Ci eravamo a abituati a vederlo pasciuto e tronfio, volontario prigioniero di una gabbia dorata emiratina, costruita intorno alla sua leggenda. Diego Armando Maradona, il più grande calciatore di tutti i tempi, aveva deciso di fermare il tempo tra un passato glorioso e un futuro incerto, regalandosi un presente in precario equilibrio tra l’anonimato in panchina e l’attrazione da circo. Perché in fondo la carriera di allenatore di Maradona, professione ufficiale sulla carta d’identità di D10S, è stata breve e decisamente irrilevante in Asia Occidentale. D’altronde, non poteva essere altrimenti. Non ha mai convinto l’idea che l’attore principale del Gioco nella sua massima espressione potesse davvero accettare il ruolo di comparsa, relegato in un calcio farlocco puntellato solo talvolta da qualche vero giocatore, disposto a svernare sotto il sole del deserto.

 

È sempre sembrato quasi un pacifico isolamento da una vita vissuta in costante fast forward, una pausa dal suo mondo complesso, sedotto dalla prospettiva di un’esistenza comoda, in cui gli sceicchi si facevano bella mostra della sua presenza, al pari delle Ferrari variopinte che sfrecciano nell’artificialità di Dubai, Abu Dhabi e Doha. Il biennio alla guida della “sua” Seleccion aveva rappresentato una parentesi che ci aveva seriamente illuso che Diego avesse scelto la propria strada. Alla guida dell’Albiceleste, da selezionatore, aveva riacceso i riflettori sulla sua dimensione sportiva, fatta di scelte forti, conferenze stampa in trincea contro tutto e tutti. Semplicemente Diego, come sempre.

 

Maradona nel 2010, come allenatore dell’Albiceleste (foto di Kevork Djansezian/Getty Images)

 

Non aveva fatto nemmeno peggio dei precedenti C.T., raggiungendo in Sud Africa degli onesti quarti di finale, dopo aver agguantato il pass per i mondiali consegnando, nel diluvio biblico del Monumental, una delle nottate più incredibili del calcio latino. Poi una decade di nulla, spesa a lanciare saette mediatiche dal suo scranno privilegiato contro chiunque si frapponesse tra lui e la sua visione, sovente distorta, del calcio mondiale. Spesso, se non sempre, inadeguato ‘vate’ di un mondo che gli è sfuggito dalle mani e di cui spera di catalizzare l’attenzione sbraitando come un bambino che ha perso la mamma in un supermercato.

 

L’anno passato aveva stupito accettando di trasferirsi a Cualicán, nel Sinaloa, tristemente nota come una delle capitali mondiali del narcotraffico, e con i Dorados, modesta squadra della Serie B messicana, aveva raggiunto l’impensabile traguardo della finale playoff nella serie cadetta. Il nostos del Pibe Odisseo si è finalmente concluso e ha chiuso un cerchio aperto tanti anni fa tornando a casa. A La Plata, il Gimnasia Y Esgrima ha offerto al Diego nazionale un contratto da allenatore della propria squadra, ma soprattutto un’occasione, forse l’ultima, per concedere a D10S la chiave per rientrare nel calcio, quello vero.

 

In Argentina troverà il popolo che lo ha sempre amato, che gli ha perdonato gli errori e concesso indulgenza eterna al di là di tutto; ma anche i molti proci, avversari che la sua dissennatezza ha contribuito ad accrescere. Sia di fronte agli uni che agli altri avrà il peso della responsabilità di prendere una decisione che da troppo tempo rimanda. È ora di crescere, di diventare un allenatore vero, indipendentemente dal successo, per riprendere una storia che è da troppo tempo ferma a una provetta con tracce di efedrina. Suerte, Diego. Il calcio ti aspetta ancora.