Calcio
03 Maggio 2018

Messico 86

Il mondiale di Diego.

La XIII edizione del Campionato Mondiale di Calcio si sarebbe dovuta disputare in Colombia. Ma nel 1983 la nazione sudamericana dovette rinunciare all’organizzazione della manifestazione sia per problemi politici – la stabilità del Governo era minacciata dai narcos e dalle Farc – sia per l’inadeguatezza infrastrutturale che permeava gli stadi e il loro circondario. Così la FIFA decise di assegnare il torneo del 1986 nuovamente al Messico, che lo aveva ospitato nel 1970: i centroamericani furono dunque i primi ad organizzare per ben due volte la Coppa del Mondo.

Ma proprio i motivi posti a sostegno della virata d’emergenza sul Messico, ovvero gli stadi già collaudati, rischiarono di essere ribaltati da un evento naturale: il terremoto. Già. Il 19 settembre del 1985 la costa pacifica messicana tremò con estrema violenza, causando la morte di oltre 10.000 persone e lo smantellamento di un numero indefinito di edifici. Benché a 350 km dall’epicentro, Città del Messico registrò danni incalcolabili. Fu una catastrofe immane, al punto che molti si interrogarono sull’opportunità di proseguire con l’organizzazione della kermesse calcistica in programma da lì a otto mesi. Naturalmente alla fine gli interessi economici che gravitavano attorno al pallone, su tutti quelli della potentissima emittente televisiva privata Televisa, prevalsero, anche perché gli stadi tutto sommato avevano retto all’urto.

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Sedici anni dopo, i grandi del calcio mondiale sbarcano ancora in Messico.

Anche nell’altra parte del globo, segnatamente nel Mar Mediterraneo, non furono mesi facili. Ma stavolta la natura c’entrava soltanto in via incidentale. La Libia, ricchissima di petrolio e gas, non intendeva soggiacere all’influenza degli Stati Uniti d’America, accusati dal colonnello Gheddafi di essere arroganti e di definire “stato canaglia” qualunque nazione indisposta ad abbassare la testa nei confronti della superpotenza. Anche la postura assertiva assunta da Gheddafi, il quale mirava a fare della Libia una potenza nucleare, contribuì a deteriorare ulteriormente le relazioni tra i due paesi. Libia e USA infatti intrattenevano rapporti commerciali dal 1963, quando Exxon, Mobil ed altre compagnie petrolifere statunitensi ottennero importanti concessioni per l’estrazione dell’”oro nero”.

Ma una volta salito al potere, il 1° settembre 1969, Gheddafi procedette rapidamente alla nazionalizzazione dell’industria petrolifera. Non solo: il colonnello chiuse le basi americane installate sul territorio libico strizzando contemporaneamente l’occhio all’Unione Sovietica. Dunque, di materiale infiammabile ce n’era a volontà, tuttavia la goccia che fece traboccare il vaso, che nel linguaggio di politica estera americana spesso coincide con il “via libera ai bombardamenti”, fu l’attentato – scoperto essere di matrice libica soltanto quattro anni più tardi – perpetrato il 5 aprile 1986 nella discoteca La Belle di Berlino Ovest, locale notoriamente frequentato da militari americani: in seguito all’esplosione di una bomba piazzata sotto un tavolo persero la vita 3 persone mentre ne restarono ferite 230. A quel punto, per il presidente americano Ronald Reagan gli estremi per un’autorizzazione a procedere unilaterale c’erano tutti, così, nel giro di una decina di giorni, diede vita all’”Operazione Eldorado Canyon”.

Il Colonnello Muammar al-Gaddafi nel febbraio del 1985. (Photo by Reg Lancaster/Daily Express/Hulton Archive/Getty Images)

Il 15 aprile su aeroporti e caserme libiche piovvero bombe americane responsabili della morte di una quarantina di persone. Tra gli aerei utilizzati dalla Air Force per le operazioni nei cieli libici, oltre agli F-111, anche gli F-14 Tomcat, i caccia su cui viaggiava un giovane Tom Cruise in “Top Gun”, pellicola di Tony Scott che uscì nelle sale cinematografiche esattamente un mese dopo. Passarono un’altra decina di giorni dai fatti del Mediterraneo e anche l’Unione Sovietica fu teatro di un disastro. Il 26 aprile, il reattore 4 installato presso la centrale nucleare “V. I. Lenin”, situata in Ucraina settentrionale a 18 km da quella di Černobyl’, andò in fiamme a causa della negligenza del personale che inspiegabilmente ne aveva aumentato la potenza.

La conseguenza dell’incendio fu una vasta fuoriuscita di materiale radioattivo che si riversò sui territori circostanti, e l’incontrollabilità della nube tossica trova una corrispondenza anche nei dati contrastanti circa il reale numero delle vittime: ad oggi quelle accertate ufficialmente dall’Onu sono 66; ma questa cifra è stata energicamente contestata dall’associazione Greenpeace, che stima i decessi legati alla catastrofe – su un arco di tempo lungo 70 anni, quindi ancora in corso – in oltre 6 milioni, mentre il gruppo dei Verdi del Parlamento Europeo ha formulato una stima compresa tra i 30.000 e i 60.000 morti.

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La vita a Chernobyl dopo il disastro nucleare.

Insomma, l’umanità non se la passava granché bene, con le sue ambizioni di controllo generalizzato spazzate via in pochi secondi prima dalla natura e poi da se stessa. E in questo clima si inserì il mondiale messicano. Un evento che non poté fare a meno di raccogliere l’incertezza che angosciava il globo acquiterrestre e riversarla sui campi di calcio, come per esorcizzarla. Perché anche Messico ’86, sul piano squisitamente sportivo, fu qualcosa di simile a un terremoto, a uno sfruttamento delle risorse petrolifere, alla lotta per l’indipendenza e a una esplosione nucleare messi insieme.

La causa di questo sconvolgimento calcistico pluridimensionale è da attribuire al perfetto allinearsi, all’interno del corpo di Diego Armando Maradona, della virtù e il talento. Diego era nato con un giacimento di ‘petrolio’ che aveva nei pressi del piede sinistro la concentrazione massima. Tuttavia, proprio perché si trattava di una risorsa di una vastità senza eguali, al calciatore argentino non era ancora riuscito di sfruttarla del tutto. Essere già riconosciuto quale miglior giocatore del pianeta rappresentava il minimo sindacale se rapportato alle proporzioni della sua attitudine al calcio: accontentarsi dell’attualità quando poteva accaparrarsi tutte le epoche calcistiche passate e future voleva dire sciupare la parte più interessante di tutto quel ben di dio.

A lavoro per il murale dell’Adidas Tango Atzeca, il pallone ufficiale del mondiale. (Photo by Mike King/Allsport/Getty Images).

Comunque sia, un po’ per colpa sua, vita esageratamente sregolata, e un po’ per qualche incidente di percorso, rottura della caviglia e contrazione dell’epatite ai tempi del Barcellona, quando si pensava a Maradona ci si concentrava più sulle potenzialità inespresse che sulle cose effettivamente realizzate, considerando quest’ultime belle sì ma di scarso valore se non accompagnate da una grande vittoria. Ecco che allora la prospettiva di diventare campione del mondo diede una grossa spinta al processo virtuoso, così Diego si preparò per quell’evento come mai aveva fatto prima, determinato com’era ad afferrare con tutto se stesso le infinite possibilità che albergavano dentro di lui.

Con l’accantonamento dei suoi vizi costosi come precondizione, nei duri allenamenti supervisionati dal preparatore atletico Fernando Signorini e dal dottor Antonio Dal Monte le gambe del fuoriclasse argentino andavano che una meraviglia, mescolando alla perfezione potenza, leggerezza e velocità: un F-14 Tomcat prestato al calcio. L’autostima non restò indifferente allo stato di forma eccezionale raggiunto da Diego, al punto che alla vigilia del torneo gli fece dichiarare a chiare lettere:

Sarò io la stella del mondiale”.

Questa frase va letta congiuntamente a quella che pronunciò quattro anni prima dopo l’eliminazione dell’Argentina a Spagna ’82: “Nessuno ha perso il mondiale più di me”. In questo egocentrismo verbale, tanto nel bene quanto nel male, si annidavano le scosse sismiche che avrebbero ribaltato il mondo del calcio. Prima del 1986 si era sempre pensato che una squadra fosse composta da undici calciatori. Dopo le strabilianti prestazioni esibite in Messico, Maradona dimostrò che una squadra poteva essere composta anche da un solo giocatore. A patto che si trattasse di lui.

Tre assist contro la Corea del Sud; una rete all’Italia; un assist contro la Bulgaria; doppietta all’Inghilterra; doppietta contro il Belgio; conquista della punizione da cui nasce la rete di Brown, pre-assist per il gol di Valdano e assist per la rete decisiva di Burruchaga alla Germania Ovest in finale. Sia da protagonista che da mediatore, Maradona entrò in 12 delle 14 reti segnate dall’Argentina – miglior attacco del torneo – nelle 7 partite disputate, facendo registrare un impatto personale sulla squadra pari all’85%. Detto in altri termini, i sudamericani senza il suo contributo, per così dire, siglarono la miseria di due reti.

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La gabbia belga.

Ma in realtà si farebbe un torto a Maradona se lo si spiegasse con i numeri; l’aspetto davvero rivoluzionario fu il rapporto direttamente proporzionale tra la bellezza delle giocate e la loro decisività. Ancora oggi si fa fatica a trovare le parole più appropriate per descrivere le prodezze realizzate in Messico dall’asso argentino. E questo accade perché l’inerzia della bellezza non si è ancora esaurita. Gli effetti di quell’esplosione nucleare sono ancora in corso, e noi ne siamo irrimediabilmente compromessi. Non appena pensiamo di aver trovato la definizione giusta, riguardando quelle immagini ci accorgiamo della sua inadeguatezza. È un gioco a perdere. E allora non ci resta che trovare conforto in un aforisma di Italo Calvino, morto a Siena otto mesi prima del mondiale, ironia del destino, nello stesso giorno in cui tremò la terra in Messico:

Un classico della letteratura è un libro che non ha ancora finito di dire quello che ha da dire”.

La partita tra Regno Unito ed Argentina si giocava anche sugli spalti quel 22 giugno (Photo by Allsport/Getty Images)

Dopo il Maracanazo del 1950 Argentina-Inghilterra del 1986 è stata la partita più significativa della storia dei mondiali. E forse quella che più di tutte ha avvicinato calcio e politica, facendo vacillare non poco la posizione di chi si era sempre opposto a una sovrapposizione tra i due piani. Nel 1982, il presidente argentino Leopoldo Galtieri, per distrarre l’opinione pubblica dai disastri commessi sul versante interno, giocò la carta della politica estera puntando sull’orgoglio del popolo argentino. Decise di reclamare la sovranità delle isole Falkland/Malvinas, un arcipelago dell’Atlantico Meridionale soggetto alla signoria del Regno Unito. Così, il 2 aprile, i soldati argentini invasero i territori britannici.

Benché colti di sorpresa, gli inglesi riuscirono ad organizzare una pronta replica e, attingendo alla loro schiacciante superiorità navale, ricacciarono brutalmente indietro le mire espansionistiche di Galtieri uscendo vincitori dal conflitto, per la gioia del Primo Ministro Margaret Thatcher. Quella per le Falkland fu una guerra in piena regola, ovvero un disastro: caddero 650 argentini, un migliaio rimasero feriti e oltre 10.000 furono fatti prigionieri; il bilancio inglese fu invece di 250 morti, 800 feriti e 60 prigionieri.

I rapporti tra i due Paesi non sono mai stati idilliaci, e al calcio forse va attribuita la primogenitura di questa idiosincrasia. Furono infatti gli inglesi a introdurre in Argentina, come in altre parti del mondo, il football nella seconda metà dell’Ottocento. Ma gli argentini, una volta familiarizzato con il nuovo gioco, nel corso degli anni a poco a poco iniziavano a smarcarsi dall’influenza degli anglosassoni, che d’altro canto ad ogni occasione, specie negli incontri internazionali che seguirono nei decenni successivi, non mancavano di rimarcare la loro superiorità in quanto inventori ed esportatori del football.

Ecco perché quella del 22 giugno 1986 non poteva essere solo una partita di calcio. Gli argentini avevano l’occasione di riscattare in un colpo solo gran parte delle umiliazioni subite, regalando una gioia al popolo e ai familiari delle vittime della guerra di quattro anni prima e allo stesso tempo dimostrare al mondo che il football lo avranno anche inventato gli inglesi, ma a praticarlo sono più bravi loro. A farsi carico di queste istanze, Diego Armando Maradona, cui serviva un’ultima motivazione per completare quel percorso già molto ben avviato: la perfetta copertura di tutto il suo talento con la virtù.

La mano de Dios (Photo by Allsport/Getty Images)

Diego in quella partita mise tutto se stesso, ovvero mani e piedi, assecondando per intero la sua diabolica tendenza a prendersi gioco di tutti. Entrambe le reti furono intrise di questa forza misteriosa e sovrannaturale. Del resto se lo meritava, aveva lavorato tantissimo per arrivare a essere se stesso. Ed era autorizzato ad infrangere qualunque regola, scritta e non, per compiere il suo destino e quello del suo popolo. Il gol di mano, segnato al 51’, rappresentò una sorta di risarcimento dovuto. Servì a pareggiare metaforicamente il bilancio dei soprusi legati all’eccesso di difesa esibito dalla marina britannica nelle Falkland. Per questo motivo, dopo aver imbrogliato Shilton, durante l’esultanza si preoccupò solo di guardare l’arbitro ignorando del tutto la sua coscienza. Un paio di occhiate, e poi il via libera di Ali Bin Asser che indica il centrocampo quasi come fosse un’assoluzione anticipata. Da qui l’espressione Mano de Dios.

¿de qué planeta viniste? Tutta l’emozione di Vìctor Morales nel dover commentare il gol del secolo. 


Ma c’era un’altra questione rimasta in sospeso: quella del football. Con il secondo gol, realizzato tre minuti più tardi, Maradona decretò il sorpasso calcistico dell’Argentina sull’Inghilterra. E, cosa ancora più imbarazzante per gli inglesi, li sfidò sul loro terreno d’elezione, il cosiddetto dribbling game, ovvero lo stile di gioco che i britannici avevano praticato e predicato come un dogma per tutta la loro vita o quasi per contrapporlo al passing game.

In quello slalom passato alla storia come il gol del secolo si mescolavano rispetto e irriverenza, egoismo e altruismo, classe e potenza, senza che una componente prendesse il sopravvento sull’altra. Il loro perfetto alternarsi produsse una luce accecante simile a quella della cometa di Halley, il cui ultimo passaggio era avvenuto qualche mese prima, il 9 febbraio. Con la sostanziale differenza che il prossimo attraversamento della famosa cometa è previsto per il 2062, mentre il secondo gol di Maradona all’Inghilterra, ma più in generale un giocatore come Diego, non tornerà più.


Copertina a cura di Breccia Vignettista

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