Li, fu, jia, xin. Letteralmente, dal cinese: forza, fortuna, famiglia, fiducia. Mario Mandžukić ha queste quattro parole tatuate sull’avambraccio destro. L’inchiostro sulla pelle però è soltanto un riflesso di valori che in realtà Mandzukic ha impressi nell’anima, qualcosa che si riesce a distinguere spesso in chi viene fuori da situazioni difficili com’era la sua. Ancora di più in chi lo fa con prepotenza, come se non ci fosse una maniera diversa di vincere dallo schiacciare gli avversari, magari saltandogli in testa.

“Non esiste uomo tanto folle da preferire la guerra alla pace: con la pace i figli seppelliscono i padri, con la guerra sono i padri a seppellire i figli” (Erodoto)

Papà Mato a seppellire i suoi figli non ci pensa nemmeno. Eppure fuori dalla porta della famiglia Mandzukic, quando il piccolo Mario ha solo sei anni, c’è la guerra. Fuggire da Slavonski Brod è una scelta quantomeno comprensibile, e la fuga riesce. La nuova vita a Ditzingen, nel sud-ovest della Germania, non è semplice ma almeno è libera. Mario cresce qui e scopre una passione, non a caso la stessa di suo padre, il calcio. Poi nel 1996 a Mato viene negata l’estensione del permesso di soggiorno. In compenso, in Croazia la guerra è finita.

 

 

Dal ritorno in patria in poi tutte le notizie che abbiamo su Mandzukic sono incentrate sulla sua carriera. La crescita graduale, dalla Dinamo Zagabria al Wolfsburg, in Germania forse per riprendersi qualcosa. Il salto di qualità con l’esperienza al Bayern Monaco, in cui è il cannoniere principe della squadra che nel 2013 tritura il calcio mondiale. Poi le incomprensioni con Guardiola e i problemi fisici nell’unica stagione all’Atlético Madrid. Un altro grande capitolo con la maglia della Juventus e i gol nelle finali di Champions League (2017) e Mondiali (2018). Infine, un presente da svincolato nomade, a seguito di una brevissima esperienza in Qatar.

 

Il gol di Mandzukic nella finale di Champions 2017: mancò la vittoria per Mario, non il valore (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

 

 

Oggi Mario Mandzukic ha 34 anni ma è fermo praticamente da quando ne ha compiuti 33. Il suo declino sembra essere stato accelerato rispetto a quello che ci si aspetterebbe da un giocatore della sua caratura – o almeno rispetto a quanto sembrava potesse ancora offrire. Più in generale, in mezzo a una marea di riconoscimenti e trofei, la carriera di Mandzukic ad alti livelli è stata caratterizzata da un alone un po’ cupo, pur a fronte di un valore sportivo innegabile. È stato scartato prima a Monaco, quando Guardiola gli ha preferito Lewandowski. Poi a Madrid, quando Simeone gli ha preferito Griezmann. Infine a Torino, quando Sarri gli ha preferito Higuaín. È un racconto schematico, limitato, ma difficilmente negabile.

 

 

Non che Mandzukic si sia mai prestato a narrazioni semplici, sia chiaro. Ha dichiarato pubblicamente di non amare le interviste e di non accettare “lo sputare su qualcuno in maniera irragionevole”. Anche i suoi profili social, pieni di foto di allenamenti, non sono particolarmente attivi né originali. In questo sembra davvero fuori dallo spirito del suo tempo; come se non sapesse che i calciatori oggi fanno così, o meglio, come se non gli interessasse.

 

 

Infatti, nonostante il tòpos dell’ossessione sia reperibile in quasi tutti i campioni della storia dello sport, in Mandzukic si riesce a percepire anche una sottile ma evidente sfumatura di rifiuto personale verso certi effetti legati alla spettacolarizzazione della disciplina. Ad esempio, per spiegare la sua stima verso Chiellini, anni fa ha detto che

“Con lui ho avuto delle vere battaglie, ma ci siamo sempre stretti la mano a fine partita. Era uno scontro tra veri uomini, niente pacche sulle spalle o pianti”.

È rispetto dell’essenza più pura del calcio, ma allo stesso modo è sinonimo di un carattere difficile, ruvido. In questo senso Mandzukic sembra fare attenzione ad essere Mario dentro e fuori dal campo. Si porta dietro sempre un’aura da combattente, con lo sguardo diffidente e lo stile minimale ma efficace. Per questo, non si può parlare del suo valore in campo senza menzionare il suo spessore come uomo.

 

Mario Mandzukic, non certo un amante di social o telecamere

Mario Mandzukic, non certo un amante di social network o telecamere (Foto Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

 

 

Nello spogliatoio, ma anche e soprattutto nei momenti decisivi di una stagione, lo standard di Mandžukić è sempre alto. La costante voglia di migliorarsi e mettersi alla prova lo ha portato ad adattarsi in almeno tre ruoli diversi negli anni, pur essendo di base un centravanti piuttosto classico. Al contempo, lo ha messo contro Pep Guardiola e tutta una certa scuola di pensiero, secondo cui Mandzukic resterà sempre un đilkoš, un rozzo, come è stato soprannominato in patria a causa delle sue imperfezioni tecniche. Questa controversia di fondo è un altro tema ricorrente della sua carriera, ancora una volta, tanto dentro quanto fuori dal campo.

 

 

Il 16 novembre 2012 due generali croati, Ante Gotovina e Mladen Markač, vengono assolti al secondo grado di giudizio del Tribunale penale internazionale dell’ex Jugoslavia per i crimini contro l’umanità commessi in Serbia durante la guerra d’indipendenza. Il giorno dopo Mandzukic, all’epoca al Bayern Monaco, esulta facendo il saluto “romano” verso la propria curva dopo un gol segnato al Norimberga. Immediatamente all’episodio è stata data un’interpretazione politica, dato che quel saluto appartiene alla simbologia del movimento nazifascista degli ùstascia, storicamente fra i più attivi nella lotta per la secessione della Croazia.

“Il mio saluto – ha raccontato poi Mandžukić – era espressione di un’emozione molto personale che ho avvertito, come tutti gli altri croati”.

Una giustificazione un po’ debole, o almeno insufficiente per smontare le accuse di appoggio all’ideologia nazionalsocialista. D’altra parte, in diversi hanno negato la natura strettamente politica del gesto, e il giocatore sicuramente non si è distinto negli anni per il suo interesse in cause di questo genere. Solo una cosa è certa: se si può affermare che certi elementi dell’epica guerriera e tradizionale fanno ancora parte dello sport, allora Mandzukic ne rappresenta diversi: la ricerca dello scontro, una forte ispirazione di fondo, la memoria delle radici. In parole povere, forza, fortuna, famiglia, fiducia.

 

La foto incriminata: a seguirlo Shaqiri con il saluto militare

 

 

Mario quindi non è un fascista, ma da croato duro e puro si porta dietro un sistema di valori in parte proveniente dalla cultura militare – e probabilmente ne è consapevole, almeno a giudicare dal suo comportamento. Che sia un bene o un male sta al lettore deciderlo: di sicuro è comprensibile, almeno in parte, per la generazione che ha fondato la Croazia di oggi sulla guerra. Questa tensione è il più grande punto di forza di Mandzukic, ciò che lo rende inequivocabilmente un vincente, ma anche un vincente difficile da collocare nel calcio moderno di alto livello, che si è abituato a profili diversi in primis sul piano caratteriale.

“Dobbiamo essere belve feroci: così si vince. E si rivince” (Mario Mandzukic).

Non è un caso che la massima espressione di Mario Mandzukic sia arrivata proprio mentre indossava la maglia della nazionale croata. Lì dove ha avuto modo di esasperare questo spirito combattivo, immediatamente la sua leadership è diventata indiscutibile, tanto da tenerlo fisso al centro dell’attacco nonostante l’avvento di quattro CT diversi in otto anni.

 

 

L’epica di Mandzukic in nazionale è stata un crescendo fino al Mondiale del 2018, quello in cui la Croazia è arrivata in finale passando due volte dai rigori e una volta dai supplementari, per poi arrendersi allo strapotere della Francia. In Russia, Mandzukic segna due degli ultimi tre gol croati, uno decisivo in semifinale e l’altro ottenuto con una pressione individuale su Lloris. Nel secondo tempo, sul 4-1 per la Francia.

 

Mandzukic mentre festeggia l’accesso della sua Croazia in finale mondiale (2018) con la bandiera nazionale: su di essa il nome della sua città d’origine, Slav(onski) Brod /Foto Alexander Hassenstein/Getty Images/

 

 

Poco dopo Mandzukic ha reso pubblica la decisione che la finale di Mosca sarebbe stata la sua ultima partita per la Croazia. «Anche se mi dà nuovi stimoli, la medaglia d’argento mi rende più facile prendere questa decisione impossibile. Questo mese, così come il ritorno a casa, rimarrà il ricordo più vivo della mia carriera». E ancora:

«Non c’è un momento giusto per andarsene: credo che, finché siamo vivi, se fosse possibile giocheremmo tutti per la Croazia, perché non c’è orgoglio più grande».

Quello che lui stesso chiama “amore viscerale” per il gioco (e per il proprio Paese) è stato l’aspetto prevalente della carriera di Mandzukic, nel bene e nel male. Oggi il suo strapotere fisico si è indebolito e sembra quasi che anche il suo sentimento si sia fatto meno intenso, come succede ai vecchi guerrieri che dopo tanti anni di battaglie vanno in congedo – o come ai grandi attaccanti che segnano un gol inutile in finale dei Mondiali.

 

 

Mandzukic però da mesi pare pronto a rimettersi in gioco, anche se non è ancora chiaro dove: nelle ultime settimane si è parlato di un interessamento del Celta Vigo, ma la cosa si è rivelata meno concreta del previsto. La domanda, amara, allora sorge spontanea: in un calcio senza tifo, c’è ancora spazio per un guerriero?