Gli eventi della storia odierna ci riportano alla mente la celebre pellicola interpretata da Stallone e Michael Caine, affiancati da alcuni monumenti calcistici quali Pelè e Bobby Moore. A dire il vero, ripercorrendo interamente l’itinerario di questo viaggio, lungo la vita del protagonsita Mario Pagotto, saremo convinti che in certi casi la realtà possa superare anche la trama più intrigante. 

 

 

Il nostro nasce nel 1911 a Fontanafredda, paese con più chiese che case a meno di dieci chilometri da Udine, ultimo dei figli di una famiglia contadina. All’anagrafe è Rino, ma viene presto ribattezzato “Mario” dalla madre, per evitare assonanze con gli altri cinque maschietti, con cui da subito condivide il lavoro nei campi. Presto, dato il fisico gracile ed una consanguinea idiosincrasia per l’insegnamento scolastico, il padre decide di avviarlo come apprendista nella bottega di un calzolaio, dopo il trasferimento dell’intero nucleo familiare a Pordenone.

 

 

Per sfogare l’esuberanza della giovane età, Mario si cimenta prima nella nobile arte del pugilato, quindi inforca la bicicletta per tentare la via del ciclismo. La scelta delle due discipline è tutt’altro che casuale, considerando i successi di due celeberrimi friulani dell’epoca; in quegli anni le gesta di Primo Carnera ed Ottavio Bottecchia esaltano le fantasie degli sportivi italiani, diventando ambasciatori ufficiosi del regime.

 

 


I colpi del destino


 

Tuttavia, prima un diretto sul naso, poi una rovinosa caduta in un fosso durante un allenamento lungo le strade di campagna, lo convincono ad appendere i guantoni al chiodo ed a destinare la bicicletta ad un uso non agonistico. Lividi e sbucciature però non possono scalfire un’ anima sportiva così irriducibile; quindi, nemmeno concesso alle cicatrici il tempo di rimarginarsi, ritroviamo Mario con la maglia dell’Aurora, compagine calcistica cittadina.

 

 

Nonostante le precedenti esperienze fossero limitate alle partitelle con gli amici sul precario campetto dell’oratorio, il nostro, appena maggiorenne, riesce ben presto a colmare le carenze tecniche, tramutandosi in un affidabile terzino. Il fisico si è sviluppato e le capacità atletiche e balistiche attirano l’interesse del Pordenone, militante in Prima Divisone, la terza serie dell’epoca: nell’estate del 1932 Mario si veste di neroverde, appena concluso il servizio di leva con gli Alpini.

 

Raggiunto il capoluogo emiliano, la selezione è brillantemente superata e Mario può restituire alla sorella Gina i soldi investiti nel biglietto del treno.

 

Il caso vuole che tra i suoi compagni di squadra ci siano diversi amici di un tale Roncarati, ispettore bolognese delle Ferrovie dello Stato, nonché appassionato di football con diverse aderenze all’interno del club rossoblù. Così i toni entusiastici della relazione sul terzino, da parte dell’ improvvisato osservatore, convincono l’allenatore Arpad Weisz a convocare Pagotto per un provino.

 

 

Raggiunto il capoluogo emiliano, la selezione è brillantemente superata e Mario può restituire alla sorella Gina i soldi investiti nel biglietto del treno. Dopo un anno di apprendistato, nella stagione ’36/37 entra stabilmente nella rosa della prima squadra, con la speranza di guadagnare presto uno spazio negli undici. Infatti il geniale allenatore magiaro non lo considera sicuramente un virtuoso della tecnica, ma ne apprezza le preziose doti di anticipo e di lettura del gioco, sommate a temperamento e rapidità.

 

 

Veduta aerea dello Stadio Littoriale, oggi Renato Dall’Ara (immagine dalla pagina Facebook “mirkoTIMF”)

 

 

I petroniani rappresentano una delle massime realtà del panorama calcistico italiano ed europeo, degna espressione di una città ottimista e fiorente, il cui sviluppo economico e sociale è stato favorito da Leandro Arpinati, all’epoca ancora tra gli uomini del cerchio magico di Mussolini. Il gerarca romagnolo è stato anche promotore del matrimonio combinato tra il Bologna Football Club, sua grande passione, e Renato Dall’Ara, produttore reggiano nel campo della maglieria.

 

 

La stessa costruzione dello stadio Littoriale, che oggi porta proprio il nome dell’impareggiabile presidente, rimasto alla guida della società per oltre trent’anni, è approvata dal suddetto podestà ed inserita nell’imponente piano di riqualificazione urbana degli anni Venti. Inoltre, separando ragione e fede calcistica Arpinati ha ricoperto anche la presidenza della FIGC e del CONI, culminata con l’assegnazione dei Mondiali del 1934 all’Italia.

 

Per Pagotto seguono altre fortunate prestazioni e la stagione si conclude con il quarto tricolore, il secondo consecutivo.

 

Quando alla settima giornata del campionato 36/37 Mario Pagotto esordisce sul campo del Genoa capolista, Arpinati è già caduto in disgrazia a causa delle ormai insanabili divergenze con le alte sfere del regime ed un carattere poco incline al compromesso, che gli procura svariati nemici in particolare all’interno del partito stesso. Oggi possiamo immaginare la sua soddisfazione quando, ritiratosi a vita privata nella campagna bolognese dopo aver conosciuto anche l’arresto ed il confino a Lipari, apprende del successo corsaro della sua squadra per 0-1, grazie anche all’ottima prova del giovane friulano.

 

 

Per Pagotto seguono altre fortunate prestazioni e la stagione si conclude con il quarto tricolore, il secondo consecutivo. Se in Coppa dell’Europa Centrale (poi Coppa Mitropa) si deve alzare bandiera bianca di fronte all’Austria Vienna dell’insuperabile “Cartavelina” Sindelar, la consacrazione continentale si celebra nella Ville Lumiere: nella finale del Trofeo dell’esposizione, il Chelsea è surclassato per 4-1 dai veltri rossoblù; per la prima volta i professori inglesi sono superati dagli allievi italiani.

 

 

Una formazione del BFC del 1939, Mario Pagotto è ritratto sorridente, secondo in piedi da destra

 

 

Prima in sostituzione del titolare Gasperi, in coppia con Dino Fiorini, poi sempre più frequentemente negli undici, Pagotto diviene uno dei protagonisti del periodo più felice del club petroniano. Nel giugno 1940 esordisce anche agli ordini di Vittorio Pozzo, insieme ad altri quattro compagni, nella vittoriosa amichevole contro la Romania sul campo dello Stadio del Partito Nazionale Fascista. Sono gli anni dello “squadran che tarmer al mand al fa” e che procura un’irrimediabile malattia giovanile ad un altro ragazzino di origine friulane, Pier Paolo Pasolini.

 

 

Quando il 10 giugno 1940 Piazza Vittorio Emanuele II esulta allo scoccare dell’ora delle decisioni irrevocabili, alla bacheca si è aggiunto il quinto scudetto, bissato la stagione seguente dall’ultimo tricolore prebellico. Poi per la città saranno bombe, lutti e miseria. Anche il Bologna pagherà un pesante tributo alla guerra: Dino Fiorini e Arpad Weisz saranno attori di storie differenti, ma facenti parte dello stesso drammatico copione ed anche il nostro protagonista scriverà un significativo capitolo di questo collettivo diario di guerra.

 

Pagotto è impegnato in un’esercitazione nella zona di Vipiteno; improvvisamente un contingente della Wermacht accerchia la caserma

 

Nell’ottobre del 1942 Pagotto è richiamato dagli Alpini, tra cui può godere di un trattamento privilegiato, essendo un atleta professionista; infatti è assegnato alla caserma di Sanguinetto, nei pressi di Verona. Nonostante gli esiti delle operazioni al fronte facciano presagire il tramonto del regime e del suo duce, intanto nelle città felsinea ci si affida a qualsiasi parvenza di normalità. Dal canto suo Mario convola a nozze con Giuseppina, ragazza conosciuta qualche anno prima in una delle sale da ballo del centro di Bologna.

 

 

Quando l’8 settembre gli apparecchi diffondono tramite Radio Algeri la voce di Eisenhower che annuncia l’armistizio di Cassibile, poi ufficializzato da Badoglio sulle frequenze dell’EIAR, Pagotto è impegnato in un’esercitazione nella zona di Vipiteno; improvvisamente un contingente della Wermacht accerchia la caserma, senza lasciare nemmeno il tempo alla confusione di prendere il posto della gioia negli animi dei soldati italiani.

 

 


Discesa agli inferi


 

Raggiunta Innsbruck dopo un lungo trasferimento a piedi, i prigionieri sono caricati su un convoglio ferroviario nei pressi di una stazione periferica e risalgono la linea verso il cuore del moribondo Reich. Poi un ulteriore cambio e l’arrivo al campo di prigionia di Hohenstein, un centinaio di chilometri ad est di Berlino, nell’odierna Polonia. Chi è sopravvissuto al viaggio ed alle prime decimazioni è assegnato al “Prigiomuro n°8-Lager 1B”; la targhetta di Pagotto recita “DA 8659-I”, dove l’ultima lettera indica l’origine dei prigionieri.

 

 

Insieme a lui, altri italiani, poi russi, inglesi, polacchi e prigionieri di varie nazionalità; infatti lo Stammlager è riservato a soldati semplici e sottoufficiali destinati ai lavori forzati. Le giornate trascorrono cadenzate da massacranti turni di lavoro nei campi e lungo le strade, mentre le uniche speranze giungono insieme alle missive delle famiglie, recapitate dalla Croce Rossa. Per Mario, la felicità per la notizia della nascita del primogenito Piero è subito soppressa dal terrore di non poter mai tenerlo in braccio.

 

Il deperimento morale e fisico dei reclusi vanno di pari passo. Un giorno arriva l’inaspettata adunata e la partenza verso una meta inizialmente sconosciuta.

 

Per quanto il campo di Hohenstein non sia teatro della famigerata “Soluzione finale della questione ebraica”, una stima di circa 60000 decessi, quasi un decimo del totale dei prigionieri transitati da qui, rende l’idea delle condizioni di vita al suo interno. Il deperimento morale e fisico dei reclusi vanno di pari passo. Un giorno arriva l’inaspettata adunata e la partenza verso una meta inizialmente sconosciuta. Percorsa la tratta all’interno dei carri bestiame, la fermata a cui scendono gli internati è quella del campo di Bialystok, sempre in territorio polacco.

 

 

Qui i prigionieri sono scelti da famiglie di occupanti, dedite per lo più all’agricoltura; almeno per Mario c’è la possibilità di abbandonare la miseria del lager e di rinfrancarsi nel fisico e nella mente. Una mattina però, la colonna di fumo che si alza dal cortile del campo segnala la frettolosa ritirata dei tedeschi, che lasciano dietro di loro le ceneri di pile di documenti dati alle fiamme; in qualche giorno il campo passa in mano russa, che si rivela quantomeno più generosa.

 

 

Le disumane condizioni dei prigionieri in una baracca del lager di Hohenstein ( da olsztyn.wyborcza.pl)

 

 

Addirittura un pittoresco e poco sobrio ufficiale comincia ad arbitrare partite di calcio tra i prigionieri, facendo valere la sua autorità usando un po’ il fischietto, un po’ la pistola. Ovviamente il ritorno a Bologna è l’inestinguibile luce di speranza nella mente di Mario, così i premi alimentari in palio per i vincitori lo spingono a non risparmiarsi durante le partite, nonostante il grave logorio fisico. Dopo un’interminabile e vana attesa di notizie, il gruppo di italiani decide di raggiungere il vicino campo di Osterode e da lì sale sul primo treno disponibile, che dovrebbe condurli verso i principali centri di smistamento.

 

 

Tuttavia, dopo diversi giorni e notti di viaggio, il risveglio ad Odessa, sulle remote rive del Mar Nero, li fa sprofondare nella disperazione; naufragata sul nascere qualsiasi possibilità di fare rotta verso l’Italia via mare, decidono di prendere un altro convoglio, questa volta diretto a Cernauti. La destinazione si trova in Ucraina, ancora più distante da casa, ma dalle mappe risulta essere una tappa obbligata per i principali convogli diretti nel cuore dell’Europa; intanto nel Fuhrerbunker di Berlino sta per compiersi l’epilogo della guerra.

 

Pagotto assume le duplici vesti di giocatore ed allenatore della rappresentativa italiana che, espressione di una famiglia allargata di quasi duecento unità, fa parlare di sé per lo spirito e la qualità messe espresse.

 

I rifugiati, ormai non più prigionieri di guerra, sono accolti nel campo ricavato all’interno dello stadio “Maccabi”, sede in disuso di un club della comunità ebraica cittadina. A Cernauti la guerra ormai è passata da tempo e la vita ha ripreso il suo corso, così anche Mario e compagni cercano di inserirsi nella nuova realtà almeno temporaneamente. Intanto la frustrazione dovuta alla mancanza di notizie e prospettive di rimpatrio è mitigata dalle partite di pallone contro greci, olandesi e belgi.

 

 

Pagotto assume le duplici vesti di giocatore ed allenatore della rappresentativa italiana che, espressione di una famiglia allargata di quasi duecento unità, fa parlare di sé per lo spirito e la qualità messe espresse. Gli stessi militari dell’Armata Rossa ritengono lo sport un efficace palliativo per risollevare il morale dei cittadini e degli ex combattenti, tanto che si prodigano per allestire campi di fortuna negli spiazzi tra le baracche ed organizzare incontri con le compagini locali.

 

 


L’ultima partita ed il ritorno


 

Per Mario e compagni il calcio diviene il primo mezzo di riscatto, oltre alla via più facile per ottenere cibo e generi di conforto da condividere; gli allettanti premi infuocano gli animi dei calciatori, tanto quanto la voglia di non deludere i compagni che tifano sugli spalti improvvisati. La fama di “Quelli di Cernauti” precede la squadra ed il suo numeroso seguito, che intanto intraprende l’ennesimo spostamento: Sluzk, ad una decina di chilometri da Minsk, è considerata il crocevia nevralgico per il trasferimento delle truppe russe verso Occidente.

 

 

In Bielorussia sono sfidati niente di meno che dalla formazione ufficiale dell’esercito sovietico, che viene superata con un roboante 6 a 2. In effetti nessuna sfida sarebbe stata più probante in vista dei venturi avversari, il temibile Lembertow che, allestita da un altro contingente di italiani nei campi del Nord Ovest, vantava un ruolino di imbattibilità di 33 partite.

 

Finalmente il gruppo di quasi trecento persone trova spazio su un convoglio diretto verso Occidente.

 

L’incontro che viene considerato l’autentica finale di questa incredibile lega tra disperati si risolve con l’ultimo successo per la squadra di Pagotto, che così trae fiducia per compiere il passo decisivo verso il rimpatrio. L’estate del 1945 sta ormai concludendosi: da mesi le truppe polacche hanno risalito Via Emilia da sud-est, liberando Bologna il 21 aprile, mentre le armi hanno taciuto definitivamente a Milano quattro giorni dopo.

 

 

Finalmente il gruppo di quasi trecento persone trova spazio su un convoglio diretto verso Occidente. Ancora le lande desolate dell’Est, poi il sud attraverso Moldavia e Romania ed infine la linea verso Vienna: i binari percorrono paesini e città devastate dal conflitto, ai finestrini appaiono fantasmi vestiti di stracci. La desolazione in cui versa la capitale austriaca non lascia adito a grandi speranze, nei pensieri rivolti all’Italia.

 

 


Resurrezione


 

Dopo un’altra attesa interminabile, aggravata dai postumi della dissenteria, finalmente giunge l’ora del rientro anche per Mario. In precedenza un incontro con il cognato Tonino, sopravvissuto alla strage di Cefalonia ed alla prigionia, gli ha restituito animo; questi partirà prima di lui e, diretto a Pordenone, potrà avvisare Giuseppina dell’imminente ritorno. La tradotta fa tappa a Monaco di Baviera, quindi di nuovo Innsbruck, il Brennero e Vipiteno, chiudendo un sadico girotondo iniziato più di due anni prima.

 

 

Quando Pagotto giunge a Bologna, lo accolgono soltanto gli scheletri dei palazzi che si affacciano sul piazzale antistante i resti della stazione. La città ha pagato la sua strategica posizione a ridosso della Linea Gotica ed il piombo, prima alleato poi nazifascista, non ha fatto sconti. Quando bussa al portone di casa sua, la moglie quasi non riconosce quel Lazzaro inghiottito dal sepolcro della guerra. La stesso stupore provano i suoi tifosi quando lo vedono nuovamente vestire il rossoblù, sul campo dell’Atalanta il 21 ottobre 1945: Mario è davvero tornato.

 


L’articolo è liberamente ispirato al libro “Pagotto – Un calcio anche alla morte” di Giuliano Musi (Minerva Edizioni, Giugno 2011).
Nell’immagine di copertina, tratta dal sito bolognafc.it, Mario Pagotto è accovacciato alla sinistra del massaggiatore Ulisse Bortolotti.