Altri Sport
06 Giugno 2017

Matto in cinque mosse: come l'Aquila ha travolto l'Olimpia

Tra rimpianti e frustrazione, la squadra di Milano ha perso in casa contro l'Aquila Trento, ora alla ricerca del suo primo scudetto

Maurizio Buscaglia si gratta con noncuranza la barba sfatta. È il suo modo di stemperare la tensione. In un Forum di Assago pieno ma non pienissimo si sentono solo le voci dei vincitori, di quei tifosi della Trento Dolomiti Energia che ancora non credono di aver guadagnato l’accesso alle finali scudetto. Un poco più a sinistra, oltre il bianco confine della metà campo, Massimo Cancellieri, vice di Jasmin Repesa sulla panchina dell’Olimpia Milano, osserva silenzioso la disfatta. È seduto e la sua lunga barba da hipster gli fa quasi il solletico all’ombelico. Ma non ride, neanche per sbaglio. Neanche per rilasciare la tensione. Il suo capo, l’head coach, è in piedi con le braccia conserte. Non sbraita più, né gesticola. Aspetta, aspetta che il cronometro faccia il suo percorso.

In 5 partite, di cui solo due giocate in casa, Trento ha chiuso la pratica Milano senza troppe difficoltà. Su 8 partite in questi playoff, la squadra di coach Buscaglia ne ha persa soltanto una, contro l’Olimpia appunto, quasi di sfuggita. E pensare che a metà anno era tredicesima. Fuori dall’Eurocup per ordine della FIP, fuori dalle final eight di Coppa Italia, questa aveva tutta l’aria di essere una stagione di transizione. Persi i pezzi da novanta durante il mercato estivo – su tutti Dada Pascolo divenuto il nuovo idolo dei tifosi milanesi-  il gruppo si è compattato attorno al suo coach, centro di gravità permanente dal 2010, cioè da quando l’Aquila Basket era in serie B. Forray, Flaccadori, Baldi Rossi: su di loro si è ricostruito il progetto di una società in perpetuo divenire, pericolosa proprio perché non sa quali siano i suoi orizzonti.

Il cestista dell'Olimpia Milano Davide Pascolo in azione
Il cestista dell’Olimpia Milano Davide Pascolo in azione

Gara 5, per l’Olimpia, era decisiva: sotto di 3-1, senza ancora una vittoria tra le mura amiche, la situazione era ben oltre i limiti della normale nevrosi. Ma quando i sogni si trasformano in ossessioni nulla riesce. Il gioco pragmatico e senza fronzoli di Buscaglia ha mandato in tilt una squadra che in tutto l’arco della stagione ha fatto fatica a capire quale fosse la sua trama migliore. Milano ha preso spunto da Pollock, Trento da Michelangelo. Se per la prima è sufficiente centrare la tela con qualche schizzo, lasciando che sia l’impressione artistica a fare il suo lavoro sullo spettatore, per la seconda è solo il certosino lavoro maniacale fatto di sedute e ripetizioni a produrre un risultato abbacinante. Il basket è un gioco di squadra, estremamente analitico. Di solito vince il più forte, ma non necessariamente chi ha il roster migliore. Buscaglia, fine scacchista, ha fatto del bianco e nero la sua ragione di vita. Trento si conosce e conosce l’avversario: le porte della percezione si aprono e tutto appare loro infinito. Milano, persa nelle sue lotte interne, è immersa in un “essere o non essere” il cui tragico epilogo è facilmente pronosticabile.

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Il risultato finale è di 102-82 per gli ospiti, che hanno scambiato il Forum per il più lussuoso degli hotel. Sutton e Hogue hanno qua e là tratti di onnipotenza e non si fanno mancare nulla. Nemmeno l’alley oop. Lo spicchio riservato ai tifosi trentini ha brillato di luce propria lungo tutte le tre gare giocate ad Assago. Era dal 2010, finali scudetto contro la Montepaschi Siena, che Milano usciva da una serie senza vincere una partita in casa. Se il vecchio roster meneghino sovrabbondava di primedonne, quello attuale fatica a trovare un leader. Repesa è di controvoglia costretto a chiamare in causa Bruno Cerella, per il quale il pubblico solleva un’ovazione pari a quella riservata al ritorno di Danilo Gallinari, novembre 2011. I motivi per cui non gli è stata affidata la fascia di capitano, in favore del pallido Cinciarini, sono ancora avvolti nel mistero. La gara sembra una replica degli scontri precedenti: l’Olimpia non è mai in vantaggio e si tiene ancorata agli artigli dell’Aquila solo quando Sanders si ricorda di essere l’mvp delle due precedenti finali. A metà partita il tabellone recita 43-46, ma è solo un breve incanto. Il terzo quarto spezza le ginocchia dei padroni di casa: 33-15 senza possibilità di ricorso. Giunti a questo punto, l’ultima frazione di gioco pare un accanimento terapeutico. Dada Pascolo, otto minuti giocati nel primo quarto, siede ingobbito in panchina, come un Leopardi cui abbiano spezzato la penna. I tifosi si chiedono perché non entra in campo. Repesa, in conferenza stampa, svela l’arcano: dovrà essere operato al menisco. Oltre al danno, la beffa: difficile nascondere alle telecamere dolore e frustrazione.

Per Milano i rimpianti sono molti e l’odi et amo coi tifosi non ha certo aiutato. Da mesi gli striscioni “Via Proli e Portaluppi”, rispettivamente presidente e general manager della società, hanno occupato in curva gli spazi delle bandiere biancorosse. L’Olimpia è uscita distrutta prima che dalla lunga stagione, dalla mancanza di programmazione. Inutile dire che dopo una stagione ritenuta fallimentare – nonostante la vittoria in Supercoppa e in Coppa Italia – per l’attuazione dell’ennesima rivoluzione sarà solo questione di giorni. Per Trento invece il meglio deve ancora venire. Dall’altra parte del tabellone Avellino e Venezia si stanno logorando in una serie che definir tirata è poco. Non avrà il fattore campo, ma si è visto come ciò non costituisca poi un gran problema: un’aquila riesce sempre a vedere lontano.

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