Interviste
21 Giugno 2023

Marcello Lippi: il segreto è parlare poco

Intervista a un monumento del calcio italiano.

Quando ho inviato un messaggio a Marcello Lippi, richiedendo un’intervista che avesse come ‘soggetto’ l’uomo ancor prima che l’allenatore, devo essere onesto: non mi aspettavo un messaggio di risposta. Messaggio che, effettivamente, non è mai arrivato. Dopo pochi minuti però mi è squillato il telefono: Salve sono Marcello Lippi. Un po’ tremebondo ed emozionato – parliamo di un monumento del calcio italiano, e di un uomo che mi/ci ha regalato una delle più grandi gioie sportive nazionali – ho bofonchiato qualcosa di sconnesso che nemmeno ricordo.

Ora sono fuori per trovare mia figlia – ha tagliato corto –, appena torno facciamo l’intervista. Chiamami martedì”. Un gentiluomo d’altri tempi, di quelli che perdono poco tempo in chiacchiere superflue (sarà il topos della nostra intervista) e ancor meno in messaggi. Alla faccia di una fama da burbero, talvolta anche da antipatico, che Lippi si è portato addosso per non essere mai stato un grande amante dei riflettori e di certe logiche extra-campo. Comunque, adesso veniva il difficile: preparare un’intervista contrastiana, al di là dei luoghi comuni e delle domande sul prossimo vincitore dello scudetto o sui movimenti dei grandi club sul mercato.

L’uomo e il mare. Qualcuno ci ha detto che, esclusa la famiglia e il pallone, la sua vita si potrebbe riassumere così. È vero? Per lei i luoghi dell’anima comportano sempre il mare?

Si, è vero. Io sono innamorato del mare. Tutto ciò che lo rappresenta mi fa stare bene, mi comunica un senso di pace. Dalle passeggiate alle nuotate, per non dimenticare quelle giornate in mezzo al mare in barca. Ti comunica un senso di serenità unico nel suo genere. Riesco ad immergermi in ciò che mi circonda. Posso dire che è il mio elemento, adoro tutto ciò che ruota intorno ad esso.

Da ragazzo se l’è goduta, nella Versilia del boom economico, ma si è anche dato da fare. Che ricordo ha di quegli anni?

Non ho studiato molto in quegli anni. Ero un giovane che non amava i libri ma in egual modo non potevo solo fare la bella vita e mi sono dovuto dare da fare. Da giovane ho lavorato come elettricista e poi ho aiutato mio padre nell’attività di famiglia lavorando con lui in pasticceria. Ho sempre apprezzato la dedizione della mia famiglia nello svolgere quel genere di attività. Tutto questo mi ha portato con gli anni ad un forte rispetto delle professioni, soprattutto una volta entrato nel mondo del calcio.

Tornando ai ricordi, sono stati degli anni fantastici quelli di quand’ero giovane. La Versilia era bella da vivere all’epoca, era il boom in quegli anni. C’era un forte senso di leggerezza ma anche di voglia di fare. Lavoravano tutti, dai centri balneari passando per bar e ristoranti.

Ha raccontato di essere cresciuto nella Stella Rossa di Viareggio: «una specie di cellula comunista ma la politica non c’entrava, anche se in pullman ci facevano cantare ‘‘Bella ciao’’ e ‘‘Soffia il vento’’». Eppure, l’anno prima giocava «nella squadra dei preti». Ci racconta un po’ quegli anni, in cui anche lo sport si divideva tra oratori e sezioni politiche?

In realtà, nonostante si possa pensare il contrario, non c’era un vero significato politico in quelle realtà. Era un modo di stare insieme, di divertirsi e crescere intorno allo sport. In piccole realtà cittadine due erano le squadre con cui potevi giocare a calcio, non voleva significare per forza abbracciare un’idea politica. Le canzoni che cantavamo, che tu nomini, erano solo per perdere tempo. Erano canzoni che facevano parte della comunità. Stiamo parlando comunque di realtà del nord Italia negli anni post guerra.

Ho giocato anche con la squadra chiamata “Pretini”, lì ho iniziato come tutti i ragazzini che giocavano a pallone. Quella società aveva un campetto che diventava luogo di ritrovo ed aggregazione per i giovani. Era l’unico modo per giocare a calcio. Poi andai alla Stella Rossa, scuola calcio di Viareggio, una delle migliori. All’epoca, quelli un po’ più bravi, se li prendeva questa società e mi ritrovai anch’io tra quelli selezionati. Noi passavamo le giornate a giocare a calcio insieme ad altri ragazzi, poi andavamo in pineta dove passavamo li le giornate: tra un tuffo nel mare e una partita di calcio.



Tutti conoscono il Lippi allenatore, ma lei è stato anche un ottimo difensore con 239 presenze in Serie A nella Sampdoria. Se si dovesse dare un voto come giocatore?

Beh, non ero male (ride ndr). Faccio fatica a darmi un voto, però lucidamente devo dire che, riguardandomi, non ero per niente male. Diciamo che mi do un bel 7. Avevo delle qualità che altri non avevano.

Lei è uno degli ultimi grandi allenatori ‘gestori’, di quelli che allenavano gli uomini ancor prima dei giocatori. Non ha l’impressione che oggi stia tramontando l’epoca degli spogliatoi pesanti, dei calciatori di personalità? E che per questo si parli morbosamente e solo di tattica?

Non te lo so dire questo perché i calciatori di adesso non li vivo. Io però sono sempre stato convinto che prima di insegnare la tattica, l’organizzazione di gioco, bisogna trasmettere determinati principi umani e psicologici. Sono sempre stato di quest’opinione. Non può basarsi tutto solo ed esclusivamente sulla tattica e l’ordine in campo.

La scuola italiana ha sempre stravinto nel pallone, ma ora c’è chi dice che sia superata, troppo speculativa. Non crede ci sia un errore di fondo, che identifica il carattere italiano nel pallone nel difensivismo anziché nell’eclettismo? Non è invece questa capacità di adattamento, questo rifiuto dei dogmi che ha reso grande il nostro calcio?

Quello del difensivismo è un modo di dire, un qualcosa che ci portiamo da tempo dietro come cultura del calcio italiano. Adesso secondo me è cambiato tutto. Le squadre italiane sono molto moderne, giocano un calcio offensivo, propositivo e fatto di attacco e aggressione della palla. Siamo capaci anche di difendere perché fa parte della nostro cultura, questo è sicuro, ma paragonare il calcio di un tempo a quello attuale è fuori luogo. Siamo cambiati molto.

Una volta eravamo più poveri, avevamo meno strutture ma producevamo talenti che ci invidiava il mondo. Adesso fatichiamo a produrre giocatori al livello del passato. Come se lo spiega? Troppo benessere e troppe scuole calcio disinnescano il talento, che è sempre fiorito nel cemento e nei campetti improvvisati?

Io non mi trovo d’accordo con i tanti che parlano di questa mancanza di talenti. Abbiamo visto l’Under 20 dell’Italia perdere una finale mondiale contro l’Uruguay che è una delle piu grandi tradizioni calcistiche mondiali. L’Under 20 non ha sfigurato e in rosa ha tanti calciatori che sono già pronti per il calcio di un certo livello. Non sono dell’opinione che ci sia una mancanza di talento in Italia ma di fiducia nei giovani. E non credo che sia dovuto al benessere. Sono modi di dire questi, non sono fattori preponderanti.


Di parere opposto, ad esempio, il penultimo nostro intervistato: Eziolino Capuano.


Lei che con la Juventus ha vinto tutto: ci dice con un paio di concetti, di immagini, cosa ha di diverso questo club rispetto agli altri?

Mi sta domandando cosa aveva o cosa ha di diverso? Sul passato posso parlare, sull’attualità no. Parlo solo di cosa ho vissuto in prima persona. E per quanto mi riguarda, la Juventus dell’epoca aveva un’organizzazione societaria prima di tutto. Aveva una voglia, una rabbia e una determinazione incredibili. Tutti si mettevano a disposizione di tutti, cosa che le altre squadre non avevano. Il tutto coadiuvato da una grandissima qualità dei giocatori in rosa, anche nella panchina.

E con l’avvocato Agnelli che rapporto aveva?

Con Agnelli avevo un rapporto di profondo rispetto, e anche lui lo aveva con me. Questo genere di atteggiamento mi faceva sentire premiato e mi dava soddisfazione. La proprietà dell’epoca sapeva farti sentire apprezzato, sapendo che si navigava tutti verso un’unica direzione.

Mondiale 2006, lei è entrato nel pantheon degli eroi italiani. Ha detto più volte che quella fu una vittoria del gruppo, degli uomini. Come lo ha creato quel gruppo, soprattutto in quei mesi complicati? E una curiosità: cosa ha detto loro, nello spogliatoio, prima della finale?

Cosa si dice prima delle finali non conta nulla secondo me. Basta anche stare zitti perché conta ciò che si è detto nei due anni precedenti, cose che ti hanno portato a raggiungere quel risultato. Nei due anni in cui abbiamo lavorato insieme abbiamo costruito la Nazionale campione del mondo, lavorando molto sul principi tattici ma in particolare sui principi psicologici del gruppo.

Conta dare cattiveria e carattere alla squadra. Questo è fattore preponderante nel raggiugnere determinati obiettivi: senza di esso, è difficile andare avanti. Poi, quando c’è nervosismo per partite simili, è meglio parlare poco negli spogliatoi per non rompere la concentrazione o creare situazioni spiacevoli. Ripeto, il segreto è parlare poco.



Una volta ha detto che suo padre “odiava la Juve, era un vecchio socialista di quelli al bar, che odiano il potere”. Oggi chi odierebbe? Chi è e dove sta ora il potere, nel calcio e nella società?

È vero, il mio papà era un vecchio socialista che odiava il potere. Era un rivoluzionario sotto quest’aspetto. Io però non voglio parlare di odio ma di antipatie. Non fa parte del mio modo di essere. Posso parlare di poca stima verso qualche elemento, ma non lo vengo a dire a voi (ride ndr).

Lei invece ci crede ancora nella politica?

Nella politica ci credo, ma credo più nelle persone. Come in tutti i settori, indipendentemente dallo schieramento, ci sono persone che piacciono ed altre meno. Non voglio scendere nel dettaglio della mia idea, non sono argomenti che voglio rendere noti. La politica a volte è un aspetto personale, interiore.

A proposito, lei è credente?

Sì credo in Dio. Assolutamente. Non sono un grande frequentatore della Chiesa come istituzione ma nel mio piccolo dedico molti momenti alla fede. Credo che sia molto importante nella vita di ognuno di noi, soprattutto per affrontare la vita.

Grazie mille mister, la lasciamo ai suoi impegni, magari al suo mare. Anche se iniziano ad affollarsi un po’ troppo le spiagge, non crede?

Io amo le spiagge, amo stare in barca come ti dicevo e mi piace anche la confusione della stagione estiva. Quando sono in barca in mezzo al mare trovo la mia quiete ma non appartengo a quella categoria di burberi che non vuole gente tra i piedi. Amo molto il mare di Viareggio con il suo turismo e con l’entusiasmo che si crea. Non ti nego, però, che la cosa che mi piace di più di questa stagione è vedere i bambini giocare in spiaggia e per strada.

Gruppo MAGOG

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