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17 Giugno

Massimo Osti, C.P. Company e genio futurista

Alberto Fabbri

78 articoli
Omaggio a un grande erede dell'avanguardia italiana.

Nell’iride fluorescente, la pupilla si dilata e splende d’eccitazione nella penombra della carrozza. Sotto la calvizie elettrica, la fantasia è galvanizzata, la mente freme nell’immaginare cosa celi sotto la veste il compagno di viaggio. Nessun amplesso frenetico è pronto per essere consumato, ma la tensione è ugualmente giustificata. Marinetti chiede di sbirciare sotto il loden, ed i suoi fari si accendono di meraviglia. La vettura ferma, la coppia sale il celebre scalone, irrompe in un’aula della Sapienza. È la metà del dicembre 1914, si dibatte sulle sorti della Patria. I sostenitori del prof. Chiovenda trasaliscono alla vista dei due incendiari.

Urli, spinte, schiaffi, minacce. Il sodale parolibero Cangiullo estrae dalla tasca un berretto tricolore e si libera dal pudore del soprabito: alla vista del vestito antineutrale futurista scoppia il finimondo, rogo o trionfo per la Bandiera umanizzata. È l’esordio della creazione di Balla, che subito FTM ha battezzato come divisa per le manifestazioni interventiste; un’estetica di ideali e materiali già teorizzata ne’ Le Vetement masculin futuriste – Le manifeste. D’altronde l’abbigliamento non poteva non essere oggetto della forza rinnovatrice dell’avanguardia che si proponeva di trainare l’Europa ed il mondo fuori dalla Belle Epoqué, verso la poeticità della moderno.

Arte e vita sono da fondersi in un tutt’uno indistinguibile, l’una nell’altra e viceversa. Più che mera manifestazione artistica, il Futurismo diventa autentico stile di vita per Marinetti e soci, una religione civile.

L’odio per accademie e musei nasce dal bisogno di liberare l’arte, trasferendola nella strade della quotidianità. L’uomo e la donna, con i loro corpi, diventano allo stesso tempo autori e materiali delle pratiche artistiche, esposte al di fuori di cornici, cavalletti, palchi e vetrine. Il modo di vestirsi è elevato a espressione di un gesto vitale ed artistico, compiuto in qualsiasi scena della realtà quotidiana. In questo senso vanno considerati i calzini di colori spaiati di Boccioni e Severini, i panciotti sgargianti ed i vestiti trasformabili di Balla e Depero, le unghie tinte di verde dell’Evola futur-dadaista, i geroglifici sul volto e la giacca a righe giallonere di Majakovskij, scultura vivente nelle strade di Mosca.

Gli abiti futuristi saranno dunque:

Aggressivi

Agilizzanti

Dinamici

Semplici e comodi

Igienici

Gioiosi

Illuminanti

Volitivi

Asimmetrici

Di breve durata

Trasformabili


La Moda futurista è frutto di menti geniali che, contravvenendo i canoni dell’abbigliamento borghese, rendono il vestito espressione artistica anticonformista carica di messaggi e significati. Lo schiaffo al gusto corrente ed il gancio sinistro sul viso decrepito passatista sono i tentativi di trasferire l’Arte in tutti gli aspetti della vita. Arte – vita esplosiva, Italianità parossista, Antimuseo, Anticultura, Antiaccademia, Antilogica, Antigrazioso, Antisentimentale questi sono alcuni dei messaggi trasmessi dal vestiario, veicolo di contenuti politici, ideologici, artistici, comportamentali. E se la moda diviene un mezzo per esprimere uno stile di vita antagonista alla morale dominante, parlare di controcultura futurista non suona così fuori luogo.

Ai Futuristi va senza dubbio riconosciuta la capacità di provocare cogliendo temi che si manifesteranno soltanto con la fine del secolo: l’abito veste il prototipo dell’Uomo relazionale, che si affermerà con la Millenial generation e la pervasività dei mezzi di comunicazione. Mentre Volt si dedica ad una moda futurista esclusivamente femminile, imbeccato da FTM che parla di donna come “poema vivente”, i dettami stilistici del vestiario avanguardista sembrano sintetizzati paradossalmente dalla creazione di una mente non (ancora) cooptata dalla Banda Marinetti.

È la Tuta di Thayaht, al secolo Ernesto Michaelles, che con il fratello RAM (Ruggero), nel 1920 brevetta un abito che sovverte i linguaggi sartoriali del tempo.

Né abito da lavoro, né divisa sportiva, la Tuta simboleggia una dimensione universale del vivere e del vestire. In tinta unita, tagliata a forma di T da un unico pezzo di tessuto leggero, come cotone e canapa, è un connubio di eleganza ed economicità, stile e funzionalità per ambo i sessi e tutte le occasioni. Per il suo allure, opposto dell’odierno sinonimo di sciatteria, sarà eletta ad habitus futurista per antonomasia, ed il suo creatore, dandy eclettico e anticonformista, abbraccerà il movimento come “precetto morale” nel 1929.

Il fiero portamento di Thayaht nella sua Tuta a T.

Cinquant’anni dopo, erede di questa vocazione innovativa, ma privata dei messaggi ideologici e politici, sarà Massimo Osti, mente totemica del Made in Italy e ideatore dell’abbigliamento sportivo moderno. Già dalla fondazione nel 1971, la Chester Perry è subito orientata alla ricerca: gli esperimenti di tintura in capo testimoniano sia la tensione sperimentale sia la passione per il cromatismo; il confronto con i dettami del primo manifesto firmato da Balla regge. Alla fine degli Anni ‘70 il marchio è battezzato C.P. Company e scocca il momento di vestire l’uomo che deve affrontare il selvaggio ambiente metropolitano, divenuto una giungla di cemento conclusa la ricostruzione post-bellica; la giacca da alpinista convertita in indumento cittadino sarebbe stata perfetta anche per vestire il dinamico abitante della Città Nuova immaginata dal visionario Antonio Sant’Elia.

Nella Ricostruzione futurista dell’universo Balla e Depero descrivono “l’abito trasformabile”, arricchito da un’infinità di congegni “modificanti”, per renderlo personalizzabile ed adattabile all’esigenze di chi lo porta. Oggi che la cifra distintiva del marchio è da ricercarsi proprio nella funzionalità di ogni dettaglio, forse gli appassionati del designer bolognese guarderanno con occhi diversi la Dutch Police Jacket, modello di una serie di giacche modulari con maniche staccabili e colletti realizzati con materiali diversi, dalla tela oliata al camoscio.

Oltre allo stesso carattere cangiante del capospalla, è facile ricollegarsi anche all’invito futurista di utilizzare materiali inediti, dal caucciù all’alluminio, come testimoniano anche le successive giacche in rubber wool e rubber flax.

Arrivando agli esemplari più iconici, la Explorer Jacket e la Goggle Jacket, incontriamo due dei temi più cari ai Futuristi. In questi modelli prendono forma l’influenza dall’ambito militare, per via dell’estrema sintesi tessile di utilità e qualità, e l’amore per i motori, palesato dalla sponsorizzazione alla Mille Miglia, a cui Osti dedicherà un celeberrimo modello. È facile immaginarsi l’aeropittore Tullio Crali lanciarsi in picchiata, oppure lo stesso Marinetti sfrecciare in automobile con il celebre cappuccio con le lenti calato fino ai baffi.

Prima che si apra il paracadute (Tullio Crali, 1939).

Si potrebbe osservare che i Futuristi e Osti siano stati accomunati anche dal fatto di aver riscosso più successo all’estero che in patria; se dopo la Seconda Guerra Mondiale l’avanguardia ha scontato una lunga damnatio memoriae, ed i suoi meriti, su tutti lo svecchiamento e l’apertura al mondo della produzione artistica italiana di inizio ‘900, sono stati misconosciuti a lungo per l’adesione al Fascismo di molti dei suoi interpreti, così anche le creazioni di Osti hanno suscitato più entusiasmo e ricavi all’estero, almeno fino a qualche anno fa.

Fa riflettere notare che l’odierna fortuna dei marchi di Osti presso il grande pubblico si possa spiegare riferendosi, da un lato, all’attenzione della Haute Couture per gli Anni ’90, dall’altro alla mania per le giacche con le lenti o la Rosa dei venti nutrita dai ragazzi che in quel decennio animavano le gradinate britanniche, poi divenuti maestri dello stile casual ed oggetto di massiva imitazione. Oggi sfoggiare o perfino ostentare in curva tali simboli evoca una certa prontezza d’animo, orgogliosa caratteristica degli elettrici avanguardisti.

Pronti a tutto per i propri colori o per la libertà dell’arte dalle restrizioni del canone borghese: a volte è davvero una questione di gusto.

Quando nel 1942 Depero descrive l’Abito della vittoria, detta una maniera fatta di innovazione e ricerca, estetica e studio della materia; stilemi racchiusi nei tagli di abiti multi-uso, realizzati con criteri scientifici e matematici, ma “fantasiosamente mimetici, aerodinamici e termici”. Più o meno consciamente sta stilando il manifesto del Made in Italy, connubio di arte e vita in qualsiasi ambito creativo. Vocazione stilistica ed eredità artistica che hanno rivissuto nelle creazioni di Massimo Osti.

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