Calcio
25 Novembre 2022

Diego Armando Maradona, il 'falso' messia

Fuori dalla vocazione, fuori dalla Legge, fuori dal potere.

Mentre gli appassionati di calcio si trovano smarriti nel deserto qatariota – deserto spirituale ancora prima che geografico –, può essere salvifico levare lo sguardo alle stelle e rivolgere una preghiera laica a Diego Armando Maradona, il messia più bislacco della storia del fútbol di cui oggi ricorre il secondo anniversario della morte. Ne L’écriture du désastre, Maurice Blanchot racconta una storiella talmudica secondo cui il messia si trova fuori dalle mura della città in mezzo ai miserabili colpiti da piaghe. L’eternità è un bimbo che gioca – recita il noto frammento di Eraclito. Nell’intersezione tra queste due sentenze sta el Diego, il ragazzetto straccione predestinato a giocare al calcio.

Il bimbo di Villa Fiorito ricevette una chiamata tremenda: come Abramo, che si mise a rassettare la casa pur di non rispondere alla convocazione di Dio, Maradona ha sempre tentato di sottrarsi al suo talento. La droga, l’alcol e le cattive compagnie sono stati solo i détours che Maradona ha preso per nascondersi di fronte al suo compito. Scartare è stata senz’altro l’arte che Maradona ha padroneggiato al meglio: scartare gli avversari e scartare la propria vocazione fino a rendersi scarto. Di Maradona è stato sublime lo spreco.

Nel rifiuto della propria chiamata, Maradona è stato simile a quei falsi messia dell’ebraismo che per rinunciare alla loro vocazione si convertirono ad altre religioni. La fuga da sé e dalle proprie responsabilità si configura come la categoria più pregnante per comprendere Maradona: l’evasione era per lui l’unica via percorribile. Se infrangere la Legge è necessario per scampare il pericolo di realizzare pienamente se stessi, ogni colpa del grande criminale Maradona si ribalta in una redenzione e ogni sprofondamento si trasforma in una risalita. Il gol di mano, del resto, ha preceduto di pochi minuti il gol del secolo.

La mano di Dio non poteva che essere la sinistra. Il mancinismo di Maradona è stato essenziale alla carica messianica del personaggio.

Mano debole – scartata –, la sinistra ha assestato un colpo decisivo all’Inghilterra, la potenza imperialistica che aveva vinto la guerra delle Malvinas – l’unico scontro tra due Paesi occidentali dalla fine della Seconda guerra mondiale. Sinistra contro destra, ma anche sud contro nord sono le direzioni in cui si è esercitata negandosi la debole forza di Maradona, il quale ha condotto l’Argentina a vincere un mondiale contro la Germania Ovest e il Napoli a interrompere il predominio delle squadre del Nord Italia. Capitano senza regole, comandante senza ordini, el Diego ha trascinato due popoli sconfitti alla rivincita.



Buenos Aires e Napoli sono evidentemente due città di descamisados. I tatuaggi che Maradona portava di Ernesto Guevara e di Fidel Castro – morto anch’egli il 25 novembre – erano i segni della sua vicinanza al popolo: Yo soy el Diego de la gente si intitola un’autobiografia di questa canaglia. Maradona, che a differenza di Pelé ha sempre disprezzato la connivenza con quelle potenti istituzioni che oggi stanno rovinando il calcio, è rimasto un ragazzetto di potrero. A proposito della contrapposizione fra il candore immacolato di Maradona – “la pelota” del resto “no se mancha” – e la grigia istituzionalità di Pelé, “beniamino dei media e trastullo dei politici”, Vladimir Dimitrijević scriveva ne La vita è un pallone rotondo, l’unico libro calcistico a essersi intrufolato nel catalogo Adelphi:

«Quando Don Diego fa il suo ingresso in un qualsiasi bar, tutti gli vogliono offrire un bicchiere. Ma a Pelé no, aspettano che il giro lo paghi lui».

Maradona allora è stato il più grande dentro un campo da calcio, ma è stato ancora più grande fuori – fuori dalla vocazione, fuori dalla Legge, fuori dal potere. Ad10s

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