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Tennis
19 Ottobre

Mario Fiorini, la modestia oltre la rete

Andrea Crisanti

6 articoli
Sacrificare i riflettori per la passione.

Classe ’38, oggi 82 anni, da 55 gestisce e cura il tennis al Circolo Aniene di Roma. La prima domanda che mi veniva in mente prima di fare questa intervista non era su Mario Fiorini come tennista, come maestro e sulla sua vita. La prima domanda era per quale motivo, di una carriera simile, nessuno ne avesse mai parlato prima. Ma per quanto mi arrovellassi o riflettessi sull’incapacità di questo mondo di gratificare la fatica, mi sono dovuto scontrare invece con la banalità della realtà. Mario non ha mai voluto che si parlasse di lui. Ha rifiutato interviste ben più prestigiose della mia, offerte di film, libri, documentari e articoli.

 

 

Fumando una sigaretta, a margine della nostra chiacchierata, mi dice che il suo quotidiano si chiude con un piatto di pasta e un bicchiere di vino la sera. Non è e non vuole essere un uomo di parole, ma di fatti. C’è un aneddoto che spiega più di qualsiasi descrizione il carattere di Mario Fiorini, e a raccontarlo è Rosetta, la moglie.

 

 

Un giorno di settembre del 1984, il Circolo Aniene chiama a casa Fiorini. Risponde Rosetta che è lì. Il Circolo le chiede il numero dell’albergo di Mario perché non riuscivano a rintracciarlo. Rosetta gli dice che, anche volendo, non avrebbe potuto aiutarli perché non sapeva dove fosse il marito, quando partiva per il tennis, lo faceva per pochi giorni ma non voleva si dicesse in giro che partecipava ai tornei, non voleva che si parlasse di lui. Così il Circolo, incredulo, consigliò a Rosetta di accendere la tv. Mario Fiorini aveva vinto i Campionati Italiani e lo stavano premiando.

 

Mario Fiorini e il tennis, com’è andata?

È nata così, dopo la guerra mio padre lavorava nell’Ente Fiuggi e gestiva il campo da bocce e il tennis. All’epoca sui posti di lavoro non c’era la mensa e le mogli portavano il pranzo ai mariti e un giorno chiesi a mia madre di accompagnarla. Era giugno ed era appena finita la scuola, avevo 11 anni, e una volta lì chiesi a mio padre se potevo rimanere e mi disse che dovevo stare zitto e in silenzio perché c’era il Direttore dell’Ente… Quando arriva il direttore mio padre gli dice: «Direttore, non riesco a cacciare fuori ‘sto zingaro, ci pensa lei?» e io gli ho detto: «Ma che stai a di’, sono tuo figlio…» e finisce là. Dopo cinque dieci minuti il Direttore torna indietro e dice a mio padre che dal giorno dopo sarei potuto andare a raccogliere le palle ai soci che giocavano a tennis, e che tra qualche mancia e quattro lire che mi avrebbero dato avrei tirato su una paga, per comprare il gelato.

 

Quindi a raccattare le palle…

Io sono stato qualche anno lì e avevo iniziato a giocare quell’estate quando un giorno il principe Borghese, Steno, dice a mio padre: «questo bambino è gagliardo, perché non lo mandiamo a Roma al Centro Coni a giocare?». Io avevo cinque fratelli e mio padre non poteva certo permettersi di mandarmi a giocare a Roma, così il principe mi trovò un lavoro in una segheria dell’Ente Fiuggi e mi pagò la retta della scuola di tennis. Per tre volte a settimane andavo a Roma, e tre volte andavo a lavorare in modo che, a casa, il tennis non gravava.

 

Com’era quindi la giornata quando andavi a Roma?

Il treno partiva alle cinque e mezza e il viaggio durava tre ore e mezza, ma il sacrificio stava nello svegliarsi la mattina alle 4 e mezza per non fare tardi. A pranzo rimanevo al circolo, ma per mangiare mi nascondevo nei bagni perché non potendomi permettere di spendere, tiravo fuori il panino che mi aveva preparato mio padre. A fine giornata, dal Coni andavo a Piazza Risorgimento per mangiare due zuppe a 25 lire. Poi ripartivo per Fiuggi col treno…

 

Poi come si è evoluta la situazione…

Io avevo 14, 15 anni, ho fatto la spola Roma Fiuggi per un anno… Dopo un po’, quando il principe si ripresentò a pagare la retta chiese alla direttrice del Foro di assumermi come Maestro. Lei acconsentì, sono stato inserito come allievo maestro, in questo modo nessuno doveva pagarmi più la retta perché insegnavo. Dormivo negli spogliatoi, alle sette entrava la guardia che senza andare troppo per il sottile mi diceva di andarmene. E da lì è iniziata.

 

Tornando indietro lo rifaresti?

Per lo scopo che ho raggiunto lo rifarei. Ma all’epoca ero un ragazzino, a casa a Fiuggi mangiavo tre volte al giorno, a Roma mezza. È stato un periodo duro per me, però se ci ripenso forse è stato anche il migliore, quello che mi ha plasmato: sia la cattiveria che la bontà, ho imparato ad apprezzare le persone per bene e a riconoscere chi non lo è. Nello sport lo vedi subito, come chi arriva al circolo con tre racchette… Non capiscono che basta un pezzo di legno per ributtare la palla di là.

 

Ma tu all’epoca non potevi sapere dove saresti arrivato…

Io volevo giocare a tennis. Ho fatto il maestro perché volevo farlo come lavoro, era la cosa che mi piaceva. All’epoca, purtroppo, le carriere dei giocatori professionisti e quelle dei maestri dovevano essere divise. Chi insegnava non poteva competere.

 

E quando hanno tolto questa regola?

Non partecipavo comunque perché non avevo tempo e non venivano pagati. Se ci fossero stati i soldi, sarei andato perché giocando avrei recuperato quello che perdevo dalle lezioni. Un anno però mi decisi, andai a Cervia a fare gli Italiani, era il 1984. Era stato un caso, ero tornato prima dalle vacanze, avevo già ripreso a insegnare e un paio di settimane dopo ci sarebbero stati gli Over 45. Mi decisi e andai. Arrivai in finale, eravamo io e Nicola Pietrangeli, tutta la gente urlava “Nicola! Nicola!”.

 

Lui era famoso, aveva già vinto il Roland Garros e gli Internazionali di Roma. Iniziammo a giocare e quando il pubblico vide che Nicola andava sotto, tutti iniziarono a urlare “Mario! Mario!”. Vinsi il torneo. Con Nicola ci conoscevamo ma non avevamo mai giocato insieme, lui stava sempre in giro per tornei e io a Roma a insegnare. Da quella finale è nata un’amicizia, ci si saluta ancora oggi e mi ricorda sempre scherzando di quella finale.

 

Nicola Pietrangeli, esattamente 60 anni fa, mentre rappresenta l’Italia in Coppa Davis (Photo by Douglas Miller/Keystone/Getty Images)

 

La vittoria con Pietrangeli la più importante della tua carriera?

No, tutti dicono che è stata quella ma per me è stata un’altra. Non ero più giovanissimo, era la metà degli Ottanta. Era un torneo a squadre, quando eravamo lì che facevano i sorteggi uno mi guarda e mi fa: «stavolta perdi, vedrai». Giocai con un ragazzino, la partita durò tre o quattro ore e una volta finita, se non lo fossero andati a prendere sarebbe rimasto ancora lì, l’ho distrutto. Non avevano capito che io venivo dalla gavetta, mi alzavo la mattina alle quattro e andavo a Roma col treno, quando vedevo un pezzo di pane me lo mangiavo e mi mangiavo anche chi me lo dava.

 

Mario tu insegnavi prima al Coni e poi all’Aniene dove, dal 2014 sei socio per meriti sportivi. Com’è nata la tua collaborazione con uno dei circoli più importanti d’Italia?

Anche questa per caso: un giorno ero al Coni e con altri maestri aspettavamo gli allievi che venivano sempre accompagnati dai genitori. Un giorno come gli altri un allievo, Cesare Urbinati, venne accompagnato a giocare. Ma quella volta, ad accompagnarlo, invece della madre fu il padre, che era un socio dell’Aniene e che voleva portare il tennis al suo circolo. Finì lì la chiacchierata, poi un giorno mi chiamò al Coni e mi disse: «So che non puoi parlare, ma dimmi solo sì o no». Dissi sì, e da lì diventai Maestro dell’Aniene. È stata una fatalità. Per anni avevamo visto solamente la madre di Cesare.

 

Quindi hai creato il tennis all’Aniene

Il circolo non era centrato sul tennis, c’erano le piscine e soprattutto il canottaggio. Pian piano abbiamo creato i primi tornei a squadre ed è cresciuto tennisticamente e ora c’è un grande livello, si allena lì Berrettini. Mi sono sacrificato anch’io, nei tornei a squadre portavo con me i soci, me ne sarebbe bastato uno forte per vincere ma non arrivava. Ma l’ho sempre fatto con passione per far divertire i soci. Poi non so se si divertissero perché venivano presi a pallate… (ride, ndr), ma per star lì 55 anni vuol dire che un po’ si divertivano.

 

A certi livelli oltre al divertimento, necessario, serve la disciplina: come fare?

Non puoi fare nulla, inutile dire il contrario. Io sono un maestro, insegno a giocare a tennis, ma il carattere delle persone, quello, è un’altra cosa. Se un giocatore vuole giocare bene, sa che deve andare a letto alle dieci. Federer, per esempio, ancora va a letto alle dieci. Lui ha vinto tutto. Ma se io sto con un ragazzo che la sera vuole scappare e andare a ballare o con una donna, io posso stare con lui dieci minuti, cercare di farglielo capire più che di dirgli che andare a letto alle dieci è giusto se vuole giocare, ma se vuole andare con gli amici, quello è carattere e volontà. Io non sono un guardiano. Se è un cavallo matto facesse come gli pare. In campo lo prendo a calci, ma non posso stargli dietro dalla mattina alla sera, mi rompo.

 

E gli altri?

Io, per dirti, ho cresciuto Panatta, il padre faceva il custode, noi giocavamo sempre. Se Adriano avesse avuto la testa di un altro avrebbe continuato per altri dieci anni. Tennisticamente aveva tutto. La veronica che faceva Panatta non gliel’ho mai insegnata. Mi guardava mentre giocavamo e poi copiava, non chiedeva nulla. Genio e indolenza.

 

Adriano Panatta in azione, la purezza di un altro tennis

 

Ora è un altro mondo.

Prima il tennis era un mondo per quelli che amavano giocare, divertirsi, non era un mondo per uno sportivo vero, per gli atleti insomma. La sera uscivano, poi se giocavano bene era meglio. Se avevi i soldi all’epoca ti divertivi a giocare, a fare i tornei.

 

Com’è la vita nel circolo?

In 55 anni di lavoro non ho mai litigato con nessuno. Non si può essere istintivi, bisogna mantenere la calma. Ho dei rapporti di amicizia con i soci più anziani, eravamo ragazzini insieme, ora ci diamo del tu.

 

Il tennis era lo sport dell’élite…

 

A tennis all’epoca ci giocava solamente la gente per bene. Io mi sono adeguato a loro, i modi, l’educazione. Ho sempre fatto il mio lavoro senza sentirmi superiore in quanto maestro.

 

E i nuovi maestri?

Sono diversi, parlano molto. Una volta che hai detto una cosa al tuo allievo, due volte, non devi ripetere.

 

Tu hai allenato grandi talenti, quando capisci che uno è un campione?

Un ragazzino che è portato lo vedi subito da come si muove in campo e la scioltezza che ha. Uno che è portato lo vedi da come colpisce la palla, dalla rapidità del colpo. Poi dipende da tante cose, se ha la testa, se ha voglia. Sai quanti ne ho visti forti che avrebbero potuto e che non hanno voluto? La ragazza, gli amici… e ci sta, altroché. Ma non hanno fame, tutti i grandi tennisti vengono dai raccattapalle, Adriano (Panatta ndr), il padre faceva il custode, quell’altro (si riferisce a Pietrangeli, ndr), raccoglieva le palle, io raccoglievo le palle, se non hai fame non ti sacrifichi, oggi come oggi non ce n’è uno che si sacrifica. Se non hai sofferto e non soffri, pensi che il sacrificio non esista, ma se soffri e non vuoi continuare a soffrire devi dare qualcosa pure te, e lì ti viene la fame.

 

Il tennis di oggi, com’è la nuova leva degli italiani?

Non è per niente male. Bisogna seguirli come si deve e insegnargli il comportamento in campo. Se hai l’istinto ma non hai la testa è tempo perso. Se hai qualcuno dietro che ti segue forse raggiungi lo scopo, se lo lasci al suo destino è inutile.

 

A proposito di nuova leva italiana e di “testa”, Jannik Sinner è già una realtà del tennis internazionale grazie anche al fondamentale indirizzo di Riccardo Piatti (Photo by Clive Brunskill/Getty Images)

 

E le donne, che te ne sembra del movimento femminile?

Le seguo di meno, ma è più divertente, fanno scambi.

 

Segui il tennis in tv?

Non lo seguo più, perché non mi diverte più, all’epoca c’erano le palle corte, pallonetti qualche scambio c’era. Tra gli uomini, sul veloce soprattutto, ormai è servizio e dritto.

 

E il serve and volley?

Quello era il vero tennis. Era un gioco, qualche scambio c’era. Ora con il servizio chiudono perché tirano le bordate. Prima si divertivano a giocare, c’era la creatività del tocco.

 

E perché è cambiato?

Perché ora la potenza la fa da padrona. Anche il calcio è solo potenza, non c’è classe, o comunque ce n’è meno. Ora giocano a duecento all’ora, è impossibile giocare a quelle velocità per più di due scambi.

 

Sampras diceva che prima bisogna fare il tocco con le racchette di legno e poi con la grafite.

Io quando ho cominciato c’erano solamente quelle di legno (ride, ndr). Poi quando sono arrivate queste nuove le ho usate, ma sono elastiche, bisogna abituarsi. Col legno bisogna dare le mazzate alla pallina per ributtarla di là, con queste moderne invece ci si può appoggiare al colpo dell’avversario.

 

È la tecnica che vince sulla classe…

Ed è un peccato, perché è un gioco per ragazzi e i ragazzi devono divertirsi, così non possono più divertirsi perché sono ossessionati dal punto e dalla potenza del colpo.

 

Ora, dall’alto dell’esperienza se guardi indietro qual è la prima cosa a cui pensi?

Che ho raggiunto il mio scopo, più di così non potevo fare. Adesso basta, faccio il mio lavoro, la mattina alle otto sto in campo perché non mi pesa. Ho già detto a tutti i miei clienti che quando non mi divertirò più smetterò di andare in campo. Ho 82 anni, ma ancora continuo.

 

Dillo, hai un padellone come racchetta.

Macché ho una racchetta normale.

 

Un rammarico?

Purtroppo non ho potuto fare i tornei perché come ti dicevo le carriere le avevano divise, poi quando hanno permesso ai maestri ho cominciato a giocare e ho vinto tutto, italiani, a squadre etc., ma avevo già quarant’anni. Mi ritengo fortunato perché ho vissuto in questo ambiente che è quello che mi piace ancora oggi.

 

 

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