Un’immagine epica accompagna l’entrata in campo di Juventus e Monaco. Sotto il rimbombo dello Juventus Stadium, nel tunnel che precede l’ingresso sul terreno di gioco, l’inquadratura cade sui volti di Paulo Dybala e Leonardo Bonucci: il genio associato alla classe da una parte, la grinta nello sguardo basso e severo del difensore più forte al mondo dall’altra. Il punteggio dell’andata offre il fianco ai bianconeri, ma la Vecchia Signora non dà nulla per scontato, nemmeno quando la spensieratezza potrebbe accompagnarsi alla vittoria. Non c’è un gioco vero e proprio che ti permetta di vincere: c’è la partita singola che va curata nel minimo dettaglio, col solo obiettivo di uscirne gloriosi. Così è accaduto, al termine dei novanta minuti, anche ieri sera.

L'atmosfera dello Juventus Stadium alle spalle dell'undici bianconero

L’atmosfera dello Juventus Stadium circonda l’undici bianconero

Il Monaco prova, nelle prime battute di gioco, ad assediare la Juventus, più con l’orgoglio che con l’idea (sembrerebbe) di rimontare il punteggio di 2-0 inflitto loro nei primi novanta minuti allo Stade Louis II. Atteggiamento tecnico-tattico che costringe i bianconeri ad arretrare il proprio baricentro di almeno venti metri: schema dunque favorevole a Jardim, se non fosse che su questo tipo di sofferenza la Juventus di Allegri (e in parte anche quella di Conte) ha costruito il suo dominio in Italia. Se nel territorio nostrano i bianconeri hanno dimostrato non solo di non avere rivali all’altezza ma ancor più di poter giocare (e vincere) alla metà del proprio potenziale per buona parte del campionato, in Europa ci si aspettava – soprattutto dopo l’acquisto di Gonzalo Higuain – un salto di qualità importante. Discorso questo più volte rimarcato, e da più parti. Ciò che per buona parte del primo tempo e metà del secondo nella gara di ieri sera è però saltato all’occhio deve essere esaminato più attentamente: la Juventus, all’occorrenza, gioca anche un gran calcio. Viene il dubbio di chiedersi a tal proposito perché in Italia, dove nei salotti televisivi e sulla carta stampata si elogia alla follia la filosofia sarriana, la Juventus giochi così male (o, certamente, non bene come ha dimostrato di poter fare con Barcellona e Monaco). La risposta a questo interrogativo è deprimente, ma non sempre la verità è dolce come vorremmo: in Italia, la Juventus non ha bisogno di giocare un calcio “evoluto” per vincere il campionato. Una Ferrari, in un ipotetico rettilineo contro una Panda e una Ford Fiesta, non ha bisogno di faticare troppo per mettersi le due auto alle spalle. Le basta premere l’acceleratore per distanziarle. La situazione venutasi a creare ieri sera contro il Monaco ricorda in parte questa metafora automobilistica, in parte i rapporti di forza vigenti tra la Juventus e il suo campo d’allenamento annuale: gli stadi di Serie A. Questo il comportamento dei bianconeri nei primi dieci minuti di gara:

Raggio d'azione Juventus nei primi dieci minuti: difesa del territorio

Raggio d’azione Juventus nei primi dieci minuti: difesa del territorio

Cosa ci dice questo grafico (anche alla luce di come poi si è venuta a sviluppare la gara)? Che la Juventus non prova vergogna a chiudersi dietro, perché sa che una ripartenza – con la qualità di cui dispone – può cambiare la gara in un istante. Questa squadra conosce, con la precisione del dettaglio scientifico, le proprie forze (solitamente si parla di conoscere le proprie debolezze, ma non so quali ne abbia la formazione di Allegri): qualità, psicologia di ferro e una difesa solida, quasi impenetrabile. Se un ragazzino spensierato, immagine candida e commovente di un Monaco che rimane comunque una bella favola, non si mettesse in testa di voler segnare a tutti i costi, ora staremmo a parlare di un’imbattibilità spaventosa. Prima del goal siglato dal giovane 18enne francese, la Juventus non aveva mai preso goal nella fase finale della competizione. Un orgoglio ancor maggiore, se vogliamo, per Kylian Mbappé: con 18 anni e 140 giorni è il giocatore più giovane della storia ad aver segnato in una semifinale di Champions League. Ma qui rimane, e si spegne, il fuoco di Jardim. Quello che davvero fa impressione in questa Juve, oltre ovviamente al valore dei singoli, è la forza camaleontica con cui riesce a mutare pelle più volte nel corso della gara. E questo (con buona pace di Maurizio Sarri) non è non avere un gioco: per assurdo, è averne uno che li ingloba tutti. Quando c’è da difendere, Higuain si abbassa sulla linea di centrocampo; il suo atteggiamento non è sterile, ma partecipativo. Lo stesso vale per Dybala e Mandzukic. Il lavoro di quest’ultimo, soprattutto, è fuori dal comune. Non solo si sacrifica volentieri, ma riesce a farlo con qualità: quando riparte, poi, offre ampiezza e fisicità all’attacco. E’ accaduto con questo ciò che al contrario è accaduto con CR7: il portoghese si è accentrato, il croato si è reinventato esterno a tutta fascia (all’età di trentanni).

Mandzukic si catapulta tra i tifosi bianconeri dopo l'1-0

Mandzukic si catapulta tra i tifosi bianconeri dopo l’1-0

L’atteggiamento. Questa è la vera chiave del successo bianconero. Dalle parole ai fatti, poi, ci si passa attraverso i risultati. E anche questi sono arrivati con merito, per dar pragmatismo ad un’idea così nobile di calcio. Per la Juventus vista ieri sera, sarebbe un delitto anche solo paragonarla all’Atletico del Cholo. Questo puntava tutto sull’ardore della rivoluzione, quella punta molto sullo studio delle singole situazioni. C’è molto più della BBBC (come è stato possibile omettere la prima “B” di Buffon finora?); ci sono i due terzini (fatichiamo a trovarne il ruolo effettivo), i due centrocampisti – che col recupero di Marchisio ritrovano un elemento fondamentale -, Paulo Dybala (che quest’anno gioca un calcio diverso; diciamo diverso da tutti gli altri) e Gonzalo Higuain. Oltre al già citato Mandzukic, il meno citato ma imprevedibile Cuadrado. C’è un Dani Alves impazzito sulla destra che, dalla gara col Barcellona dello Juventus Stadium in poi, ha deciso di entrare nella leggenda. Ritroverà con ogni probabilità, a Cardiff, i rivali di una vita. Suo il goal del 2-0 che ha chiuso definitivamente (qualora ce ne fosse bisogno) ogni discorso sulla qualificazione. Suo, praticamente, l’assist del primo goal. Le statistiche che parlano del brasiliano mettono i brividi, dandone la dimensione che in questo momento si merita: quella di essere il terzino più forte al mondo. Carvajal e Marcelo potrebbero pensarla diversamente. Ma la domanda è: come può un terzino di 34 anni, considerato da tutti finito, essere il giocatore con più occasioni da goal create nell’intera Champions League – addirittura due in più di Neymar prima della partita col Monaco? Prima di affrontare i francesi allo Stadium (dove la Juventus non perde da 51 partite, con 44 vittorie e 7 pareggi), Dani Alves era rimasto coinvolto in 17 reti in Champions dal 2013: in quattro anni, 11 goal (poi 12) e 6 assist. Dall’altra parte, Alex Sandro fa quasi spavento: è così forte fisicamente che a volte ci si dimentica di che qualità sia dotato con la palla al piede. Higuain e Dybala, dopo essersi divertiti per buona parte del match, hanno iniziato a godersi un po’ meno la serata: il primo per aver condotto una guerra personale con Camil Glik (vecchio cuore granata), il secondo per aver abbandonato il terreno di gioco al 54′ tra gli scroscianti (e mai eccessivi) applausi del suo popolo. Che la Juventus fosse pronta per una finale era pronosticabile: che ci arrivasse da favorita, questo ce lo ha insegnato.