Il calciatore è noto a tutti, l’uomo molto meno. Tra i grandi campioni stranieri della Serie A nei decenni passati il fuoriclasse olandese è forse il più insondabile in termini caratteriali. Ogni definizione è stretta e insufficiente. Gullit era estroverso, Rijkaard taciturno. Lui, né l’una né l’altra cosa. Ogni elemento a disposizione potrebbe essere un indizio, ma rimane solo un’ipotesi. Una parte non spiega mai il tutto. Chi è davvero Marco Van Basten? Tentiamo di capirne qualcosa di più partendo dalla fine.

“La gente avrà letto i giornali, avrà visto la Tv, saprà della mia decisione. Un saluto a tutti e sarà finita per davvero”.

Quando a pronunciare parole del genere è un calciatore qualsiasi che comunica in conferenza stampa il proprio ritiro, il discorso può passare inosservato. Ma se si tratta di Marco Van Basten, allora quello si trasforma nel testamento spirituale del più grande giocatore della sua epoca, Maradona permettendo. C’è molto di drammatico in quelle frasi scarne, essenziali, in apparenza dirette e risolute. Dette da uno che ha sempre preferito i fatti alla dialettica verbosa, la giocata alla recriminazione. Difficile stabilire se quel potere di sintesi celi timidezza, ritrosia o una soave forma di distacco rispetto alla platea.

 

 

Come confessato però in una splendida intervista al Corriere della Sera, Van Basten capì subito che qui avrebbe dovuto coltivare la riservatezza: «Quando parlavo con la stampa italiana mi sentivo davvero straniero. Non era una bella sensazione. All’esordio della mia prima stagione perdiamo con la Fiorentina. Mi chiedono della partita. Rispondo che secondo me l’abbiamo interpretata in modo sbagliato. Ne nasce uno scandalo. Un solo imputato. Anzi un colpevole: io (…) Stavo sulle mie. Qui si scrive così tanto, si prende una sciocchezza e la si monta all’inverosimile, per giorni. Ma se un giocatore osa mettere in discussione la tattica dell’allenatore, non si entra nel merito. Lo si condanna e basta. Ho capito subito che da voi avrei dovuto parlare dicendo il meno possibile».

 

 

Van Basten è stato un artista e come tutti gli artisti veri ha in dote qualcosa di raro: far apparire semplice la complicatezza, stilizzato il gesto irripetibile, composto il debordante. Sottili equilibri, di cui cercare di leggere il senso fra le righe. Quando qualcuno definì l’asso olandese come «il più raffinato ed elegante centravanti del calcio moderno, l’unico che sapesse danzare sulle punte di un fisico ciclopico», venne riassunto l’assoluto in 20 parole. Un Fred Astaire del pallone senza indulgere a inutili piroette, un angelo sterminatore senza (quasi) mai accessi di arroganza. Un attaccante, certo, ma limitarne l’estro riducendolo a “semplice” macchina da gol sarebbe fuorviante.

 

Maradona era virtuosismo, Van Basten era un'orchestra.

«Maradona era virtuosismo, Van Basten era un’orchestra. Interpretava tutti i ruoli. Più che giocare egli era giocato». E ancora: «Il lutto in me per il suo precoce ritiro non si estingue ancora e mai si estinguerà». Musica e testo di Carmelo Bene.

 

 

Eppure Marcel Van Basten, Utrecht 31 ottobre 1964, una macchina da gol lo è davvero, perché 301 reti in carriera fra Ajax, Milan e Nazionale oranje non si segnano per sbaglio. Ma può essere anche uno straordinario rifinitore nelle giornate di scarsa vena realizzativa. Oppure un trequartista ante litteram, in anni in cui giocare fra centrocampo e attacco significa quasi sempre essere classificati “né carne né pesce”. Baggio veniva considerato un “nove e mezzo” e la cosa non suonava mai come un complimento incondizionato.

 

 

Non è veloce come Gullit ma nel momento topico è sempre il primo ad arrivare sul pallone, sia di testa sia di piede. Non è geometrico come Rijkaard ma quando ha la palla tra i piedi, come per magia ciascuno dei compagni sa che cosa deve fare. Arrigo Sacchi lo capisce e cerca di assecondarne il carattere, sensibile ma determinato, introverso ma capace di farsi sentire quando serve. E quando serve, i due arrivano anche alla discussione accesa: il mister, che ha portato al Milan lo stadio evolutivo del gioco a zona, vuol fare del Van il terminale d’attacco.

 

Non c’è mai stato feeling personale tra me e lui. (…) La storia l’hanno fatta i suoi giocatori. Quel Milan era una delle squadre più forti di sempre. Lui ha avuto una parte importante. Era bravo a farsi amici i giornalisti, ha saputo costruire una immagine da grande innovatore (…) Non ha inventato nulla. Il modulo che usava il Milan non era né rivoluzionario né offensivo. Schieravamo difensori eccezionali. A farci vincere così tanto è stata sempre la difesa, alla quale lui si applicava molto, dedicando invece poco tempo alla fase offensiva” (Marco Van Basten).

 

Il tecnico intende impostare la squadra sul pressing altissimo, sul primo portatore di palla avversario. Il Van non gradisce e con il tempo il conflitto fra i due diventa sempre più aspro: sfiancarsi a tutto campo è l’ultimo dei pensieri di chi vuole “solo” buttarla dentro. È forse l’unica occasione in cui le frecce acuminate del fuoriclasse rivelano una natura non sempre bonaria. Taciturno sì, ma a tempo e luogo, questione di potere. Sta di fatto che nel 1992 Berlusconi e Galliani sono di fronte a una scelta radicale: Sacchi va, Van Basten resta. Il nuovo allenatore Fabio Capello è avvertito.

 

Un rapporto che, per usare un eufemismo, non sbocciò mai

 

 

È ancora minorenne Marco Van Basten quando il 3 aprile del 1982 esordisce nella Eredivisie. Johan Cruijff ha messo da tempo gli occhi su quel gigante e riconosce in lui le stimmate del campione. Il suo endorsement è una sentenza in pieno stile Cruijff. Forse ha percepito aspetti personali destinati a rimanere mistero per il resto del mondo. La partita in questione è Ajax-NEC Njimegen. Il giovane Marco entra nella ripresa al posto dello Johan nazionale e va subito in gol.

“È nata una stella” sentenzia la critica di casa. “E io che cosa vi avevo detto?” ribatte proprio Cruijff.

Nei due anni successivi Van Basten segna 9 gol in 20 partite e poi 28 in 26 apparizioni. Con una media di quel genere è quasi scontato indovinare chi sia il capocannoniere del campionato, anche se nel 1984 l’Ajax non vince lo scudetto. Alla fine della stagione seguente la formazione di Amsterdam è campione d’Olanda e Van Basten si conferma miglior marcatore con 22 reti all’attivo. Stagione 1985-1986, con 37 gol in 26 partite l’attaccante di Utrecht è per la terza volta capocannoniere, vince la Scarpa d’oro e contribuisce al successo dei “lancieri” in Coppa d’Olanda.

 

 

Tuttavia il 1986 segna anche l’inizio dei guai fisici: dapprima è colpito da epatite virale e deve fermarsi per tre mesi. Poi a fine anno si infortuna alla caviglia destra. Leggiadro ma testardo, continua a giocare ma alla fine deve farsi operare in Svizzera. Torna in campo mesi più tardi, giusto in tempo per la finale di Coppa delle Coppe 1986/87 tra Ajax e Lokomotive Lipsia. È suo l’unico, decisivo gol della partita. È inoltre capocannoniere del campionato olandese per la quarta volta.

 

 

Un movimento e un’incornata da attaccante vero, di razza

 

 

Van Basten arriva al Milan nell’estate del 1987. Sembra inserirsi senza problemi in una realtà calcistica e in un Paese così diversi. Se Gullit sembra nato per essere una star mediatica, di Marco, meno noto al pubblico italiano, si sa poco. Nel corso degli anni – dissidio con Sacchi a parte – non si dirà mai di lui un gran male ma nemmeno un gran bene. Persona educata, gran professionista ma dietro l’ineccepibilità si nasconde sempre il vero Marco. Si allena in modo serio e costante, finiti gli allenamenti saluta e va via. Vive con la compagna in una villetta un po’ isolata in provincia di Varese. Uomo riservato e ombroso? Classico “tacchino freddo”? Soppesato distributore di cordialità? Ancora una volta è il mistero intorno alla persona a regnare sovrano.

 

 

Qualcuno all’inizio è scettico perché ritiene il campionato olandese un cimitero degli elefanti poco attendibile per giudicare un attaccante, sia pure quattro volte capocannoniere in patria. Il numero 9 segna al debutto in campionato, ma presto arriva il primo stop italiano: l’altra caviglia inizia a dargli problemi, sei mesi di stop. Quando torna in campo, il Milan è alla rincorsa del Napoli, e il redivivo segna i gol decisivi contro l’Empoli e soprattutto contro il Napoli, nella gara vinta per 2-3, con la quale il Milan vince di fatto lo scudetto.

 

I giocatori sono più importanti. Contano solo loro, nel calcio. L’allenatore bravo è quello che li fa rendere al meglio, senza imporre per forza le sue idee (Marco Van Basten).

Un rinato Marco Van Basten si toglie un’altra grande soddisfazione vincendo il Campionato Europeo con la Nazionale. Memorabile il gol segnato a Dasaev (URSS) in finale, premiato come secondo gol più bello della storia del calcio da Worldsoccer. Anche quella perla, tiro al volo da posizione defilatissima con perfetta coordinazione, contribuisce alla conquista del Pallone d’Oro.

 

 

L’incredulità di Rinus Michels in panchina

 

 

La stagione 1988-1989 vede il ritorno del Milan in Coppa Campioni: l’olandese segna 10 reti, tra cui quelle in semifinale con il Real Madrid nell’1-1 dell’andata, quella del 5-0 del ritorno al Meazza e la doppietta nella finale con la Steaua Bucarest. Subito dopo la conquista della Coppa Intercontinentale arriva il secondo Pallone d’oro. Ma all’inizio della stagione successiva, Van Basten viene operato al menisco. In campionato segna 19 gol, primo titolo di capocannoniere in Italia. Nel 1990 raggiunge ancora la finale di Coppa dei Campioni, che il Milan vince con il Benfica (1-0). L’anno dopo il Milan conquista la Supercoppa europea e poi l’Intercontinentale contro i paraguaiani dell’Olimpia Asunción.

 

 

Nel 1992 i conflitti tattici con Sacchi diventano un ricordo. È subentrato Fabio Capello: per Marco Van Basten è ancora scudetto e titolo di capocannoniere ma soprattutto terzo Pallone d’Oro, impresa riuscita in passato soltanto al connazionale Cruijff e a Michel Platini. Il giorno seguente la consegna del trofeo, il campione si fa operare alla caviglia. È una sofferenza dignitosa ma infinita, la sua: stavolta rimane inattivo per quattro mesi, rientrando ad aprile del 1993. Capello lo tiene a riposo in vista della finale di Champions League contro l’Olympique Marsiglia, vinta dai francesi per 1-0.

«Sono un calciatore interrotto. Forse il più famoso di questa categoria. Non me ne sono andato in pace. Non nascondo che reinventarmi come persona, è stata dura» (Marco Van Basten al Corriere della Sera).

Quella sera scende in campo nonostante la caviglia ancora dolorante. A giugno si sottopone al quarto intervento chirurgico: da qui in poi trascorrono due anni nel tentativo di recuperare l’efficienza fisica. Si unisce di nuovo ai compagni per la preparazione estiva nell’estate del 1995, ma pochi giorni dopo prende la decisione di ritirarsi per sempre. A soli 30 anni. Sarà Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan a usare per lui le parole che non si spendono per nessuno: “Il calcio perde il suo Leonardo da Vinci”. Un’affermazione che delinea alla perfezione il fuoriclasse che Marco Van Basten è stato. L’uomo rimane ancora una volta un mistero, avvolto in una nebbia oscura.

 


Immagine di copertina © Rivista Contrasti