Ritratti
06 Aprile 2022

Max Biaggi, una vita spericolata

O di come una bandiera nera abbia cambiato radicalmente il corso della storia motociclistica.

20 Settembre 1998. Una bandiera nera sventola durante il Gran Premio della Catalunya. È rivolta a Max Biaggi, pilota romano noto come “Il Corsaro”, il quale si trova in testa alla corsa. Su di essa non vi sono teschi, ossa o altri simboli pirateschi, e a sventolarla non è uno dei suoi tifosi bensì la direzione di gara: Biaggi è squalificato dal Gran Premio. Il romano, in vetta alla classifica della 500, sceglierà di non fermarsi consapevole che tale squalifica collimi con la fine della sua rincorsa al titolo iridato.

Taglierà il traguardo in prima posizione, ma a salire sul gradino più alto del podio sarà Mick Doohan, con il numero uno in carena e quattro titoli mondiali consecutivi in bacheca. Archiviata come semplice episodio di gara, la bandiera nera di Barcellona rappresenta invece un crocevia fondamentale nella storia recente del motociclismo; per captarne l’importanza è tuttavia necessario fare un passo indietro ed analizzare la carriera di Max Biaggi e gli eventi che hanno condotto a quel momento.

Nato e cresciuto nella capitale, Max è un ragazzo come tanti altri.

Gioca a calcio nella squadra di quartiere con il sogno del professionismo, già palesemente impossibile negli anni – quelli dell’adolescenza – dove nulla sembra esserlo e, come tanti, cela i propri problemi dietro ad una serenità di facciata. Dopo il divorzio dei genitori il rapporto con la madre si deteriora. Lei esce dalla sua vita e, diversamente da Meryl Streep in Kramer contro Kramer, non ritorna.

Si rifarà viva solo molti anni dopo tramite un appello a mezzo stampa per cercare di riallacciare i rapporti con tempistiche e modalità che lasciano un’ombra opprimente nel cuore del figlio. Max rifiuta la mano tesa della madre, spaventato dall’idea che sia mossa da motivazioni tutt’altro che nobili. I due non si parleranno per quasi un quarto di secolo, sino alla nascita della secondogenita di Max. Il suo rapporto con le moto è quello del tipico adolescente italiano; ha una Vespa che usa per spostarsi, nulla di più. Non è appassionato di gare, tant’è che dichiarerà:

“Non conoscevo i campioni del passato, sapevo tutto di calcio ma non di MotoGP, conoscevo al massimo Agostini”.

La scintilla con le due ruote scocca quando Daniele, suo amico d’infanzia, gli appare davanti con una Yamaha TZR 250 nuova, fiammante, davanti alla quale il giovane Max ha una visione mistica. I due si recano alla pista di Vallelunga ed è lì, guardando le moto sferzare l’aria, che Biaggi capirà di voler fare il pilota.

Un giovane Max Biaggi

Il padre Pietro non è convinto dall’idea. Pensa sia un desiderio momentaneo, destinato a scemare nel tempo, e di soldi ce ne sono pochi. Dice al figlio che se vuole una moto dovrà pagarsela di tasca sua e Max, ispirato dal film Il ragazzo del Pony Express, inizia a portare pacchi in tutta Roma. Pietro, commosso dalla determinazione del figlio, gli farà trovare una Honda 125 per il compleanno con l’aiuto dello zio Valerio. La scalata verso l’olimpo del motociclismo sarà fulminante. Benchè Max sia sprovvisto di una formazione di stampo motoristico durante la propria infanzia, tale lacuna viene controbilanciata da un talento innato e dal fuoco proprio di chi è arrabbiato e ha fame di rivalsa. L’anno successivo arriva alle spalle dei soli Fausto Gresini e Doriano Romboni nel campionato italiano a prova unica corso proprio a Vallelunga, e diventa presto il free agent più corteggiato del mercato piloti.

A spuntarla sarà l’Aprilia grazie all’opera di convincimento del diabolico Carlo Pernat e nel 1992 approda a tempo pieno nel mondiale 250, dove ottiene la sua prima vittoria durante l’ultima tappa stagionale.

È durante il primo stint alla casa di Noale che Max si guadagna l’appellativo di corsaro per via della livrea total black – eccezion fatta per gli sponsor – che caratterizza la moto. In quegli anni porta a casa tre mondiali consecutivi prima di essere lasciato a piedi dalla casa di Noale dove, come spesso accade durante striscie di vittorie prolungate, si era radicata la convinzione che fosse la moto e non il pilota a fare la differenza. Biaggi firmerà per il team guidato da Erv Kanemoto. Metodico, determinato e stakanovista, il guru nippo-americano aiuterà Biaggi a portare a casa il quarto titolo consecutivo, questa volta su una Honda Marlboro.

Al termine del 1997 Biaggi ha un palmares invidiabile, vive a Montecarlo e si mormora che abbia una storia con Naomi Campbell.

Cura in modo maniacale un’immagine da superstar lontana da quella dei piloti dell’epoca, privi di spazi sui rotocalchi rosa, donne dello spettacolo e case nel Principato. La linea di demarcazione tra il romano e il resto del paddock è il suo essere forestiero in un mondo dove tutti conoscono tutti. Piloti come Valentino Rossi, Andrea Dovizioso o Mattia Pasini sfrecciavano sulle minimoto già in tenera età grazie alla passione dei propri genitori, non di rado piloti a loro volta. Quante volte vediamo piloti pubblicare sui propri profili social scatti in cui, ancora bambini, condividono il podio con coetanei divenuti a loro volta professionisti? Biaggi era un estraneo, un marziano capitato lì per caso, un antieroe byroniano.

Campione del mondo nel 1997 (PH max-biaggi.com)

In un’opera, gli antieroi sono la categoria di personaggi in cui l’uomo medio tende a riconoscersi di più e, di conseguenza, quella per cui tende a parteggiare, specialmente quando sono attorniati da antagonisti sviluppati monodimensionalmente. Tony Soprano, capostipite degli antieroi televisivi, è presentato come un uomo competente ed intelligente, specialmente se comparato ai suoi rozzi soci in affari. Famosa è la scena in cui spiega allo zio Junior, neo-boss della famiglia, di come Ottaviano Augusto venisse apprezzato come leader anche per la sua spiccata generosità. Non riuscendo a far comprendere il concetto attraverso questa metafora, Tony utilizza la barzelletta dei tori e delle mucche, che lo zio capisce immediatamente.

Improvvisamente, come in un gioco di equilibri, tramite il disprezzo per tali personaggi si apprezza ciò che Tony si vede “costretto” a fare per salvare la situazione. Quando all’antieroe viene affiancato un eroe nel senso più classico del termine, i cui difetti risultano essere assenti o volutamente nascosti, allora ecco che le parti si invertono e il pubblico smette, come d’incanto, di parteggiare per colui che ora vede giocoforza come il cattivo.

Mick Doohan prima e Valentino Rossi poi renderanno Max Biaggi un cattivo contro cui tifare.

Una delle trame più utilizzate nei film sportivi è quella del veterano in cerca dell’ultima grande vittoria, e la carriera di Doohan segue proprio questa traiettoria. Nel GP d’Olanda del 1992 rimane vittima di un grave infortunio mentre si trova saldamente al comando della classifica, costringendolo a terminare anzitempo la stagione. Le complicazioni post-operatorie fanno temere addirittura l’amputazione della gamba. Tornato miracolosamente in sella alla sua Honda ufficiale, l’asso australiano vincerà quattro titoli consecutivi pur senza mai riacquisire una buona mobilità della gamba infortunata. Nel 1998 Biaggi, sempre a bordo della sua Honda clienti del Team Kanemoto, decide di compiere il grande salto nella classe regina, dove la casa dell’ala dorata è da qualche anno senza rivali con Norick Abe, funambolico asso del Sol Levante, unico pilota capace di intrufolarsi con la sua Yamaha in una top five costantemente a senso unico.

Durante i test pre stagionali Max tiene il passo dei primi e mostra che ci sono le condizioni per correre una buona stagione. Le buone sensazioni dei test vengono confermate nel Gran Premio inaugurale di Suzuka; su un circuito di cui i piloti di casa conoscono ogni centimetro, il pilota romano fa saltare il banco e conquista la pole position. In gara scatta dalla prima casella davanti ad Abe e Norick Haga e comincia una fuga solitaria contro cui gli avversari potranno poco o nulla. Doohan è costretto al ritiro mentre Biaggi diventa il primo pilota a debuttare in 500 con pole position e vittoria dai tempi di Jarno Saarinen, esattamente venticinque anni prima.

Il trionfo di Suzuka è una ventata d’aria fresca per i fans del motomondiale, il cui fuoco è finalmente pronto a risvegliarsi dal torpore indotto da anni di gare a senso unico.

Il campione uscente della classe intermedia è spavaldo, forse fin troppo, e senza alcun timore reverenziale accusa la Honda di voler far vincere a Doohan il suo ultimo mondiale attraverso una moto più performante della sua. L’australiano accuserà a sua volta Biaggi di essere un personaggio costruito, immaturo e di non considerarlo un suo rivale, e risponderà alle accuse portando a casa numerose vittorie ma anche alcune cadute, mentre Biaggi vincerà solamente un’altra gara, sul circuito ceco di Brno, rimasta impressa nei ricordi dei tifosi per l’impennata contro le leggi della fisica sulla linea del traguardo, mantenendo tuttavia una costanza di rendimento che gli consentirà di mantenere il primato in classifica sino alla terzultima tappa, Barcellona.

Uno delle immagini più iconiche del motomondiale

Oltre a Biaggi e Doohan, distanziati di quattro punti, anche Alex Crivillè, secondo pilota della Repsol Honda, è in lotta per il titolo a sole sette lunghezze dall’italiano. Lo spagnolo ci crede e conquista la pole position. Biaggi parte secondo, Doohan quarto. A nove giri del termine, un contatto tra Fujiwara, Bayle e Crivillè porta la gara in regime di bandiera gialla. In testa alla corsa, Biaggi ed il brasiliano Alex Barros non notano la bandiera – a detta dei piloti è stata esposta in un punto in cui era impossibile vederla – scambiandosi sorpassi e controsorpassi.

Le penalità per un’infrazione di questo tipo spaziano da una semplice multa ad uno stop and go, e ai due viene conferito il massimo della pena.

Barros, quinto in campionato e senza più nulla da chiedere alla stagione, sconta la penalità mentre Biaggi la ignora. Pochi giri più tardi, come da regolamento, verrà esposta la bandiera nera. L’inno australiano risuonerà anche nelle ultime due tappe del campionato, mentre un Biaggi con il morale sotto gli stivali taglierà il traguardo solamente in ottava e quinta posizione. Doohan, uscito vittorioso dal conflitto e che decideva vita, morte e miracoli dei dipendenti Honda, impone ai vertici della casa di Tokyo che il romano debba fare le valigie. Per Biaggi è davvero una questione di sliding doors.

Max firma con la Yamaha, che all’epoca disponeva di moto nettamente inferiori.

Il biennio seguente sarà avaro di soddisfazioni per il Corsaro, con il titolo che gli sfuggirà per mano prima di Crivillè, a cui è stata lasciata in eredità la spec di Doohan, e di Kenny Roberts Jr poi, autore di una stagione per molti versi irripetibile a bordo della cenerentola Suzuki. Proprio durante la prima stagione del nuovo millennio Biaggi darà vita ad una rivalità quasi pugilistica con Valentino Rossi. Sebbene i due si ritrovino a gareggiare l’uno contro l’altro solo nel 2000, i loro primi attriti risalgono a tre anni prima con Valentino che, vittorioso al Mugello, compie il giro d’onore con una bambola gonfiabile di Claudia Schiffer sulla moto.



Nonostante il nativo di Tavullia abbia sempre negato che l’intento fosse quello di sbeffeggiare il rivale, l’onnisciente Pernat ha recentemente rivelato di come Valentino, venuto a conoscenza della chiacchierata love story tra il pilota romano e Claudia Schiffer, volesse addirittura uscire con la top model tedesca per una sera, e che la bambola fosse solamente il piano di riserva. Negli anni seguiranno punzecchiamenti, spesso da parte di Rossi, come quando ad una domanda di un giornalista rispose:

“Se mi sento il Biaggi della 125? Casomai lui è il Rossi della 250″.

La stampa nazionale già pregustava il momento in cui Valentino sarebbe approdato in 500, alimentando nel frattempo la faida tra i due in modo artificioso, con Biaggi nei panni del cattivo in declino e stregato dallo star system e Rossi in quelli del giovane predestinato in rampa di lancio. Nel 2001 la rivalità raggiungerà il proprio apice, con i due rivali eletti dalla stampa a contendenti al titolo. Le prime scintille brillano a Suzuka. Rossi porta un attacco sul rettilineo a Biaggi, il quale risponde allargando il gomito e mandando il pesarese sull’erba, a pochi metri dal muretto. Durante il giro successivo Rossi chiude un sorpasso molto aggressivo mostrando il dito medio al rivale.

Nelle interviste post gara i due cercheranno di addossare la colpa alla controparte, con Valentino che parlerà di tentato omicidio mentre Biaggi di manovra puramente protettiva.

La situazione precipita definitivamente a Barcellona, in una giornata trionfale per l’Italia grazie ad un podio totalmente tricolore, con Capirossi terzo dietro a Rossi e Biaggi. Il corridoio che conduce al podio è stretto, angusto e colmo di persone. Max urta il manager di Valentino e, tra uno spintone e qualche parola di troppo, la situazione deflagra in un battito di ciglia con i due che finiscono per mettersi le mani addosso, divisi soltanto dalla sicurezza. Nonostante entrambe le fazioni cerchino di minimizzare l’accaduto, l’allora presidente della FIM Francesco Zerbi si rifiuterà di consegnare i premi sul podio a causa della gravità dell’incidente.

Biaggi in trionfo davanti a Valentino (max-biaggi.com)

Il Dottore sarà mattatore assoluto del mondiale sino al 2005, anno in cui Biaggi darà forzatamente l’addio alla MotoGP, lasciato a piedi dalla Honda dopo alcune lamentele riguardanti uno sviluppo insoddisfacente della moto. Che quella fosse la vera ragione o meno – la Honda non voleva rinunciare ad Hayden per la grande visibilità nel continente americano e fremeva per l’approdo in classe regina di Dani Pedrosa – sarà proprio nel 2006 che la casa di Tokyo interromperà il proprio digiuno iridato grazie al nativo del Kentucky, che da Biaggi aveva ereditato la sella di primo pilota, in una stagione che condivide non poche analogie con quella del 2000 in cui Roberts Jr., altro figlio dell’America profonda, aveva portato a casa il titolo contro ogni pronostico.

Nel 2007, più vicino ai quarant’anni che ai trenta, Biaggi approda in Superbike. Dopo due discrete stagioni su Suzuki e Ducati torna in Aprilia, dove ha vissuto i suoi anni migliori e dove il cerchio è destinato a chiudersi. A bordo della moto prodotta a Noale, Max vincerà il mondiale nel 2010 e nel 2012, quest’ultimo di solo mezzo punto, ritirandosi al termine della stagione da campione del mondo in carica. Ma la domanda resta lì ad assillarci: come sarebbe cambiata la storia della Moto GP senza quella bandiera nera?

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