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16 Ottobre

Maurizio Sarri uno di noi

Federico Brasile

62 articoli
Il calcio come show uccide l'amore.

In queste prime sette giornate non abbiamo certo visto la miglior squadra di Sarri, per usare un eufemismo. Pronosticabile, considerata l’eredità del consolidatissimo 3-5-2 inzaghiano e i tempi tecnici necessari alle squadre del tecnico toscano per abituarsi ai meccanismi del suo calcio. Eppure ieri, nella conferenza stampa della vigilia (in questo caso del match con l’Inter), abbiamo riapprezzato il miglior Maurizio Sarri, quell’ “allenatore di campo” che tanti consensi aveva ottenuto prima di andare alla Vecchia Signora – ed essere così costretto a modificare il proprio linguaggio. Imbeccato sulla questione dei giocatori in nazionale, Maurizio si è lasciato andare tornando un po’ alle origini:

«Purtroppo il calcio attuale è questo, probabilmente non mi appartiene più, io sono un allenatore di campo. Tutti i mesi facciamo 7 partite in 19 giorni, i restanti 11 i giocatori sono in Nazionale quindi si allenano più in Nazionale che con noi (…) non siamo più di fronte al calcio, a uno sport, siamo di fronte a uno show in cui mi sembra che tutti i partecipanti tentino di spremere soldi agli appassionati di calcio, ma non siamo più di fonte a uno sport.

Probabilmente io sono vecchio per questo tipo di calcio, nel senso che mi sono innamorato di un altro tipo di calcio».

Maurizio Sarri

Sappiamo già quello che molti di voi staranno pensando, anche perché sui social numerosi sono i commenti in tal senso: “se questo calcio non ti piace, rinuncia ai milioni che ti garantisce” – o giù di lì. Considerazioni tanto scontate quanto, se possiamo permetterci, superficiali. Cosa dovrebbe fare Sarri, starsene zitto oppure, per coerenza, andare ad allenare nelle serie minori? Quanti di noi e di voi rinuncerebbero ai soldi ma ancor prima ai palcoscenici e agli stimoli che possono offrire squadre di massimo livello, il tutto per non scendere a patti con un sistema malato? Prendiamo allora le parole di Sarri per quello che sono, delle parole di buon senso che rispecchiano il nostro pensiero e quello di milioni di appassionati. Con un Maurizio di nuovo sincero, popolare e a briglie sciolte, come se fosse in un bar davanti a una birra – e con l’immancabile sigaretta in mano.


Perché tutta quella storia sul sarrismo, sulla gioia e la rivoluzione sarà stata sicuramente esagerata, così come i fotomontaggi con il suo faccione al posto di quello di Che Guevara e da lì il soprannome “Comandante”. Eppure Sarri non era nemmeno quello in giacca e cravatta, o griffato Ralph Lauren, della Juventus. In quegli abiti stava stretto, come più volte abbiamo scritto: non abbiamo mai criticato Sarri in sé, bensì Sarri alla Juventus. Un matrimonio che non s’aveva da fare.

Ritrovarlo oggi a criticare il sistema, seppur dall’interno, ci rincuora: Maurizio è sincero, questo è evidente; ci è, non ci fa, direbbero a Roma. E fa piacere anche ascoltare qualcuno che si espone mentre ha un ruolo di primo piano, non dopo aver smesso, o durante un periodo in cui si trova a spasso. I suoi sono concetti non scontati, che non solo mettono in discussione le dinamiche malate di un calcio ridotto spudoratamente a business, ma che si spingono oltre: «non è più uno sport, è uno show». Quello che scriviamo da anni.

Non si tratta nemmeno solo di una questione economica, ma ancor prima di un tema essenziale: il pallone, diventando spettacolo, perde il suo carattere essenziale.

Per questo poi parla di innamoramento. E attenzione, qui pone – più o meno volontariamente – un tema enorme: un tempo il calcio faceva innamorare, letteralmente; offriva contenuti rituali, simbolici, identitari, sociali. Oggi, avendo assunto la forma dello spettacolo, può piacere, anche molto, ma non provoca più l’autentico innamoramento. Come scrive un lucidissimo Massimo Fini: «perdendo tutti i suoi connotati specifici (il calcio) susciterà un interesse sempre più generico, vago, intercambiabile che, come tale, prima o poi svanirà. In questo modo gli apprendisti stregoni avranno ucciso la “gallina dalle uova d’oro” e il razionalismo nella forma del denaro avrà realizzato, è il caso di dirlo, l’ennesima autorete».

Un allarme che si sta già trasformando in realtà, vedendo l’interesse mutevolissimo delle nuove generazioni e gli studi sul grado di affezione riproposti alla nausea da Agnelli, Perez e compagnia. Peccato che questi, e molti altri, siano convinti che per catturare l’attenzione si debba accelerare ancora di più la spettacolarizzazione del calcio. Una prospettiva miope, ma non è questa la sede adatta per parlarne. Per adesso lunga vita a Maurizio Sarri e a quelli come lui. Incoerente? Forse, come lo siamo noi. Talmente innamorati di questo sport da non riuscire a lasciarlo, e da essere costretti ad accettare sempre nuovi compromessi.

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