Ci sono rivalità sportive che nascono sui terreni di gioco. Altre, affondano le radici nella storia sociale di una città, legate a episodi apparentemente distanti dal mondo dello sport. Quella fra West Ham e Millwall, le due società di calcio londinesi protagoniste del classico derby della working class, rientra in uno di questi casi. Benché già vivo ad inizio secolo, si è infatti soliti far risalire l’inizio dell’acceso antagonismo in occasione dei disordini che precedettero uno sciopero rimasto nella storia di Londra e di tutta l’Inghilterra. Finita la Grande Guerra, il Regno Unito stava attraversando un periodo di profonda trasformazione.

 

 

La politica colonialista aveva cominciato a mostrare vistose crepe e i movimenti nazionalisti, con prepotente spinta, stavano facendo definitivamente saltare il bancone dell’ex grande impero coloniale; da ultimo, l’Egitto, che nel 1922 aveva ottenuto l’agognata indipendenza. Inoltre, la “questione irlandese” si era riproposta in tutta la sua forza e, nel 1921, dopo un sanguinoso conflitto armato durato due anni, l’Inghilterra aveva dovuto riconoscere lo stato libero d’Irlanda. La grave crisi economica che fece seguito alla fine della prima guerra mondiale mise in ginocchio il paese e, complice anche la concorrenza dell’emergente potenza statunitense, il settore del carbone fu tra i più colpiti.

 

 

Dopo la chiusura della miniera di Daw Mill, insieme alla Annesnley Bentink la più importante del paese, i proprietari delle miniere, nel tentativo di mantenere alti profitti, con l’aiuto del governo conservatore di Stanley Baldwin peggiorarono sensibilmente le condizioni di lavoro; con la paga oraria drasticamente ridotta e l’aumento delle ore dei turni, la situazione lavorativa degli oltre ottocentomila minatori di Sua Maestà Britannica divenne insostenibile.

 

 

La TUC (Trades Union Congress), la potente confederazione sindacale inglese creata a Manchester nel 1868, indisse uno sciopero generale per il 16 maggio, che fu preceduto da disordini che si protrassero per nove giorni, dal 4 al 13 maggio. Quasi tutte le categorie aderirono – lo sciopero di solidarietà sarà vietato in Inghilterra a partire dall’anno successivo – per un totale di più di un milione e mezzo di lavoratori. Londra rimase paralizzata, e si rese necessario far intervenire volontari e truppe dell’esercito per mantenere l’ordine e far funzionare i servizi principali.

 

strike_2525758k

Lo sciopero generale indetto dalla Tuc nel 1926

 

 

Una delle prime categorie ad aderire allo sciopero fu quella degli operai dell’industria navale. Fra costoro, c’erano gli addetti della “Iron Thamesworks”, che lavoravano nei Royal docks, – Victoria, Albert e King George – tre fra i più grandi bacini commerciali costruiti nell’est di Londra per dare ormeggio alle navi provenienti dal Mar del Nord che, attraverso il Tamigi, arrivavano al porto della capitale (allora il più grande ed esteso del mondo).

 

 

I docks permettevano l’importazione e lo scarico soprattutto di prodotti alimentari, grazie agli enormi granai e ai magazzini frigoriferi costruiti ai lati delle banchine. Lo sciopero creò gravi danni ai proprietari dei docks, tanto che si rese necessario collegare i generatori di due sommergibili per alimentare i congelatori dei magazzini. Gran parte degli operai della Iron Thamesworks – addetti alla costruzione di navi – risiedevano nel quartiere West Ham, ed erano soliti presenziare in massa agli incontri casalinghi dell’omonima compagine di calcio, fondata trentuno anni prima, nel 1895, proprio dall’allora direttore della Iron Thamesworks Arnold Hills.

 

 

Le partite si disputavano al Boleyn Ground, lo stadio edificato nel 1904 sulle rovine del Boleyn Castle, località dove Anna Bolena, seconda moglie di Enrico VIII, trascorse l’ultima notte di libertà prima di essere rinchiusa nella Torre di Londra, dove venne giustiziata per alto tradimento. A poche miglia dai cantieri della Iron Thamesworks, nel Millwall Docks, dal nome dell’omonimo quartiere londinese, lavoravano i portuali dell’azienda J.T. Morton. Gli addetti dell’azienda, in gran parte scozzesi come il fondatore James Morton, si occupavano prevalentemente di conserve alimentari.

 

 

Il Millwall docks era un bacino di carenaggio a forma di elle, che permetteva un ulteriore passaggio da nordest alle navi provenienti dall’India. Nel lontano 1885, un gruppo di lavoratori dell’azienda aveva fondato la squadra di calcio del Millwall Rovers, poi Millwall Athletic, scegliendo i classici colori bianco e blu cari agli scozzesi. Il club rappresentava il simbolo del quartiere Isle of Dog, uno dei più poveri dell’East End, e i portuali della Morton divennero fra i suoi più accesi sostenitori. A partire dal 1910 gli incontri casalinghi del Millwall si disputarono al The Den, un nuovo impianto costruito nell’area denominata New Cross, a sud del Tamigi, a circa due miglia da Isle of Dog.

 

C9Zi4DNXsAA1e3n

“The den” in serale

 

In quei turbolenti giorni di maggio, i portuali della Morton furono fra i pochissimi lavoratori a non aderire allo sciopero, rompendo i picchetti e recandosi regolarmente al lavoro. Vennero ovviamente tacciati di crumiraggio e boicottaggio, in particolare dai colleghi della Thamesworks. La tensione fra i due gruppi di lavoratori crebbe vertiginosamente, e ben presto incendiò tutto l’East End. Le strade furono teatro di tumulti e non si contarono gli scontri fra operai e portuali; un’autentica guerriglia urbana che si protrasse per giorni. Entrambe le fazioni in contesa provenivano dai sobborghi più poveri e problematici della capitale.

 

 

Si trattava delle zone a nord del Tamigi, abitate da quel “Popolo degli abissi” efficacemente descritto da Jack London in uno dei suoi più riusciti, seppur misconosciuti, romanzi. Nel 1902, lo scrittore e giornalista americano, travestendosi da mendicante, aveva trascorso alcuni mesi in quei quartieri venendo a contatto con assassini, borsaioli, ubriachi, prostitute e bambini abbandonati. Blow Lane, Isle of Dog, Canning Town, Blackwall, Whitechapel – quest’ultimo teatro delle macabre imprese di Jack lo Squartatore – erano, d’altra parte, gli autentici bassifondi della Londra di dickensiana memoria.

 

 

A partire dalla fine dell’800 tutto il sud dell’Inghilterra, e in particolare l’East End londinese, era stato lo snodo nevralgico del flusso immigratorio. Gli immigrati appena sbarcati a Londra si sistemavano nelle docklands, i quartieri vicini al porto, e la working class occupata nelle fabbriche era composta sì da inglesi, che si esprimevano in cockney – particolare slang dialettale caratterizzato dall’inconfondibile cadenza – ma anche da irlandesi, bengalesi, indiani, pachistani e arabi, nonché da ebrei in fuga dall’Europa.

 

 

Il mercato vittoriano di Spitalfields, dove alla fine del Seicento si erano rifugiati gli ugonotti francesi in fuga dalle persecuzioni religiose, era una babele di razze e di lingue, mentre i parchi della zona, da Beckton Park a West Ham Park, erano frequentati da adolescenti che si dilettavano con il football, non a caso ribattezzato the people’s game, lasciando il rugby ai figli dell’alta borghesia che frequentavano le esclusive Pubblic School (le scuole private del raffinato nord di Londra). Dopo i gravi disordini del maggio 1926, la rivalità, ormai sedimentata in modo definitivo, si trasferì dalle strade dell’East End al terreno di gioco, e quello fra hammers e lions divenne uno dei più accesi derby londinesi.

 

 

Non il più glamour, come l’elitario Chelsea-Arsenal ma, senza dubbio, il più sentito. Negli anni Sessanta, poi, la rivalità ebbe un imprevedibile motivo per infiammarsi ulteriormente. In quel periodo due famiglie erano assurte agli onori delle cronache di Londra per le loro imprese criminali: si trattava dei Kray, originari dell’East End, e dei Richardson, provenienti dal sud della città. I primi convinti tifosi del West Ham, i secondi paladini del Millwall. I terribili gemelli Ronnie e Reggie Kray erano padroni di un racket criminale che andava dalle scommesse illecite alla prostituzione. I proventi di queste attività venivano poi investiti in una serie di locali notturni alla moda, che contribuirono non poco a creare il mito della swinging London.

 

 

Quelle atmosfere e quei luoghi sono stati mirabilmente descritti nei romanzi noir di Derek Raymond, lo scrittore maledetto che visse a lungo nell’East End, e che lavorò anche per un periodo come prestanome dei Kray, nel settore dell’edilizia. I gemelli non mancavano mai all’appuntamento calcistico con la squadra del cuore: sono ancora impresse nella memoria dei tifosi più anziani le loro pacchiane apparizioni nella tribuna del Boleyn Ground, che aggiungevano una nota pittoresca ai match casalinghi del West Ham.

 

 

3F2B541000000578-4404152-image-a-70_1491985324744

Dalla strada allo stadio: giovani supporters del West Ham in quel di Boleyn Ground

 

Anche i fratelli Richardson, Charlie ed Eddie, godevano in quel periodo di una certa notorietà negli ambienti del crimine. Furti, usura e ricettazione erano il loro core business. Originari di Camberwell, quartiere malfamato a sud del Tamigi, i Richardson erano le autorità indiscusse al The Den, e la loro presenza allo stadio era salutata da canti ed inni da parte degli ultras del Millwall. Gli scontri fra le due bande erano la simbolica rappresentazione in ambito criminale della rivalità sportiva fra i due club. Nel corso della storia calcistica londinese, i derby fra gli hammers ed i lions non ebbero mai una cadenza costante, frequentando le due squadre spesso categorie differenti: minori per il Millwall, decisamente più nobili per West Ham.

 

 

Tuttavia un derby, in particolare, merita di essere ricordato. Fu quello che si svolse nel maggio del 1972, quando il Millwall decise di organizzare un testimonial match, una partita in onore di un suo beniamino, Harry Cripps, che militò a lungo nel club disputandovi circa 400 partite. Con una decisione quantomeno improvvida, come poi dimostrarono gli eventi, la dirigenza del Millwall invitò proprio gli acerrimi rivali del West Ham, e le due tifoserie interpretarono quel match come una sorta di prova di forza. Si doveva stabilire, una volta per tutte, la supremazia territoriale dell’East End. Nei giorni che precedettero l’incontro furono fatti circolare volantini che inneggiavano all’arrivo del “Giorno del Giudizio”, e la polizia si vide costretta ad organizzare numerosi presidi nelle zone più a rischio.

 

 

Venne utilizzato una gran dispiegamento di forze e, per la prima volta, anche gli elicotteri. Fu una serata di scontri terribili, sia all’interno che fuori dallo stadio. Molte stazioni dei treni e della metropolitana furono devastate, e gli old Bill, come venivano chiamati in gergo i poliziotti, impiegarono una notte intera a sedare i numerosi tafferugli scoppiati fra le fazioni rivali. In quegli anni poi in tutta l’Inghilterra imperversava il fenomeno hooligan. Il termine nacque nel primo Novecento dalla Hooley’ Gang, banda giovanile di teppisti irlandesi appartenenti alla working class che faceva il bello e il cattivo tempo, guarda caso, proprio nell’East End. Gli hooligan del West Ham e del Millwall si distinguevano ed erano fra i più temuti.

 

 

Da una parte i terribili Bushwackers (dal nome delle truppe irregolari durante la II guerra mondiale), i fan del Millwall. Ideatori dei tristemente famosi Millwall bricks, giornali bagnati arrotolati e utilizzati come vere e proprie armi improprie, i Bushwackers marciavano verso le curve avversarie al grido “no one likes us, we don’t care” (non piacciamo a nessuno, e non ce ne importa niente). Dall’altra gli incontrollabili ultras del West Ham, riuniti sotto la sigla I.C.F. – Inter City Firm – “proprietari” della curva South Bank, oggi rinominata Bobby Moore Stand. Per anni fu quella la gang più temuta del football inglese, oggetto di un caso di studio con tanto di libro divenuto un best seller: “Congratulazioni, hai appena incontrato la I.C.F.”, scritto dall’ex ultras Cass Pennant. Il titolo si riferiva ai bigliettini da visita che gli hooligan della squadra dell’East End lasciavano ai tifosi feriti delle squadre avversarie.

 

 

LONDON, ENGLAND - SEPTEMBER 17: Millwall supporters gesture at rivals from West Ham United during the npower Championship match between Millwall and West Ham United at The Den on September 17, 2011 in London, England. (Photo by Matthew Lloyd/Getty Images)

Un motto che resiste nel tempo (Millwall v West Ham, 2011)

 

 

La “presa” della curva dei tifosi avversari negli incontri disputati in trasferta era il rituale che celebrava gli avventurosi viaggi degli hooligan e i turbolenti ultras del West Ham e del Millwall che, uniti dal coro “take the end”, si dimostrarono impareggiabili in questo tipo di conquista. In quel periodo, purtroppo, non mancarono tra l’altro episodi finiti in tragedia: come nel 1976, quando, a seguito di una colluttazione fra le due fazioni rivali, un tifoso del Millwall morì sotto un treno alla fermata di New Cross; stessa sorte per un sostenitore del West Ham, accoltellato a morte due anni dopo. Durante gli anni settanta invece, il decennio più flagellato dagli hooligans, l’estetica skinhead divenne la moda per tutte le tifoserie del Regno Unito.

 

 

Fu quello un movimento giovanile antisistema connotato da una forte impronta sociale: ne facevano parte i riottosi ragazzi del sottoproletariato, dichiaratamente contro tutto e tutti. Spesso condannati a una vita senza molte prospettive, gli skinhead cercavano di far sentire la loro voce di protesta e in questo senso gli stadi, in particolare le curve dei popolari dietro le porte, divennero l’ideale megafono da cui gridare al mondo intero la loro rabbia. Era impossibile non notarli, contraddistinti com’erano dal loro particolare look: teste rasate, levi’s, bretelle sopra camicie a scacchi Ben Sherman, giubbotti Crombie o Harrington e, soprattutto, stivali a punta, i famigerati monkey boots, vere e proprie armi improprie che tanti danni produssero nelle interminabili risse sugli spalti degli stadi inglesi ed europei.

 

 

All’interno di questo quadro di violenza spesso il risultato sportivo era secondario: d’altra parte se si è tifosi del West Ham e, soprattutto, del Millwall, non ci si può quasi mai aspettare grandi cose. Tuttavia a Boleyn Ground, più conosciuto in seguito col nome di Upton Park, qualche soddisfazione se la sono tolta. Certo, gli Irons non si sono mai fregiati del titolo di campione d’Inghilterra; però, oltre a non scendere mai al di sotto della Second Division, il West Ham è riuscito a sollevare alcune prestigiose coppe: tre coppe d’Inghilterra (1964, 1975, 1980) – quando la manifestazione conservava ancora la sua sacralità -, una Community Shield (1964) e, infine, la famosa Coppe delle Coppe della stagione 1964/65 vinta contro il Monaco 1860 nel tempio dello Stadio Imperiale di Wembley.

 

 

Quell’annata fu decisamente speciale per il West Ham, che poteva esibire con orgoglio il celebre trio delle meraviglie composto da Martin Peters, Geoff Hurst e Bobby Moore (trio che farà le fortune anche della nazionale inglese durante i mondiali organizzati in patria, due anni dopo); Bobby Moore è stato senza dubbio il più famoso, e da tutti riconosciuto come il più grande calciatore del West Ham. Dopo la sua prematura scomparsa – avvenuta quando Moore aveva da poco compiuto cinquantuno anni – la società decise di ritirare per sempre la maglia col numero 6, dedicandogli una curva all’Upton Park.

 

 

Una statua che raffigura questi tre grandi campioni, invece, è stata eretta all’incrocio fra Barking Road e Green Street. Comunque in seguito a quell’annata di gloria, i Claret & Sky Blue – dal colore delle maglie, bordeaux ed azzurro, adottato nel 1899 in onore del grande Aston Villa di quel periodo pioneristico – non riuscirono più a dare continuità al loro progetto sportivo. Raggiunsero un’altra finale di Coppa delle Coppe nella stagione 1975/76, venendo però sconfitti in finale dall’Anderlecht per 4-2. Solamente nella stagione 1984/85 lottarono per il titolo, giungendo terzi alle spalle di Liverpool ed Everton.

 

 

Nonostante ciò, nel corso degli anni i tifosi hanno potuto ammirare fra le fila della propria squadra del cuore autentici campioni: da Trevor Brooking a Paul Allen, da Paul Ince a Rio Ferdinand, da Carlos Tevez a Paolo Di Canio. Il 10 maggio di un anno fa, affrontando il Manchester United, il West Ham ha disputato la sua ultima partita nel glorioso Boleyn Ground, e ora i suoi incontri casalinghi si svolgono nella cornice dello Stadio Olimpico di Londra, l’impianto costruito in occasione delle Olimpiadi del 2012.

 

West Ham and England footballers (left to right), Geoff Hurst, Bobby Moore (1941 - 1993) and Martin Peters, 1966. All three are members of the1966 World Cup-winning England team. (Photo by Central Press/Hulton Archive/Getty Images)

Il trio delle meraviglie: Geoff Hurst, Bobby Moore e Martin Peters, 1966.

 

Gli spettatori del The Den invece, ricostruito nel 1993 e ora conosciuto come “The New Den”, non hanno mai potuto cullare eccessivi sogni di gloria. Il Millwall si è sempre barcamenato fra la seconda e la terza divisione del campionato, ottenendo il miglior risultato sportivo al termine della stagione 1987/88 quando, per la prima volta, riuscì ad essere promosso in first division. Vi rimase per due anni, prima di retrocedere al termine della stagione 1989/90. In quel periodo i tifosi ammirarono forse il miglior calciatore che abbia mai vestito i colori bianco e blu, quel Teddy Sheringham che successivamente fece anche le fortune del Manchester United.

 

 

Un’altra annata da ricordare per i lions fu quella 2003/04 quando, inopinatamente, raggiunsero la finale di FA Cup. In quell’occasione vennero sconfitti 2-0 dal superfavorito Manchester United, qualificandosi per la successiva Coppa Uefa dove, tuttavia, furono eliminati al primo turno dagli ungheresi del Ferencvaros. La mentalità dei tifosi del Millwall è però sempre andata al di là del risultato: nell’East End si combatte ancora una guerra di identità e di appartenenza, in una città che si sta dimenticando delle sue origini e votando inesorabilmente al progresso calcistico-finanziario. Certo, i risultati sono importanti, ma qui sembra che nessuno voglia scordare come questa storia è iniziata: novantuno anni fa, proprio nell’East End, quando scaricatori di porto e operai se le suonarono per giorni di santa ragione.

 


Note:

Testo di riferimento West Ham vs Millwall, di Luca Manes