Calcio
06 Maggio 2021

Marco Mancosu, l'ultimo eroe della periferia infinita

Simbolo, anima e capitano in lotta.

È una mezzala: ara ogni millimetro di campo. È un regista: coglie l’eredità di Ettore Scola: guida una banda di alfieri Brutti, sporchi e cattivi. È un trequartista: il tocco di palla sinuoso, le stoccate perentorie, gli inviti al buio per il pivot sono mimesi del violino del Canzoniere Grecanico Salentino. All’occorrenza falso nueve: per cantare e portare la croce uno penserebbe possa bastare il suo metro ottanta per settantasette chilogrammi; invece sono i ventuno grammi di carisma menati quotidianamente nelle sacre stanze dello spogliatoio a fare la differenza. Parliamo di Marco Mancosu, capitano dell’Unione Sportiva Lecce, numero 8 totale, oltre i trenta ma è impossibile accorgersene.

Quando un pargolo viene battezzato nella Cattedrale Santa Maria e Santa Cecilia a Cagliari – subendo il ruggito dei quattro leoni marmorei –, all’interno dell’acqua benedetta si mescolano il sudore al tempo della prigionia di Gramsci a quello dell’ultimo comizio di Berlinguer con gocce di lacrime dei nonni che urlavano Giggi RRiva! in faccia alla dinastia Agnelli. Il piccolo Marco, insieme ai suoi fratelli Matteo e Marcello, è stato bagnato da quel cocktail filosofico. Cresce nelle giovanili del Casteddu, solcando province per nulla banali, tra l’Orecchio di Dionisio e L’Isola delle Rose: Siracusa, Casertana, Benevento, Empoli e Rimini. Ogni avventura è vissuta con l’incoscienza del poeta conterraneo Pipieddu, che lo definisce con un secolo d’anticipo:

«Ora i sardi pastori/ all’indorarsi dei cieli/ torbidi e soli nel fatale andare/ il cuore schiavo di pensieri cupi/ l’occhio smarrito nell’immensità».

E poi arriva Lecce, la pianura ideale in cui guidare una piazza affamata di calcio che conta, ovvero quello che passa per i miliardi del medium televisivo e non per le caldarroste e i micro-borghetti fuori dal catino. La vittoria del girone infernale – quello C di Cabrón! – del campionato di Serie C 2017/2018, non ancora da capitano, ma con otto missili terra aria baciando tutti gli angoli, manco fosse Carlo Cifalà. Ma è solo l’inizio.

Fabio Liverani gli dona la fascia all’alba del torneo di Serie B 2018/2019, nel quale il Lupo giallorosso è rinchiuso dentro il canile come un underdog qualsiasi. Il lucchetto lo apre il numero otto cagliaritano, con tredici marcature e una quantità industriale di giocate illuminanti dalla trequarti avversaria, cucendo centrocampo e attacco come le Wohlen di un tempo ed equilibrando la squadra nei momenti chiave delle contese. È il grande balzo in avanti: finalmente la Serie A dopo averla assaporata a Cagliari come la prima volta di un quattordicenne.

Mancosu diventa la sorpresa della massima serie: quattordici marcature, grasso che cola per un centrocampista di una provinciale che per evidenti disparità economiche non colpisce con la spingarda ma con lu laianaru.

Il capitano indossa il do di petto di Tito Schipa quando incrocia l’aristocrazia del football nostrano: segna a Juventus, Inter, Milan, Napoli. Fa ingoiare una sigaretta a Sarri. Godín crede sia un fantasma che aleggia in area di rigore. Donnarumma pensava di prendergliela dal dischetto. Ospina sogna ancora di notte la sua punizione da trenta metri al Diego Armando Maradona. La sua media voto è d’applausi. Persino la Panini gli dedica una figurina celebrativa: grande con le grandi.

Mancosu figurina
Il mattatore del Lecce 2019/2020

Diversi club di prima divisione si interessano alle sue prestazioni: il Lecce potrebbe mettere in saccoccia un’ottima plusvalenza. Ma il capitano si lega visceralmente al territorio: va regolarmente a comprare formaggio, salumi e prodotti della terra nelle masserie della provincia; mette la faccia in tutte le attività di soft power per il sociale che la dirigenza organizza con orgoglio assieme alle istituzioni; indossa la maglia per la difesa degli ulivi di Puglia; ascolta con encomiabile pazienza i tarantolati tifosi che lo incrociano nelle vie barocche.

2 agosto del 2020. Lo smacco immeritato. Citando i Tazenda, una stagione di miele amaro per Mancosu: il Lecce soccombe al Via del Mare 3-4 contro il Parma, perdendo in volata il testa a testa salvezza con il Genoa. Dopo aver dato tutti i ventuno grammi della sua anima, prosciugando ogni singola goccia di sangue, al triplice fischio Mancosu non va a fare la doccia. Resta seduto in direzione della magmatica curva nord, deserta causa pandemia. A piedi nudi. Rannicchiato su sé stesso. In lacrime. A dargli conforto la moglie e la figlia.

Mentre gran parte della rosa pensava a una soluzione per agguantare un ingaggio in Serie A entro ottobre, l’uomo più richiesto tra i giallorossi non pensava a nulla, se non ai cuori sanguinanti dei suoi tifosi. Senza rendersene conto, nel momento più cupo della sua esperienza nel Salento, fortifica il legame con la città, tributandole una sorta di Elegia minore, come quella del poeta leccese Vittorio Pagano: «La mia città una notte s’è spaccata/ e distrutto ne fu da allora il cuore / io stupii che non tutta la mia gente/ corresse almeno un attimo/ per vedersi mostrare/ da me la cattedrale/ barocca, unica pietra».

Nel calcio c’è ancora spazio per l’umanità e l’attaccamento

Mancosu rifiuta offerte più vantaggiose. Non pensa all’élite del calcio. Rispetta le volontà di Eupalla: resta a Lecce per una ricostruzione targata Pantaleo Corvino. Il capitano si conferma parafulmini nella prima parte di stagione dell’era Corini, macchiata da un rendimento claudicante. In particolare, durante la positività al covid-19 dell’allenatore, recita da guida tecnica e spirituale di tutto il gruppo. Nel 2021 il Lecce si ripresenta prepotentemente nella lotta per la promozione diretta, grazie anche alle giocate sublimi del numero 8, mai orpello, bensì sostanza.

A fine febbraio il leader si allontana dal campo. L’assenza si sente, ma non fa rumore: si parla di appendicite. Passano due mesi, Toro Seduto non torna. Le sue condizioni diventano un mistero. I tifosi nelle arene social mugugnano, soprattutto quando il Lecce stenta, necessitando di un pastore in campo. Primo maggio 2021. Il popolo giallorosso tira un sospiro di sollievo: Mancosu morde il campo contro il Cittadella. A sollevare il velo sui mesi precedenti è proprio il protagonista di questa storia, attraverso un post a cuore aperto su Instagram il 5 maggio scorso:

«Mi sono operato il 26 marzo. Di tumore. Ho visto un mondo che non avrei mai pensato di conoscere, ho visto il terrore negli occhi delle persone che amo, ho visto il terrore e la preoccupazione di mia moglie che per lo stesso motivo ha perso il padre quest’estate, ho avuto la paura di non poter crescere mia figlia, ho fatto esami nei migliori centri italiani con affianco gente che ad oggi non so nemmeno se sia viva, se sia riuscita a superare la propria malattia. Là, in quella sala d’aspetto non ci sono ragioni sociali, non conta se sei un avvocato, un calciatore, un presidente o un normalissimo impiegato, là siamo tutti uguali, tutti alle prese con qualcosa che non possiamo controllare.

I medici mi hanno detto che la mia stagione era finita e che dovevo pensare all’anno prossimo, dopo due settimane ero in campo a correre. Dopo un mese sarei dovuto tornare a Milano per sapere se dovessi fare la chemio o meno, non ci sono ancora andato perché voglio fare la cosa che amo di più al mondo, giocare a calcio, poi si vedrà a fine campionato. Io ho già vinto. La vita può non essere sempre giusta perché non penso che né io né nessun altro a questo mondo meriti di avere un tumore ma penso anche che non debba mai mancare il coraggio, il coraggio di affrontare ogni tipo di avversità che la vita ci mette davanti, il coraggio di prendersi responsabilità, il coraggio di mostrarsi deboli ed essere più forti di quanto si creda.

Questo per me significa essere UOMO e sinceramente, credetemi, di tutti gli errori che faccio, di un rigore alto o di un errore davanti al portiere, di queste cose non me ne frega un cazzo perché sono cose che succedono solo a chi si prende la responsabilità di fare, di avere coraggio, di provare, di sbagliare e riprovare ancora. Ho deciso di parlarne solo ora perché prima non mi sentivo pronto, avevo bisogno di viverla in riservatezza con le persone che amo e per questo mi voglio scusare con chi ho mentito per nascondere il reale motivo del mio problema. Mi sono operato il 26 Marzo e da quel giorno sono ancora più orgoglioso di me stesso e di chi ho affianco».

L’immagine a corredo del lungo post-confessione.

Il Lecce si gioca la promozione al fotofinish. La serenità all’interno dell’ambiente è un mantra necessario. In un calcio ultra-contemporaneo nel quale la gran parte degli attori spiattella in diretta gusti, pulsioni, opinioni, drammi, Mancosu sceglie di esorcizzare privatamente il dolore, ingaggiando una battaglia in primis con sé stesso: la più dura possibile. Non ne parla con nessuno, cerca di tutelare i compagni e la società. Esce allo scoperto a battaglia “vinta”: il suo desiderio di spingere il gruppo verso una nuova impresa è più forte della paura di morire.

Mancosu è l’eroe dei bambini leccesi che corrono dietro a un pallone sbucciando le ginocchia sull’asfalto. Dalla Zona 167 fino a San Pio, viene cullato l’acerbo sogno di trafiggere i potenti del calcio con un umile e valorosa maglia: quella licantropa, non d’oro e rubino, ma di sole e sangue. Lui lo ha fatto. Chi ci avrebbe scommesso? Nell’epoca in cui i pochi vogliono soffocare la periferia infinita dello sport più amato al mondo, effige come il capitano dal lupo su petto e i quattro mori sulla nuca rinsaldano il legame tra tifoso di fegato, club autoctono e competizione romantica. La sua avventura tra green carpet e realtà conferma una costante della storia e delle sue sottotrame: homo est minor mundus.

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