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21 Giugno

Michel Platini, il re istrione

Francesca Lezzi

6 articoli
Lo spirito francese espresso nel campo.

Parigi, maggio 1968. Mentre nelle strade si marcia e si protesta, qualcuno si ricorda che l’unicità della Francia risiede soprattutto in quella magica atmosfera poetica e charmant, e che i grandi Francesi sono capaci di trasformare – come nessuno – la loro vita in un’opera d’arte, preziosa e rara. Perciò, fuori dal coro degli slogan urlati dalla massa sessantottina, riecheggia il più lirico degli inni all’individualismo dell’artista. Il brano è “Le cabotin” e si appella alla secolare tradizione della chanson: arriva in Italia con titolo “L’istrione”, interpretato da tale Chahnourh Varinag Aznavourian (per tutti Charles Aznavour). Esalta l’egocentrismo per dovere e il talento incolpevole di chi vive d’arte; di chi, pur certo di essere il migliore, quando è solo sul palco ha l’inevitabile bisogno di un pubblico.

Nel stesso periodo, sotto gli occhi del padre allenatore, muove i primi passi nelle giovanili della squadra di Jœuf, sua città natale, l’uomo che più di ogni altro porterà sul campo l’essenza profonda della Francesità: è Michel François Platini, e “L’istrione” è la colonna sonora della sua carriera. Cinquant’anni dopo, mi domando cosa abbia spinto il giovane Alessandro Del Piero ad appendere proprio il suo poster in camera, e mio fratello a chiedere in regalo la maglia 10 della Juve sponsorizzata Ariston per imitare le sue gesta giocando in cortile. Mi chiedo anche perché, nata tra la caduta del Muro di Berlino e Tangentopoli ma amante del vintage, io mi sciolga davanti al sorriso di quel Francesino come le mie coetanee davanti a CR7, e perché conservi la sua maglia come una reliquia. Come si spiega, in fondo, che Platini abbia affascinato tanti in tempi e luoghi così lontani tra loro?

Le Roi ed i suoi cavalieri.

Se a prima vista può sembrare un magnifico teatrante con gli scarpini ai piedi, chi l’ha frequentato sul campo elogia – e ricorda – prima di tutto la sua l’intelligenza. Se allora Pelè è stato il più forte e Maradona il più grande, si può dubitare che il Francese sia stato il più intelligente? Per di più, la sua era un’intelligenza particolare, assai diversa da quella ammirata in Johan Cruijff, idolo e modello di Platini per completezza, capacità organizzativa e realizzativa nonché per il forte carisma; mentre infatti il Tulipano d’oro, da buon pragmatico Olandese, adattava il bello all’utile, nel Francese era l’utile che si votava al bello, plasmandolo. Ciononostante il risultato finale era identico.

A detta di Gianni Brera, in realtà, egli aveva «notevolissima classe, però non valeva una gamba […] di Cruijff. Il suo dinamismo era scarso. Potendo muoversi con qualche comodità, così da non cadere in debito di ossigeno, il suo cervello si conservava estremamente lucido, il piede destro si dimostrava capace di virtuosismi balistici quali soltanto un vero campione si poteva permettere. Povero invece il suo spirito agonistico. Intelligente e astuto, egli riusciva quasi sempre a truccare questa lacuna […] ogni suo gesto doveva essere meditato: nulla o quasi veniva espresso da lui seguendo l’istinto». Raccontandolo come un campione acuto ma pigro, pare evidente che Brera ometta di contestualizzare anzitutto geograficamente il personaggio.

Per capire Platini, infatti, occorre partire proprio dalla nazionalità dell’uomo proclamato unanimemente “le Roi”. Francese quindi, ed è essenzialmente l’esprit français che lui ha incarnato. Rococò ed Illuminismo, Versailles ed Austerlitz, fantasia, ragione e tecnica; in Platini sono stati sintetizzati magnificamente secoli di storia transalpina per poterli ammirare sul terreno di gioco.

Col suo essere Platini incarnava l’age d’or monarchica e la grandeur napoleonica. Icona di stile, il vezzo della maglietta fuori dai calzoncini e quei ricci ribelli in testa, bardato di ironica superiorità, genio naïf; ineludibilmente simbolo di un calcio bleu consacrato potenza mondiale grazie alle gesta di questo novello piccolo Imperatore. Discepolo fedele del motto cartesiano “cogito, ergo sum” per le sublimi capacità razionali, l’innegabile astuzia e la sfavillante tecnica, tali da renderlo estremamente lucido ed in grado di vedere soluzioni ad altri celate.

Perfino un’azzardata affinità al Grande Terrore rivoluzionario è possibile, giacché le Roi fu giacobino per le difese avversarie grazie a quella vena realizzativa che lo fece incoronare pluri-capocannoniere non da attaccante bensì da trequartista. Ciò per merito di quella virtù della freddezza, ovvero la “capacità di divertirsi in mezzo alla sofferenza generale” per usare le parole di Vladimiro Caminiti, che nel suo trasformarsi in suprema armonia folgorò anche Eduardo Galeano. Soprattutto, però, Platini è stato l’emblema della Belle Époque del calcio champagne francese: abilità, gusto del bello e risultati esaltanti, indispensabili ai Galletti per mettere in bacheca il primo trofeo nel 1984.

Prima ancora di diventare ambasciatore della Francesità nel mondo, Platini è stato però figlio del “sogno francese”, in pratica la versione europea di quello americano. In effetti un dato è oggettivo: la percentuale di Francesi illustri con origini straniere è assai alta a causa, innanzitutto, del passato coloniale del Paese (di cui proprio lo sport è l’esempio più palese). Ma la Francia, proprio come gli Stati Uniti, è stata anche meta di speranza e salvezza per tanti: gli antenati piemontesi di Platini, emigrati dall’Italia per cercare fortuna oltralpe; i genitori di Aznavour, fuggiti dall’Armenia per scampare al genocidio; il padre di Nicolas Sarkozy, aristocratico magiaro, costretto a fuggire al piombare dell’Armata Rossa e la famiglia socialista dei Livi, riparata a Marsiglia all’avvento del fascismo col figlio “Ivo” Montand. E poi tanti, tanti altri.

El Dios e Le Roi: il più umano ed il più istrionico dei numeri 10.

Il sangue però chiama, come se solo la Vecchia Signora di Torino avesse diritto di assoldare un “franco-piemontese” tra le sue fila; chissà che così, geneticamente, non possa leggersi anche il mancato approdo all’Inter. In ogni caso non fu un caso che Platini legò il suo nome a quello della Juventus; per riprendere le sue parole, quando annunciò ai microfoni RAI di doversi ritirare:

“Ho cominciato a giocare nella squadra più forte della Lorena, continuato nella squadra più forte di Francia, e finito nella più forte del mondo”.

Intanto negli anni ‘70 il football era approdato nell’era moderna e il calcio latino (iberico ed italico), dominatore d’Europa negli anni ‘50 e ‘60, aveva ceduto il passo a quello nordeuropeo (britannico, olandese e tedesco). Nondimeno, in questo contesto la Juventus aveva cominciato ad assumere una dimensione internazionale conquistando la prima finale di Coppa Campioni e, poi, vincendo la Coppa Uefa nel ‘77: in questa occasione schierava 11 calciatori italiani, un record per una squadra italiana ed una strada obbligata con il blocco degli stranieri ancora vigente.

Poi nel 1980 si riaprirono le frontiere e, dopo aver sperimentato un irlandese, figlio di quel calcio british tanto di moda, a Torino volsero lo sguardo al di là del vicino confine d’oltralpe. Fu così che la città e la squadra più “monarchiche” d’Italia acclamarono il loro Re: l’uomo giusto per tentare la conquista delle vette più alte. Fu Giampiero Boniperti all’epoca che ebbe l’incarico di portare Platini in Italia, in un legame che poi si intreccerà nuovamente ad esempio nel 2012, quando al “Silvio Piola” di Novara i due si ritrovarono per assistere alla sfida tra la Juventus e la squadra di casa. Fatidicamente Novara-Torino è il percorso che li unisce: Boniperti volato direttamente da un paesino del novarese in città per diventare bandiera bianconera; Platini, con un nonno novarese, arrivato a Torino valicando le Alpi.

“Boniperti era la Juventus, soprattutto la sua Juventus, era l’uomo azienda, cercava di avere dentro la squadra soltanto gente capace di vincere”

Platini su Boniperti, 18/06/2021

Le Roi Michel non deluse le aspettative, alla faccia del proverbio secondo cui “Ël Piemont a l’é la sepoltura d’ij fransèis” (la tomba dei Francesi): vinse una serie di riconoscimenti personali, tra cui 3 Palloni d’Oro consecutivi, oltre ai trofei che mancavano alla Juventus; su tutti quella agognata e poi maledetta Coppa dei Campioni. Era davvero il foie gras sopra il pane, come disse l’Avvocato Agnelli.


Ciononostante, come molti sanno, l’immagine più iconica della sua carriera non è quella di un gol o di un’esultanza bensì di una mancata esultanza, proprio durante la battaglia finale per la conquista del mondo. Coppa Intercontinentale ‘85, Juventus contro Argentinos Jrs: con il risultato fermo sull’1-1, Platini compone uno dei suoi distillati di brio e tecnica. Su un’azione da calcio d’angolo riceve palla al limite dell’area avversaria: stop di petto, mezzo sombrero di destro a ridicolizzare l’avversario e gran sinistro dritto in rete. Sarebbe il gol vittoria per la Juventus e uno dei più belli nella storia della competizione. Sarebbe…perché invece glielo annullano ingiustamente. 

Platini non protesta. Non proferisce parola. Ma la sua reazione muta è degna del miglior Marcel Marceau, il famoso mimo francese: si stende a terra, poggiandosi su un fianco e tenendosi la testa con una mano come fosse adagiato su un triclinium. Lo sguardo è rivolto al direttore di gara. È il giorno dell’Immacolata e così sono i suoi occhi e la smorfia sul suo viso, puri come quelli di un bimbo senza macchia.

Guardandolo non lo si potrebbe mai dire arrabbiato; al massimo colmo di quella peculiare noia che affligge un Re il quale, viziato e costretto a splendere sine die per i sudditi, si trova oppresso dall’onta della loro inferiorità. In un’epoca in cui spesso la gioia è preconfezionata e la collera esagerata, se non proprio scostumata, come possiamo non esaltare la naturalezza dell’atto? La grazia che promana anche nella delusione? Quel momento dimostra più che mai che Platini non faceva l’istrione, lo era davvero: enfatico, non esibizionista.

In quegli istanti semplicemente è esposto il manifesto del “platinismo”: la bellezza del gesto atletico, poi l’indolenza e la raffinatezza del contegno. Caratteri propri di un sovrano dell’Ancien Régime, cosciente di avere in mano il potere – ad altri non concesso – di decidere delle sorti altrui e di cambiare la storia in qualsiasi momento (per inciso, sarà comunque suo il rigore della vittoria). Ma si sa che il potere logora anche chi c’è l’ha, e quello che ha avuto Platini è stato talmente grande da costringerlo ad abdicare a soli 32 anni. Poi la carriera da allenatore e soprattutto da dirigente ma qui passiamo già all’etica, alla politica: materia insignificante e volgare di fronte all’estetica, come insegnano le storie di Maradona e molti altri. Come direbbe Carmelo Bene, ciò che conta per i miti sportivi è l’atto, non l’azione.

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