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Recensioni
18 Settembre

Schumi meritava di più

Luca Pulsoni

81 articoli
La docuserie Netflix su Michael Schumacher è una vera delusione.

Il docufilm si apre con gli istanti di una vita ormai al passato: Michael Schumacher con la moglie Corinna e i figli Mick e Gina Maria mentre sguazzano tra le acque cristalline. Le maschere e gli occhialini trasparenti non nascondono la dolcezza di quel momento. In un attimo, poi, il blu subacqueo lascia spazio al buio del tunnel di Montecarlo. Dall’oscurità spunta il rosso Ferrari; dentro l’abitacolo c’è Schumi che ondeggia tra i cordoli. Poi le parole, dolci e decise, che avvolgono il canto del motore:

«Perfezione al 100%. Il mio obiettivo è arrivare a quel 100%. Sono fatto così. Non posso accettare niente di meno».

Inizia così “Schumacher”, il docufilm prodotto da Netflix sulla vita del sette volte campione del mondo di Formula 1. Un prodotto annunciato in pompa magna dal colosso dello streaming ma che lascia l’amaro in bocca. Diretto da Vanessa Nocker, il docufilm ripercorre la carriera di Schumacher dagli esordi sui kart fino al primo successo in Ferrari del 2000. “Schumacher” è un racconto affidato alle voci delle persone più vicine al Kaiser: la moglie Corinna Betsch, il padre Rolf, il fratello Ralf e poi Jean Todt e Ross Brawn. È proprio Corinna la figura centrale alla quale è affidata la narrazione di Michael in quanto uomo e pilota, padre e marito. Le immagini raccontano in sequenza cronologica la rapida ascesa al potere di Schumi. Preziose testimonianze i video e le foto inedite del piccolo Michael sulla pista di Kerpen, a poche centinaia di metri dalla casa in cui è nato e cresciuto.

Nonostante il volto sbarbato e i capelli in disordine, Schumacher sembra già un uomo. Disarmante la sua lucidità quando, durante un’intervista, confessa di correre per il Lussemburgo invece che per la Germania: «Le gare di qualificazione in Germania sono a pagamento. E se veniamo eliminati, non ci qualificheremo per il mondiale. Ma in Lussemburgo siamo gli unici a partecipare, non dobbiamo pagare e ci qualificheremo». Papà Rolf, che insieme a mamma Elisabeth gestiva un piccolo chiosco non distante dalla pista, è stato il punto d’incontro tra Michael e i motori: Schumi racconta di come raccogliessero gli pneumatici dalla spazzatura per montarli sul loro kart. Tutto ciò lo stimolava: «Ero sempre felice di vincere con l’attrezzatura peggiore di tutte. Dover lottare in quel modo era un’altra motivazione per me».


Il trailer del docufilm

Il docufilm, un’ora e cinquantuno minuti, offre un ritratto spesso dimenticato di Schumacher: un bambino povero che corre su kart di fortuna sognando di diventare un campione. Tra le righe si leggono i sacrifici della famiglia e una precoce ossessione per i dettagli, la stessa che lo avrebbe accompagnato anche in F1. Dopo l’infanzia e l’adolescenza inizia il racconto della fase di maturità. È lo stesso Schumacher a mostrarsi per quello che è, vale a dire un uomo schivo e riservato, che odia le luci dei riflettori e che non desidera altro che indossare il casco e aprire il gas. C’è però spazio anche per il lato più intimo, che raggiunge l’acme in un toccante passaggio sulla morte di Ayrton Senna: «Una volta che fui costretto ad accettare che era davvero morto, era davvero… era assurdo», dice con gli occhi carichi di lacrime.

Attraverso i racconti di Flavio Briatore e Ross Brawn si va dai primi due mondiali in Benetton fino al passaggio in Ferrari nell’inverno del 1996. Il potente manager Willi Weber rivela come sia stato Niki Lauda (all’epoca consulente di Maranello) a convincere Schumi a firmare con la Ferrari: «Un giorno Lauda venne da me – racconta – e mi disse: “alla McLaren Michael sarebbe solo uno dei tanti piloti che vincono le gare, se invece deciderà di unirsi alla Ferrari passerà alla storia come il pilota che ha contribuito a farla risorgere dalle ceneri”». Scorrono poi le istantanee di una carriera che ha vissuto di momenti drammatici ed esaltanti. Gli scontri con Hill e Villeneuve delineano i contorni di un uomo prigioniero del successo, cacciatore di perfezione, navigante – specie i primi anni in Ferrari – contro il vento della pressione. Schumi non accettava la sconfitta, vero. Ma a ferirlo di più era la sua eccessiva ricerca del limite.

La ruotata a Villeneuve, nel drammatico finale del mondiale 1997, palesa per la prima volta al mondo il lato oscuro di Schumacher. Divorato dalla pressione del successo, finito impantanato nella ghiaia, con la ruota a girare a vuoto tra i granelli di sabbia. Lui, il campione in missione a Maranello, rimasto appiedato come un pivello, inerme al di là delle barriere di Jerez mentre il rivale si prende la gloria. Jerez è il primo di tre momenti drammatici che hanno scavato nel profondo del suo inconscio, mettendo per la prima volta in discussione il talento di Schumacher. L’incidente con Coulthard a Spa nel 1998 e il botto di Silverstone l’anno seguente hanno ridato fiato ai critici. Corinna ha rilevato come Schumi si sia stretto nell’affetto dei suoi cari non nascondendo i dubbi per il futuro: «Non appena ricominciarono i test mi disse: “Sono curioso di vedere se sono ancora veloce, se posso ancora farcela”».



Piuttosto discutibile l’ellissi sui mondiali dal 2001 al 2004 (dominati dalla Ferrari) e sugli ultimi duelli con il giovane Fernando Alonso. Doppio peccato, perché contro lo spagnolo era sbocciato uno Schumacher più saggio, realizzato ma mai appagato. Evitabile la parentesi sul ritorno in Formula 1 alla guida della Mercedes. Gli autori, di concerto con la famiglia, hanno tenuto stretto il riserbo sull’incidente di Meribel e sulle condizioni attuali di Michael. Scelta rispettabile, seppur non condivisibile da molti tifosi. Significative però, a nostro avviso, le testimonianze di Corinna e del figlio Mick, che ha confidato di essere disposto a «sacrificare tutto» pur di condividere la sua esperienza (da quest’anno corre in Formula 1 con la Haas) con suo padre: «Lui è il mio eroe, aveva il dono di suscitare emozione. Sacrificherei tutto pur di averlo al mio fianco a condividere la passione per l’automobilismo». Il prodotto di Netflix arriva come un tentativo di rimediare al grave vuoto cinematografico presente attorno alla figura di Michael Schumacher. L’obiettivo, attraverso un docufilm ben realizzato ma privo di spunti e poco coraggioso sotto il punto di vista narrativo, è quello di offrire all’ambita generazione Z un documentario che spiega “chi è Schumacher”, stortura piuttosto in voga nell’universo dei documentari o biopic incentrati su personaggi sportivi e non.

Una sequenza che ripercorre le tappe della vita di Schumi in stile bio su Wikipedia, aggiungendo poco alla leggenda che ha accompagnato l’epopea del ferrarista. “Schumacher” è una visione consigliata per rivivere le tappe di una carriera straordinaria e per rituffarsi nei fasti dell’età dell’oro Ferrari (quanto è lontana, ahi noi). Ma niente di più. La letteratura ha saputo fare francamente di meglio. Un esempio su tutti, “Schumacher, la leggenda di un uomo normale” del giornalista Leo Turrini (Mondadori, 2015).

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