Il IX Campionato mondiale di calcio si gioca in Messico dal 31 maggio al 21 giugno. L’altra candidata, l’Argentina, è stata costretta a rinunciare per problemi politici interni. Gli organizzatori sono preoccupati per l’altitudine, molte gare si disputano a 2000 metri, ma l’ostacolo viene superato dalle compagini senza eccessivi patemi. La manifestazione si giova di una capillare copertura televisiva. Alcune partite vengono disputate nell’inconsueto orario di mezzogiorno proprio per soddisfare le esigenze della tv. Le nazionali asiatiche e africane partecipano per la prima volta a regolari girone di qualificazione; Israele ha la meglio nello spareggio sull’Australia, mentre il Marocco si qualifica ai danni della Nigeria e del Sudan.

Il logo ufficiale del Mundial 1970

Il pallone ufficiale della manifestazione è il Telstar, star della televisione, il primo a trentadue pentagoni, ideato per farlo risaltare sugli schermi in bianco e nero. Un’altra novità è rappresentata dai cartellini. Di colore giallo e rosso, per la prima volta sono a disposizione degli arbitri, anche se il torneo si distingue per la correttezza e nessun giocatore viene espulso. Alle squadre è permesso di procedere alla doppia sostituzione di giocatori di movimento; fino a quel momento era consentita solo la sostituzione del portiere. L’edizione messicana si rivela un Mondiale molto ben organizzato in cui si esibiscono i più grandi calciatori dell’epoca con alcune illustri eccezioni: mancano infatti all’appello il grande Eusebio, la ”pantera nera” del Mozambico (il Portogallo, dopo aver disputato un grandissimo Mondiale in Inghilterra nel 1966 giungendo terzo, arriva clamorosamente ultimo nel suo girone di qualificazione), l’olandese Cruijff, il talento emergente del calcio europeo, il nord-irlandese Best, il genio ribelle conosciuto come “Il quinto Beatle”, e gli spagnoli Amancio e Pirri.

 

Il torneo propone le sfide fra le superpotenze calcistiche del tempo: da Inghilterra-Germania a Brasile-Inghilterra; da Uruguay-Italia a Brasile-Uruguay, per finire con Italia-Germania e Brasile-Italia, tutti scontri fra le uniche Nazionali vincitrici di precedenti edizioni. Mentre la guerra in Vietnam conta già un milione di morti, e cicloni e terremoti devastano Pakistan e Perù, in Europa il Cancelliere della Germania Federale Willy Brandt inaugura l’Ostpolitik incontrando per la prima volta Will Stoph, Premier della Ddr. Il film “Un uomo da marciapiede” di John Schlesinger vince l’Oscar, mentre il Nobel per la pace è assegnato a Norman Borlaug, l’agronomo considerato il padre della Rivoluzione verde.

La guerra del Vietnam si svolse tra il 1955 e il 1975

In Italia il cosiddetto miracolo economico è ormai un ricordo così come le speranze riformiste e, dopo l’esplosione del movimento studentesco e dell’autunno caldo, il rifluire del decennio è simboleggiato dalla nascita dei Gap e delle Brigate Rosse. Se la chiusura simbolica dei sognanti Sessanta è rappresentata dallo scioglimento dei Beatles e da quello che sarà ricordato come l’ultimo dei megaconcerti internazionali – all’isola di Wight, nel mese di agosto, più di mezzo milione di giovani si radunano per ammirare i vari Jimi Hendrix (che morirà per overdose il 18 settembre a Londra), Doors, Who, Miles Davis e Leonard Cohen – il Belpaese si consola con i suoi passatempi preferiti: calcio e televisione. Proprio in quel 1970 la Rai inaugura alcuni delle sue trasmissioni di culto: da Giochi Senza Frontiere – nata da un’idea di De Gaulle e Adenauer per rafforzare l’amicizia fra Francia e Germania ed estenderla, attraverso il gioco, anche ad altre nazioni europee – a Canzonissima e Rischiatutto.

 

Mentre Adriano Celentano e Claudia Mori vincono il Festival di Sanremo con “Chi non lavora non fa l’amore”, nasce nella penisola il pop progressive che, grazie a gruppi come PFM, Banco Mutuo Soccorso, Area, New Trolls, Delirium, Osanna, Le Orme, Biglietto per l’Inferno, Balletto di Bronzo, per almeno un lustro produce dischi splendidi che caratterizzano il momento di maggiore creatività della scena musicale italiana. Il calcio giocato in tv consiste in un tempo della partita più importante trasmessa la domenica sul primo canale alle 19.00; poi, la sera, la Domenica Sportiva, a quel tempo condotta da Alfredo Pigna, mostra i gol della giornata. Tuttavia, il vero evento mediatico calcistico nazionale è “Tutto il calcio minuto per minuto”, in onda sul secondo canale radio a partire dall’inizio del secondo tempo delle partite, tutte rigorosamente allineate per il calcio d’inizio alle 14.30. Dallo studio centrale di corso Sempione a Milano e in collegamento dagli stadi, Roberto Bortoluzzi e i vari Enrico Ameri, Sandro Ciotti e Alfredo Provenzali, sono i sacerdoti laici che officiano a quella sorta di rito che, dal 1960, accompagna le domeniche degli italiani; e così come le immagini delle gite fuori porta, la fotografia del tifoso con la radiolina a transistor all’orecchio fa parte dell’album della memoria di quel decennio.

«…la trasmissione radiofonica che, nel mare procelloso dei diritti, ha saputo tenere alta e tesa la bandiera dei doveri.» (Alfredo Provenzali)

FRAMMENTI MESSICANI

 

Lo stadio

L’Azteca, di Città del Messico, a 2240 metri d’altura. I lavori per la sua edificazione iniziano nel 1963 in vista dei giochi olimpici del 1968 e sono ultimati nel 1966. L’inaugurazione vede protagonista una squadra italiana, il Torino, che pareggia in amichevole 2-2 contro il Club America. Ci sono molte polemiche per le ingenti somme di denaro spese per la sua costruzione, e non mancano le manifestazioni di protesta. La più eclatante è quella avvenuta dieci giorni prima dell’inizio delle Olimpiadi, il 3 ottobre 1968, a Tlatelolco, presso la Piazza delle Tre Culture, quando la polizia massacra centinaia di studenti che manifestano contro il governo messicano, reo di aver sperperato denaro pubblico mentre larghe fasce di popolazione non hanno di che sfamarsi. Il risultato di tante polemiche è un impianto imponente, monumentale, a forma ellittica, strutturato in tre anelli, con tutti i posti a sedere, e capace di ospitare 112.000 spettatori per la partita inaugurale Messico-URSS, e 108.000 per la finale Brasile-Italia.

El Coloso de Santa Úrsula

La coppa rubata

Viene assegnata in via definitiva la coppa Rimet al Brasile, per la terza volta campione del mondo nella storia dei Mondiali. Si tratta di una coppa di 1800 grammi d’oro, che rimarrà per tredici anni nella bacheca della Federazione brasiliana, fino a quando verrà trafugata da una banda di ladri che la trasformerà in lingotti d’oro. La Federazione commissionerà alla Kodak una copia identica all’originale.

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La gaffe

Nicolò Carosio, classe 1907, palermitano elegante nel tratto e nel portamento, è la colonna sonora del calcio italiano. Inizia la carriera radiofonica nel Capodanno del 1933 in occasione di una amichevole Italia-Germania terminata 3-1 per gli azzurri, e quella televisiva durante i Mondiali giocati in Svizzera nel 1954. Indimenticabile il suo incipit: “Amici sportivi in ascolto e davanti ai teleschermi, qui è Nicolò Carosio che vi parla e vi saluta“. Il suo stile è sobrio ma può accendersi all’improvviso diventando enfatico e drammatico, specie durante le partite della Nazionale. Inventa una vera e propria arte di stare al microfono, e le sue narrazioni contribuiscono a far diventare il calcio un fenomeno popolare.

 

In quel Mondiale viene rimpiazzato da Nando Martellini a partire dai quarti di finale a causa di una improvvida gaffe durante la telecronaca di Italia-Israele. All’ennesimo inesistente fuorigioco sbandierato dal segnalinee etiope che, nell’occasione, impedisce a Riva di portare in vantaggio l’Italia, Carosio pronuncia una frase irriguardosa che suscita le proteste dell’Ambasciata della nazione africana. La Rai gli impone dapprima l’immediato rientro in Italia e, successivamente, anche a seguito delle vibranti proteste dei giornalisti e telecronisti presenti in Messico, gli viene concesso di rimanere come secondo telecronista ma con il divieto di commentare le partite della nazionale italiana. In realtà, come si riuscì ad appurare tempo dopo ascoltando l’audio della registrazione della partita, Carosio non pronuncia alcun commento irriguardoso verso il guardalinee etiope. Un caso montato sul nulla, quindi. Fatto sta che in Messico si conclude la carriera televisiva del telecronista palermitano e inizia l’epopea di Nando Martellini, che proseguirà ininterrottamente per sedici anni.

Nicolò Carosio

 

La parata

Domenica 7 giugno, stadio Guadalajara. Si affrontano nel girone di qualificazione, Brasile e Inghilterra. Su perfetto cross dalla destra di Jairzinho, Pelé stacca di testa all’altezza del dischetto del rigore e schiaccia prepotentemente in rete. È gol! no, con un balzo che ha dell’incredibile, il trentatreenne portiere inglese dello Stoke City Gordon Banks compie quella che sarà considerata la parata del secolo, riuscendo, sulla linea di porta, a deviare il pallone oltre la traversa. La partita viene vinta dal Brasile per 1-0, grazie a un’autentica fucilata di Jairzinho, sulla quale nemmeno l’immenso Banks può porre rimedio.

 

La parata del secolo di Gordon Banks contro il Brasile

 

Vacanza premio

Per i giocatori del Marocco la partecipazione al Mondiale rappresenta già un avvenimento straordinario. Usciranno a testa alta dopo il girone di qualificazione, costringendo sul pareggio la Germania fino a dieci minuti dal termine dell’incontro. Il re del Marocco, Hassan II, premierà tutta la squadra con una vacanza premio a Parigi.

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Supponenza

Domenica 4 giugno, allo stadio Leon, si affrontano per i quarti di finale Inghilterra-Germania. È la rivincita della finale di Londra di quattro anni prima. Gli inglesi dominano per circa settanta minuti. Dall’alto della loro proverbiale supponenza calcistica, decidono di far risparmiare energie per la semifinale al loro fuoriclasse Bobby Charlton, sostituendolo quando mancano venti minuti al novantesimo. Già privi del portiere titolare Banks, sostituito dall’incerto Bonetti, questo atto di superficialità costa caro ai sudditi di Sua Maestà Britannica. I tedeschi, mai domi, dapprima accorciano le distanze, poi riescono a pareggiare a pochi minuti dalla fine dei tempi regolamentari. Infine, nei tempi supplementari, vincono con rete decisiva di Muller, su assist di testa di Uwe Seeler, vendicando la finale persa a Londra.

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Quasi gol

Sarà ricordato come uno dei “quasi goal” più famosi della storia, e ha come protagonista la “O Rey”, ovvero Pelé. Il 17 giugno, allo stadio Jalisco di Guadalajara è in programma la semifinale fra Brasile-Uruguay. Anche questa è una rivincita. E che rivincita. Vent’anni prima si era consumato il famoso “Maracanazo, la clamorosa sconfitta patita dai padroni di casa brasiliani a opera degli uruguagi, nella finale dei Mondiali disputati in terra carioca, e la ferita non si era certo rimarginata fra i tifosi della nazionale verdeoro. Su lancio in profondità di Tostao, Pelé, sull’uscita del portiere Mazurkievic, con una finta di corpo fa scorrere la palla sul lato sinistro dell’estremo difensore uruguagio e, senza toccare la sfera, la va a riprendere, defilato sulla destra, per poi indirizzarla con una torsione sul lato opposto. Il pubblico è tutto in piedi, estasiato, pronto ad acclamare la magia della “Perla Nera”, ma la palla esce di pochi centimetri.

Il quasi gol di Pelé, una giocata straordinaria

 

Astro nascente

La nazionale del Perù arriva ai Mondiali dopo aver sorprendentemente eliminato l’Argentina negli spareggi di qualificazione del girone sudamericano. In quella edizione messicana, brilla la stella del ventenne Teofilo Cubillas. Autore di giocate strepitose, trascina la squadra fino ai quarti di finale, dove il Perù viene battuto 4-2 dal Brasile stellare futuro campione del mondo. Segna cinque reti in quattro partite, ed è eletto miglior giovane del torneo. Nel 1973 sarà acquistato a sorpresa dagli svizzeri del Basilea, ma non riuscirà ad adattarsi al campionato elvetico; dopo sei mesi si trasferirà in Portogallo, al Porto, e lì rimarrà per tre stagioni deliziando gli esigenti tifosi dei dragoni. Parteciperà ad altre due edizioni dei mondiali. Pelé lo inserirà nella sua personale classifica dei dieci migliori giocatori di sempre.

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L’abatino

Secondo il vocabolario del Grangiuan Brera, l’abatino è per antonomasia Gianni Rivera. Il grande giornalista e scrittore pavese conia questo soprannome per il numero 10 milanista dopo un Italia-Polonia (per la sua gracilità, secondo Brera, Rivera “inciampa sulle primule“). Il regista del Milan è il pomo della discordia che divide le firme più popolari del giornalismo sportivo e che arriva a influenzare anche le scelte di campo. Appartenere agli “anti-Rivera” significa parteggiare per il blocco giornalistico del Nord, rappresentato dal vate Gianni Brera e da Gualtiero Zanetti che, sulle pagine del “Il Giorno” e de “La Gazzetta dello Sport”, celebrano il calcio cosiddetto all’italiana, difensivistico, insomma più prosa e meno poesia. Essere al contrario “pro-Rivera” significa appartenere al gruppo giornalistico del Centro Sud, dall’origine regionale dei suoi leader, rispettivamente Gino Palumbo e Antonio Ghirelli, che celebrano un calcio offensivo, più sentimento e meno ragione, dalle pagine del “Corriere della Sera” e del “Corriere dello Sport”. È quello il periodo in cui gli intellettuali disquisiscono sulla polemica sport-cultura, e sulle pagine dei giornali compaiono spesso interviste a Ennio Flaiano, Pier Paolo Pasolini, Giorgio Manganelli, Oreste Del Buono e Luciano Bianciardi.

 

Il Golden boy del calcio nostrano arriva in Messico completamente fuori forma. Abulico oltre ogni dire negli allenamenti, durante il ritiro viene affrontato a muso duro da Walter Mandelli, il nostro abile Direttore della Commissione Tecnica, industriale prestato alla Federazione calcistica, che impone una disciplina militaresca ai giocatori. Si parla apertamente di estromissione. Rivera tiene una conferenza stampa e insulta Mandelli. Minaccia il ritorno in Italia. Il Presidente della Federazione, Artemio Franchi, fa arrivare dall’Italia Nereo Rocco e Franco Carraro, rispettivamente allenatore e presidente del Milan. La polemica rientra, anche se Rivera debutta solo nella terza partita della Nazionale.

Sandro Mazzola e Gianni Rivera al Mondiale del 1970

 

Viaggio di nozze

La coppia d’attacco designata a vestire la maglia azzurra ai Mondiali è quella composta dall’ala sinistra Gigi Riva, appena laureatosi campione d’Italia col suo Cagliari, e dal giovane centravanti juventino Pietro Anastasi. Insieme, erano state le punte della squadra che aveva conquistato la Coppa Europa per nazioni due anni prima a Roma. Alla vigilia della partenza per il Messico, una misteriosa malattia (all’epoca si parlò di appendicite) impedisce al centravanti siciliano di imbarcarsi per l’avventura messicana. In tutta fretta la Federazione precetta Pierino Prati del Milan e Roberto Boninsegna dell’Inter. Viene rispedito a casa senza spiegazioni Giovanni Lodetti, per anni fedele gregario di Rivera al Milan. Boninsegna, che si allena da solo alla Pinetina, deve partire per il viaggio di nozze, e non si riesce a contattarlo. L’interista apprende la notizia della convocazione dal telegiornale, rinvia il viaggio di nozze e si presenta appena in tempo per la partenza dall’aeroporto di Fiumicino. Sarà uno degli assoluti protagonisti della nostra spedizione.

Roberto Boninsegna al servizio degli Azzurri

 

Tributo a Montezuma

 

Lo pagano quasi tutti. È la vendetta del sovrano azteco verso tutti gli invasori che possano ricordare i conquistadores spagnoli di Cortés che, nel 1519, lo uccisero facendogli bere oro fuso e massacrando migliaia di aztechi. Gli scompensi del sistema gastrointestinale con diarrea intensa, uniti alle difficoltà dell’altura, provocano numerose crisi specie in quei giocatori muscolari abituati a portare la palla invece di farla correre.

 

 

La frase

 

«Tutto mi sarei aspettato dalla vita fuorché vedere Niccolai in mondovisione». La pronuncia il suo allenatore, Manlio Scopigno, detto il filosofo, intelligenza caustica e linguaggio corrosivo, che ha appena condotto il Cagliari a vincere uno storico scudetto che fa dire a Gianni Brera: «Lo scudetto del Cagliari rappresenta il vero ingresso della Sardegna in Italia, permettendo all’isola di liberarsi di antichi complessi di inferiorità»Niccolai di quel Cagliari è lo stopper, ma sarà soprattutto ricordato per essere il più recidivo autore di autogol, spesso comici e rocamboleschi, della storia del calcio. In Messico disputa i primi trentasette minuti del torneo, poi lo svedese Kindvall gli procura un infortunio. Viene rimpiazzato da Roberto Rosato per il resto della manifestazione.

 

Palloncini

 

Alla fine di quella che si può considerare la prima vera cerimonia di inaugurazione di un Campionato del mondo di calcio, cinquantamila palloncini si librano nel cielo messicano.

 

Calcio e potere

 

Il generale Médici, dittatore del Brasile, poserà con la coppa Rimet ben stretta fra le mani. “Il calcio è il popolo, il potere è il calcio: io sono il popolo”, dirà, azzardando un sillogismo sui generis. Nello stesso periodo, il dittatore cileno Pinochet si proclama presidente della squadra di club del Colo-Colo, mentre, in Bolivia, il generale Meza lo diventa del Club Wilstermann. Otto anni dopo, in Argentina, il generale Videla si ricorderà della lezione.

Médici e il “Capitão” Carlos Alberto Torres

IL CAMMINO DEGLI AZZURRI

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3 giugno, ore 16.00 / Toluca, stadio “La Bombonera

Italia – Svezia 1-0 (Domenghini al 10′)


6 giugno, ore 16.00 / Puebla, stadio “Cuauthemoc”,

Italia – Uruguay 0-0


11 giugno, ore 16.00 / Toluca, stadio “La Bombonera

Italia – Israele 0-0


14 giugno, ore 12.00 / Toluca, stadio “La Bombonera
Italia – Messico 4-1 (Gonzalez al 13′, aut. Pena al 25′, Riva al 63′, Rivera al 70′, Riva al 76′)


17 giugno, ore 16.00 / Città del Messico, stadio “Azteca

Italia – Germania 4-3 (Boninsegna all’8′, Schnellinger al 91′, Muller al 94′, Burgnich al 98′, Riva al 104′, Muller al 110′, Rivera al 111′)

Una targa esposta allo stadio Azteca recita: “Qui si svolse Italia Germania 4-3, la partita del secolo”.


21 giugno, ore 12.00 / Città del Messico, stadio “Azteca

Italia – Brasile 1-4 (Pelé al 18′, Boninsegna al 37′, Gerson al 66′, Jairzinho al 71′, Carlos Alberto al 86′).

Tripudio Italia: ha segnato Rivera, è il 4-3. La Germania è battuta

I favori del pronostico vedono gli Azzurri nettamente sfavoriti contro le stelle brasiliane, che hanno superato per 3-1 l’Uruguay in semifinale vendicando l’onta subita vent’anni prima. Inoltre, un certo appagamento si insinua in un ambiente poco avvezzo a sopportare simili pressioni. Si spera che Facchetti e Rosato possano riuscire a contrarre Jairzinho e Tostao, mentre la marcatura della “Perla Nera” Pelé viene affidata in prima battuta a Bertini e, in seconda, specie sui calci da fermo, a Burgnich. Al diciottesimo minuto, su centro dalla sinistra di Rivelino, si vede Pelé librarsi in aria, rimanervi sospeso per alcuni attimi, come privo di peso, e poi indirizzare di testa alle spalle di Albertosi, nonostante il disperato tentativo di intervento di Burgnich, che racconterà:

Siamo saltati insieme, ma quando io sono sceso a terra ho visto che Pelé si manteneva sospeso in aria”.

È un gran gol, che però non demoralizza gli Azzurri che prontamente reagiscono. Prima Riva si rende pericoloso su punizione, poi, su errato disimpegno del difensore carioca Piazza, Boninsegna si invola verso la porta difesa da Leao e, dopo aver evitato anche il compagno di squadra Riva, di interno sinistro firma la rete del pareggio.

 

La partita ha altri due sussulti nel finale di tempo: un gran colpo di testa di Riva che termina di poco a lato, e una pericolosissima azione dei brasiliani vanificata dall’arbitro tedesco Glockner, che fischia la fine del primo tempo, con grandi proteste da parte dei carioca. Nella ripresa Rivera rimane inspiegabilmente negli spogliatoi. Valcareggi decide di puntare su Mazzola e non dà seguito alla staffetta fra i due giocatori utilizzata nelle precedenti due partite. I calciatori italiani perdono via via lucidità e, a metà tempo, nel giro di cinque minuti, subiscono due gol. Prima Gerson, con un gran tiro mancino da fuori area, poi Jairzinho, rapido nell’anticipare Facchetti a pochi passi da Albertosi dopo un prezioso assist di testa di Pelé, chiudono, di fatto, la gara. A sei minuti dal termine Rivera entra in campo sostituendo Boninsegna, giusto in tempo per vedere tutta la squadra brasiliana toccare la sfera senza che nessun azzurro possa intervenire, fino a quando Pelé libera al tiro Carlos Alberto che, da destra, in diagonale, sigla il definitivo 4-1.

Pelé portato in trionfo a fine partita. Il Brasile è nuovamente campione del mondo

È la fine del sogno per l’Italia che, viste le premesse, si è forse sentita appagata dopo la prestigiosa vittoria sui tedeschi in semifinale. Troppo superiori i carioca, che esibiscono una delle Nazionali più forti di sempre, con un attacco stellare composto da quattro numeri dieci, stelle indiscusse nelle rispettive squadre di club, e massima espressione di spontaneità creativa di quei tempi. Gli Azzurri, esausti, riescono a opporsi per più di un’ora e, nell’insieme, si rendono protagonisti di un Mondiale ben al di là delle aspettative iniziali.

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La partita

Quella del 17 giugno fra Italia e Germania Ovest, la partita del secolo, immortalata da una targa commemorativa apposta all’esterno dello stadio Azteca. Una notte di gioia incontenibile per l’intero Paese, l’ultima epopea di una generazione di campioni che hanno fatto parte della Belle Epoque del calcio: i romantici anni Sessanta. L’attesa è altissima; il fuso orario determina l’inizio del match a mezzanotte. Evento di costume dai contorni favolistici da tramandarsi di generazione in generazione, rimarrà per sempre nella memoria condivisa di una intera nazione generando una sorta di catarsi collettiva. Saranno scritti libri e verranno girati film. Come scriverà Gualtiero Zanetti sulla prima pagina della Gazzetta dello Sport: “Non è stato soltanto un incontro di calcio“, ben interpretando i sentimenti che pervasero gli italiani che assistettero ai centoventi minuti più folli della storia dei Mondiali.

 

Tutto è stato già detto e raccontato a proposito di quell’epico incontro. Il grande primo tempo degli azzurri, culminato con il gol di Boninsegna. Le sofferenze della ripresa, con i nostri giocatori asserragliati davanti la porta dell’ottimo Albertosi. L’immagine del difensore del Milan Karl Schnellinger, che si materializza al novantunesimo nella nostra area e, in scivolata, di piatto destro, segna la rete del primo momentaneo pareggio tedesco. Il campione del Bayern Monaco Beckenbauer costretto a giocare col braccio bloccato da una fasciatura a seguito di infortunio. Il clamoroso malinteso fra Albertosi e il difensore granata Poletti, appena entrato a sostituire Rosato, che consente a Muller di portare in vantaggio la Germania Ovest all’inizio del primo tempo supplementare. Il telecronista Nando Martellini che, affranto, commenta: “che amaro finale”.

Uomini (e calciatori) d’altri tempi

L’imperturbabile sagoma di Tarcisio Burgnich, “la roccia“, piazzata nel cuore dell’area di rigore tedesca che, riprendendo una corta respinta di Held dopo la punizione di Rivera, batte prontamente di sinistro segnando la rete del 2-2. Il “Riva, Riva, Riva, tiro ed è gol!“, con il quale Martellini accompagna la terza segnatura degli azzurri. E poi il pareggio tedesco, con la furente arrabbiatura di Albertosi, appena prodigatosi in una grandissima parata su colpo di testa di Seeler; sul susseguente calcio d’angolo, il nostro numero uno vede la sfera sfiorata di testa da Muller avviarsi sul palo alla sua sinistra, dove è appostato Rivera, che pare addirittura scansarsi, nella convinzione che il pallone termini la sua lenta corsa a lato; e invece è il gol del 3-3.

 

Lo stesso Rivera che, a capo chino, raccoglie il pallone portandolo sulla linea di centrocampo per la ripresa del gioco; e l’azione che ne segue: da De Sisti a Facchetti, da questi a Boninsegna, che si lancia sulla sinistra vanamente inseguito da Shultz e che, dalla linea di fondo, rimette la palla a centro area dove è proprio Rivera a presentarsi all’appuntamento con la storia per calciare di piatto destro il pallone del definitivo 4-3 alle spalle di Maier. E ancora Martellini, con quel famoso: “non ringrazieremo mai abbastanza i nostri giocatori per queste emozioni che ci offrono.  Pier Paolo Ormezzano scriverà: “nessun incontro ha inciso così profondamente i pensieri e le credenze nazionali“. Un match storico, che smentisce l’inferiority complex che da sempre patiamo nei confronti dei tedeschi, e che ha permesso all’orgoglio nazionale di emergere e, almeno per una notte, urlare al mondo intero la propria gioia.

La quiete prima della tempesta

I CAMPIONI

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Disposti in un canonico 4-2-4 i brasiliani presentavano i seguenti undici: Felix, portiere del Fluminiense, forse l’elemento meno rappresentativo di quell’undici. Carlos Alberto, terzino destro del Santos, che prosegue la tradizione dei grandi laterali brasiliani che, da Djalma e Nilton Santos, continuerà negli anni con i vari da Zè Maria, Francisco Marinho, Nelinho, fino a Cafù e Maicon. Everaldo, terzino del Gremio, l’unico vero marcatore della squadra. Piazza, del Cruzeiro, capitano, carriera da ala, reinventato difensore da Zagalo. Brito, del Flamengo, centrale difensivo di grande sicurezza. Gerson, del San Paolo, il metronomo del centrocampo, l’elemento equilibratore della squadra. Clodoaldo, del Santos, ventenne, il giocatore più giovane della Selecao; dotato di gran classe, garantisce la necessaria copertura al favoloso quartetto d’attacco. Jairzinho, del Botafogo, ala destra dalle movenze feline, grande tecnica, rapido, imbattibile nello scatto breve, un tormento per tutti i difensori, compreso il nostro grande Giacinto Facchetti.

 

È l’erede nella sua squadra di club come nella Selecao del grande Garrincha. Segna sette reti su sei partite giocate. Purtroppo una lunga serie di infortuni ne condizionerà la carriera. Tostao, del Cruzeiro, dal fisico gracile ma dotato di gran classe, oggi sarebbe considerato un “falso nueve”; nel suo club gioca con il numero 10; tecnico e rapido, di un’intelligenza calcistica unica, dovrà ritirarsi dal calcio giocato a soli ventisei anni a causa di una pallonata che gli procura il distacco della retina. Rivelino, regista del Corinthians, figlio di emigranti molisani, funambolico e rissoso, irridente e provocatorio, dotato di un tiro mancino fortissimo – i messicani la chiamano “la patada atomica” – e ideatore del “flip flap”, la finta a elastico con la quale, vent’anni prima di Ronaldinho, sbeffeggia i difensori spostandosi la palla dall’esterno all’interno dello stesso piede a velocità supersonica.

La formazione brasiliana del 1970

Ed eccoci a Pelé, del Santos, semplicemente “O Rey”, ovvero il più forte calciatore apparso sui terreni di gioco. Si è discusso a lungo delle sue movenze derivate dalla ginga, il passo base della capoeira, di quel suo incedere che tanto ricorda le danze dionisiache dei neri e degli amerindi, che differenzia il calcio di origine tropicale o para-tropicale da quello ortodosso di matrice anglosassone. Si è parlato dell’importanza delle bibite come il mate, il guaranà e la pitanga, nell’alimentazione sportiva. Ma forse gli dei del calcio avevano semplicemente deciso di materializzarsi il 23 ottobre 1940 a Tres Coracoes, nello stato di Minas Gerais, uno dei più poveri del Brasile, dove la famiglia Dos Nascimento vivacchiava con i pochi quattrini di papà Joao Ramos, calciatore senza fortuna.

 

Edson Arantes nasce in quel giorno, e da quel momento inizia l’avventura di colui che sarà destinato ad andare oltre la realtà e a sconfinare negli spazi infiniti del calcio. A 18 anni è già un dio dello stadio, e il suo genio calcistico lascerà un’impronta indelebile nella storia del football. Segnerà 1281 reti su 1363 partite giocate in carriera, delle quali 77 su 92 in Nazionale. Infine, l’allenatore, Mario Zagalo. Vince il Mondiale da giocatore nelle edizioni del 1958 e 1962 e, successivamente, anche da assistente tecnico nell’edizione del 1994. Riesce nell’impresa di far coesistere in quella Nazionale quattro numeri dieci, regalando al mondo una delle squadre più forti di sempre.

Messico e nuvole è una canzone scritta nel 1970 da Vito Pallavicini, che compare nel 33 giri di Enzo Iannacci “La mia gente”, uscito nel marzo del 1970

Vinciamo, vinciamo, vinciamo!

Chi fu l’autore di quella triplice manifestazione di irrefrenabile gioia distintamente udita in televisione subito dopo il gol del 4-3 di Rivera durante Italia-Germania? Non ho mai pensato di fare ricerche in merito. Sarebbe stato come profanare il ricordo di quel “vinciamo” ripetuto tre volte, che rimarrà per sempre scolpito nella memoria di un bambino che assistette, con altri trenta milioni di italiani, alla partita del secolo.


 

Copertina a cura di Breccia Vignettista