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8 Febbraio

Matthias Sammer, dalla Stasi al Pallone d’Oro

Emanuele Iorio

11 articoli
Una carriera e un giocatore incredibili.

Cambiano i moduli, cambia il modo di giocare e cambiano gli interpreti: tutto è sempre in continua evoluzione, continuamente in discussione. E ad ogni evoluzione del gioco corrisponde la comparsa di un nuovo ruolo che modifica totalmente gli schemi e l’interpretazione dello stesso: è accaduto nel calcio totale con il centrocampista box-to-box (presente Johan Neeskens?), nel tiki-taka con il falso nueve (Lionel Messi ha raggiunto il suo apice in quella posizione), ed è accaduto nel catenaccio con il libero.

Non c’è dubbio sul fatto che l’ultimo grande libero del nostro tempo sia stato Matthias Sammer.

Tedesco come tedesco fu l’insuperabile interprete del ruolo: Franz Beckenbauer. Proprio come Kaiser Franz, anche Sammer iniziò la sua carriera giocando in posizione più avanzata, da centrocampista centrale davanti alla difesa. Dotato di una grande fisicità che gli permetteva di vincere anche i contrasti più duri e di recuperare molti palloni, oltre che di un piede raffinato degno dei migliori playmaker, Sammer era un giocatore di un’intelligenza straordinaria.


Sin dall’inizio della sua carriera alla Dinamo Dresda, squadra ai vertici del calcio della Germania Est, le qualità del giovane Sammer erano sotto gli occhi di tutti ed il primo ad accorgersene fu il padre, Klaus Sammer, che allora allenava proprio il club di Dresda. Quest’ultimo lanciò il figlio, allora appena maggiorenne, nella formazione titolare a partire dalla stagione 1985/1986.


Sammer, il segreto. Tra la Stasi e la Dinamo Dresda


Qualcuno potrebbe facilmente parlare di raccomandazione, ma il caso non è affatto questo, visto che sin da subito Matthias dimostrò di saperci fare, e nelle prime stagioni con il club di Dresda, giocando in una posizione più avanzata da ala sinistra, si dimostrò estremamente prolifico sottoporta (realizzando più di 30 gol nelle sue prime tre annate con la Dinamo). Nelle ultime due stagioni nel club sarà quindi spostato nella posizione di centrale di centrocampo, divenendo completo in ogni aspetto del gioco, dalla fase difensiva a quella offensiva (anche nel nuovo ruolo la media gol non diminuì affatto, viste le 20 reti realizzate tra il 1988 e il 1990).

Giocare in uno dei massimi club della Germania Est, comunque, richiedeva un alto prezzo da pagare: infatti, appena maggiorenne, una volta entrato stabilmente nella rosa della squadra, il nostro fu costretto ad arruolarsi prima nella “Volkspolizei”(proprietaria del club di Dresda), e poi l’anno dopo a 19 anni nel “Wachregiment Feliks Dzierzynski”, ovvero l’ala paramilitare della Stasi, i servizi segreti della DDR. Sammer rimase dentro il corpo di polizia come agente non operativo per circa tre anni, spiegando in un’intervista del 2017 per il quotidiano tedesco “Bild” che all’epoca

C’erano dei vincoli ai quali non potevi sottrarti. All’epoca a capo della Dinamo Dresda c’era Erich Mielke, il ministro della sicurezza nazionale, e quindi i giocatori erano affiliati ad un reggimento subordinato dallo stesso Ministero, e se volevi giocare dovevi per forza farne parte (…). In caso di rifiuto sarei stato costretto ad entrare nell’esercito, cosa che avrebbe significato la fine della mia carriera calcistica”.

Il passaggio per diventare un futuro grande libero passava insomma anche per la momentanea rinuncia alla propria libertà individuale. Superato il forzato periodo nelle forze armate dello Stato, il nostro vince il campionato tedesco-orientale con la Dinamo Dresda nella stagione 1988/1989, interrompendo una striscia di 10 successi consecutivi da parte della Dinamo Berlino (club di proprietà della Stasi), raggiungendo inoltre le semifinali di Coppa Uefa.


Nella stagione successiva la squadra di Dresda centra il double campionato-coppa nazionale, in quella che sarà l’ultima stagione di Sammer col club, visti gli epocali cambiamenti politici che sconvolgeranno il Paese e che culmineranno con la celebre caduta del Muro di Berlino e la conseguente riunificazione delle due Germanie.


Sammer in Bundesliga. Il periodo a Stoccarda


Naturalmente, come sempre accade, i cambiamenti politici di una nazione sconvolgono radicalmente anche il mondo dello sport di quel Paese, con il campionato della Germania Est che si disputò per un’ultima stagione (90/91) per poi essere inglobato nella Bundesliga della Germania Ovest, dando vita ad un nuovo torneo “unificato” con tutte le squadra del Paese.

Comunque questo nuovo ordinamento non inficiò la carriera di Sammer, che già l’anno prima come detto aveva anticipato i tempi, divenendo, insieme al compagno di squadra alla Dinamo Dresda Ulf Kirsten, il primo giocatore della Germania Est a trasferirsi per una squadra dell’Ovest, nel caso di Matthias la squadra in questione fu lo Stoccarda, mentre Kirsten andò a giocare nel Bayer Leverkusen – dove fece la storia diventando il miglior marcatore della storia del club.


Sammer a differenza dell’ex compagno, che spenderà tutta la carriera con la maglia delle “Aspirine” di Leverkusen, giocò solamente un biennio per lo Stoccarda (dal 1990 al 1992), ma in breve tempo riuscì anch’egli a dimostrare tutto il suo valore nella Bundesliga Occidentale (alla faccia di chi pensava che gli atleti dell’Est fossero calcisticamente inferiori), mettendo a segno nella prima stagione 11 reti in campionato e contribuendo al sesto posto finale della squadra, valevole per la qualificazione in Coppa Uefa.


Prossima fermata Milano


Il talento del giovane Matthias non passa di certo inosservato, tanto che alla fine della stagione l’Inter raggiunge un accordo con la dirigenza del club biancorosso per il suo acquisto, sborsando ben 9 miliardi delle vecchie lire: ciononostante, Sammer è “costretto” a rimanere un altro anno a Stoccarda, a causa dell’allora limite del numero di stranieri in rosa vigente in Italia, ovvero tre, e nel caso della squadra nerazzurra vi erano già tre tedeschi ad occupare i posti, e non tedeschi qualsiasi ma i campioni del mondo Andreas Brehme, Jurgen Klinsmann e soprattutto Lothar Matthaus, il capitano della Nazionale tedesco-occidentale che sollevò la Coppa del Mondo nella finale di Roma contro l’Argentina di Maradona.

Sammer non avrà modo di conoscere nessuno dei tre, in quanto dopo la disastrosa stagione interista con Corrado Orrico prima e la vecchia gloria Luis Suarez poi in panchina, terminata con un clamoroso ottavo posto, i tre campioni del mondo fanno le valigie. Matthaus che se ne torna in Germania, al Bayern Monaco, mentre Klinsmann e Brehme emigrano in Francia e Spagna. Per Matthias comunque è un bene essere rimasto un ulteriore anno a Stoccarda, visto che nella stagione 1991-1992, mentre l’Inter sprofonda, i biancorossi tornano a vincere il campionato nazionale che mancava da ben otto anni.

sammer baggio
Sammer in stacco aereo su Baggio

Sammer ovviamente aumenta ancora di più la sua reputazione ed è ormai considerato il miglior centrocampista del calcio teutonico. I tifosi dell’Inter non vedono l’ora di vederlo in campo con la loro maglia, sperando che la stagione che verrà porti risultati positivi. I nerazzurri termineranno il campionato 1992/1993 in seconda posizione alle spalle dell’invincibile Milan di Fabio Capello, ma il tedesco non sarà tra i protagonisti di quell’annata, tutt’altro.

L’Inter per risollevarsi dalla precedente rovinosa annata chiama in panchina un tecnico esperto e navigato come Osvaldo Bagnoli, già autore di due imprese sportive che da sole bastano a consacrarlo agli annali dei grandi tecnici: lo scudetto con l’Hellas Verona nel 1985 e la semifinale di Coppa Uefa raggiunta col Genoa pochi mesi prima del suo ingaggio in nerazzurro.

L’ambizioso presidente Ernesto Pellegrini, per rilanciare la squadra e farla tornare subito competitiva ingaggia, oltre a Sammer, giocatori di primo piano, tra cui l’eroe delle “Notti Magiche” di Italia 90 Salvatore “Totò” Schillaci, il centravanti della Stella Rossa campione d’Europa Darko Pancev, che si rivelerà probabilmente il più grande “bidone” della storia nerazzurra e altri due stranieri, che saranno gli unici acquisti azzeccati della stagione, il centrocampista russo Igor Shalimov (proveniente dal Foggia “zemaniano”) e il potente attaccante uruguaiano Rùben Sosa (proveniente dalla Lazio).


Sammer nelle poche partite che gioca in Serie A in maglia interista (appena 11), riesce comunque a farsi valere, realizzando quattro gol (di cui uno contro la Juventus nel “derby d’Italia”) e fornendo più in generale prestazioni positive. Eppure già a novembre il tedesco comunica alla dirigenza nerazzurra la sua intenzione di andare via e tornare a giocare in Germania, più precisamente al Borussia Dortmund, con cui aveva già raggiunto un accordo.

Bagnoli non tollerava affatto che Matthias, piazzato in mezzo al campo, andasse costantemente in avanti alla ricerca dell’inserimento in area (come faceva costantemente dall’inizio della carriera), lasciando ovviamente scoperta la zona mediana del campo: per un “conservatore” come il tecnico della Bovisa era inammissibile un comportamento del genere sul campo, ma non ci fu neanche il tempo di trovare un compromesso tattico come quello che raggiunsero Michel Platini e Giovanni Trapattoni un decennio prima, visto che il tedesco se ne andò senza rimpianti dopo tre mesi.

bagnoli sammer
Osvaldo Bagnoli, sergente di ferro

Ma tra le motivazioni del suo improvviso addio al calcio italiano vi è soprattutto un mancato ambientamento alla realtà italiana: né lui né sua moglie, entrambi residenti in una villa sul Lago di Como, riuscirono mai ad accettare il cambiamento di vita, sentendo quasi una sorta disaudade” in salsa europea per la cara Germania appena unita.

“Cominciò subito a manifestare il desiderio di tornare a casa ed era impossibile fargli cambiare idea. Oltretutto non ha mai imparato a parlare l’italiano”.

Osvaldo Bagnoli

Nostalgia per la propria terra, per la propria cultura e ovviamente per il proprio calcio. Qualcuno potrebbe definirlo paradossale, visto che Matthias crebbe in un Paese, la DDR, in cui ai cittadini (e ai calciatori) veniva proibito espressamente qualsiasi trasferimento in terra straniera, e ora che finalmente gli si presenta l’occasione di vivere e giocare all’estero, Sammer la rifiuta, tornando nella sua cara terra natìa.


Sammer eterno. L’approdo al Borussia Dortmund


Sammer dunque si accasa al Borussia Dortmund, squadra della Ruhr che da anni cercava di fare il salto di qualità nella Bundesliga, e il cui periodo d’oro risaliva ormai a trent’anni prima. È qui che Matthias incontrerà quella che, dopo suo padre Klaus, sarà la persona più importante della sua vita calcistica, ovvero il tecnico Ottmar Hitzfeld, che già da un anno allenava il Dortmund. Sarà proprio il “Generale” (il più vincente tra tutti gli allenatori tedeschi, con ben 25 titoli conquistati in carriera) a prendere la decisione che cambierà per sempre, e in meglio, la carriera del nostro, ovvero lo spostamento di ruolo, da potente e completo centrale di centrocampo a libero elegante, ma non meno combattivo.


Il cambiamento arriva all’inizio della stagione successiva, 1993/1994, dopo che Sammer aveva fatto in tempo a giocare la doppia finale di Coppa Uefa contro la Juventus di Giovanni Trapattoni e Roberto Baggio, conclusa per i tedeschi con una disfatta, visto che il punteggio sarà un complessivo 6 a 2. La “vendetta” contro i bianconeri di Torino arriverà solo pochi anni dopo.

Dopo un’annata passata ad adattarsi al nuovo ruolo, che risente del rendimento dei gialloneri in Bundesliga, a partire dalla stagione successiva (1994/1995) Sammer assimilerà tutti i fondamentali della nuova posizione. Il Dortmund, rinforzatosi anche con gli arrivi degli ex-juventini Andreas Moller a centrocampo e il brasiliano Jùlio Cèsar in difesa, conquista il massimo campionato tedesco a più di trent’anni dall’ultima volta. Il trionfo in Bundesliga si ripete anche l’anno successivo, stavolta con uno Jurgen Kohler in più in difesa (altro ex-Juventus). La grande star della squadra, il suo leader tecnico e morale indiscusso, il principale attore protagonista delle glorie del Dortmund di quel biennio è lui: Matthias Sammer.

Un’immagine eloquente dedicata al Sammer versione BVB (foto dal profilo Twitter del club della Ruhr)

La ciliegina sulla torta della carriera di Sammer, in ogni caso, è sicuramente la Champions League conquistata ai danni della Juventus di Marcello Lippi nel 1997, ovviamente con il Dortmund. Quella partita, terminata 3 a 1 per i gialloneri, fu una vera e propria beffa per i bianconeri, che dopo aver perso un decennio prima, sempre da favoriti, la finale di Coppa Campioni contro un’altra squadra tedesca, l’Amburgo di Ernst Happel, stavolta si trovarono contro, come beffa delle beffe, una squadra imbottita di grandi ex-juventini, come Andreas Moller, Jurgen Kohler, Paulo Sousa e Stefan Reuter (c’era pure Julio Cesar, ma quella finale non la giocò per infortunio).

Fu Sammer, divenuto nel frattempo capitano della squadra, a sollevare la coppa dalle grandi orecchie nel cielo di Monaco di Baviera (la finale si giocò infatti nell’Olympiastadion München), portando il Borussia Dortmund nell’olimpo del grande calcio, dove mai era stato e dove sinora non è mai riuscito a tornare (ci andò molto vicino nel 2013, quando perse la finale di Champions tutta tedesca contro il Bayern Monaco) e, a livello personale, affermandosi ancora di più come uno dei più grandi giocatori della sua epoca.


Il ritiro e la malattia. Sammer direttore sportivo del Bayern


Purtroppo quella che doveva essere la punta di diamante di una carriera comunque ancora lunga, visto che Matthias aveva appena 30 anni, sarà invece il canto del cigno. Nell’ottobre del 1997, infatti, Sammer è vittima di un infortunio al ginocchio, per cui è necessaria un’operazione: nulla di gravissimo in realtà visto che i tempi di recupero dovrebbero essere di un paio di mesi. Il grosso guaio, che non solo ne compromise la carriera ma stava pure per costargli la vita, fu che il ginocchio durante l’operazione si infettò gravemente (a causa di uno “Staphylococcus”) e Matthias fu vittima di continui dolori al corpo, febbre, nausea.

“I medici parlarono con mia moglie e le diedero poche speranze, preparandola al peggio. C’era solo una piccola possibilità che tutto tornasse come prima. Tutti gli antibiotici non ebbero effetto, ma l’ultima medicina mi salvò la vita”.

Matthias Sammer, Die Zeit

Alla fine quindi, quasi per miracolo, Matthias si salva, ma ovviamente la sua carriera sui campi da gioco è finita. E finisce con il suo ritiro anche un’era, quella del libero, ruolo che dopo di lui scomparirà definitivamente. Dopo essere stato costretto al ritiro, Sammer tenterà dapprima una strada come allenatore, poi come dirigente. Infine diventa direttore tecnico della Nazionale tedesca, dal 2006 sino al 2012, per poi essere promosso direttore sportivo del Bayern Monaco, storico rivale in campo ma che Matthias saprà far tornare grande nella sua nuova posizione dirigenziale.

I bavaresi conquisteranno con lui uno storico “triplete”, con Bundesliga, Coppa di Germania e soprattutto Champions League portate a casa (quest’ultima dopo più di un decennio di attesa dall’ultima volta), seguite negli anni successivi da altri tre campionati consecutivi, una Supercoppa Europea, un Mondiale per Club e due Coppe di Germania.

Per Sammer però non c’è pace e i problemi di salute ritornano, stavolta nella forma meno grave di un “disordine cerebrale” che lo costringe per la seconda volta in carriera ad abbandonare definitivamente una professione. Troppo stress accumulato, probabilmente. Ad oggi Matthias lavora per il Borussia Dortmund con una terza differente professione: quella di consigliere del club.

Matthias Sammer, in così poco tempo, è riuscito a vincere tutto quello che un atleta può desiderare (il Pallone d’Oro, l’Europeo, la Champions) e anche tutto quello a cui un direttore sportivo può aspirare (un’altra Champions, vari titoli nazionali). L’ultimo libero della storia è stato anche, insomma, il più imprevedibile vincente del calcio tedesco. Libero nel ruolo e nella mente. Leggenda per necessità.

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