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Italia
6 Giugno

Massimiliano Alvini, la gavetta in persona

Un uomo che vive per allenare, non il contrario.

Per salire in Serie A, lui la strada l’ha preso davvero larga. Non gli è bastato vincere i campionati di Promozione con Signa e Quarrata nei primi duemila o portare tra i professionisti il Tuttocuoio partendo da tre categorie sotto. Massimiliano Alvini ha iniziato la sua carriera da allenatore ancora più indietro, a metà degli anni ’90, cominciando dagli amatori, dal torneo Uisp con la contrada della Ferruzza, il suo quartiere prediletto del Palio di Fucecchio: casa sua, a due passi dallo Stadio Filippo Corsini e dal “Cacalibri”, il monumento a Giuseppe Montanelli, patriota risorgimentale prozio di Indro. Perché per lui, come molti suoi corregionali della panchina, le radici sono e restano tutto: che sia Livorno o Certaldo, Figline o Tavarnuzze.

E se la stagione 2022/23 sarà ad altissimo tasso di allenatori toscani (probabilmente sette su venti nella massima serie), è giusto che uno dei cromatismi più romantici della A, il grigiorosso della Cremonese, sia affidato a uno di quei tecnici che hanno compiuto una parabola più che ventennale prima di andare al bersaglio, gradino alla volta. Quasi 800 panchine per arrivare alla meta sognata (“766” ha specificato lui nella conferenza stampa prima di Brescia-Perugia), per cui ha dato tutto, meticoloso e visionario al tempo stesso. Educato ma determinato. Timido ma sportivamente feroce.

“Non alleno per vivere: vivo per allenare”.

Massimiliano Alvini

Basterebbe questo suo slogan per rendere superfluo tutto il resto, per raccontare l’essenza di un allenatore che, da sempre, usa le bottigliette d’acqua o le confezioni di shampoo nello spogliatoio per ribadire ai suoi uomini, una volta di più, le posizioni in campo o i movimenti da mandare a memoria. D’altra parte la cifra stilistica di Massimiliano Alvini è sempre stata proprio la maniacalità nella preparazione delle partite e nella conoscenza completa e approfondita degli avversari, che si tratti del Lamporecchio o del Monza battuto dal suo Perugia fino a negargli la promozione diretta.

Uno che eppure, dopo una carriera da calciatore nei dilettanti banale come tante altre, ha cominciato ad allenare continuando a fare il rappresentante di calzature per l’azienda di famiglia (un po’ come qualcuno a Fusignano, verrebbe da accostare) e che dedica i suoi successi “a babbo e mamma”. Uno che sa trascinare i suoi giocatori in campo (c’è chi ha detto: «Se ci chiedesse di buttarci in un burrone per lui, lo faremmo») ma sembra poi quasi timido nell’incrociare lo sguardo con una telecamera o un obiettivo fotografico. Uno che porta una toscanità tutta sua, diversa dalle altre dei colleghi: pare impossibile immaginare in lui la sfrontatezza ruvida di Sarri, la propensione alla supercazzola di Spalletti o la tendenza all’affabulazione di Allegri. 



Per lui, laureato a Coverciano con la tesi “Dal modello di gioco alla preparazione della partita: affrontare il Napoli di Maurizio Sarri”, sarà comunque bello sfidare l’amico Maurizio, quello che – lui a Signa in Eccellenza e l’altro alla Sangiovannese in C2 – andava a trovare una volta al mese per parlare insieme un po’ di tutto. Ha vinto sei campionati in carriera, Max, anche se curiosamente l’ultimo passo sarà “a tavolino”, ancorché meritato: il suo capolavoro è stato a Ponte a Egola, frazione di settemila anime e patria mondiale della lavorazione del cuoio, presa in Promozione e portata in cinque anni in Seconda Divisione (vincendo la D davanti a Massese, Lucchese, Pistoiese e Spal, per dire), e confermata lì con due salvezze e l’aggiunta di una Coppa Italia Dilettanti, battendo in finale la Pistoiese.

E proprio gli arancioni avrebbero potuto essere poi il suo passepartout più immediato verso le categorie superiori, se non fosse tutto finito per l’esonero alla fine di quella sua prima e unica stagione. E allora ecco il percorso ripartire dal biennio e mezzo all’AlbinoLeffe (fino ai play-off), dalla Reggiana riportata in Serie B nell’anno del centenario.

E infine da quel Perugia condotto ai play-off nelle settimane scorse, fino alla beffa nei supplementari col Brescia.

Adesso c’è solo l’ultimo gradino, dopo i 766 già saliti, per questo cinquantaduenne che veste quasi esclusivamente di nero – che sia una t-shirt, una giacca o il completo sociale – e che si affida in prevalenza al 3-5-2 e a uno staff giovane e affamato quanto lui.

Sui disegni del destino non si discute: nella stagione ’95-’96 la Cremonese di Giandebiaggi, Tentoni e Maspero lasciava per l’ultima volta la massima categoria. Nello stesso anno Max cominciava il suo percorso da allenatore Uisp, tirando contemporaneamente gli ultimi calci al pallone nel Signa. Un quarto di secolo dopo le due trame, finalmente, si incrociano. In Serie A.

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