Gracias Dios, por el fútbol, por Maradona, por estas lágrimas, por este Argentina 2 – Inglaterra 0.

 

Lo abbiamo fatto santo e reso culto, adorato e pregato, sovraccaricato di un’epica insopportabile per chiunque, figurarsi per il più uomo tra gli uomini, fallibile tra i fallibili. Ma chi se ne fotte del Maradona di Kusturica, di Sorrentino e di questa pedante oleografia che lo ha dovuto dipingere a tutti i costi qualcosa che non poteva essere. Ripugnante tanto quanto i preti che ora non lo assolvono da morto. Sembrò alegrí­a en el pueblo, regó de gloria este suelo, donando, senza che nessuno glielo chiedesse, gioia e gloria. Ha detto tutto uno striscione apparso in Argentina l’anno scorso: “Non importa cosa hai fatto alla tua vita Diego, ma cosa hai fatto alle nostre”.