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Estero
3 Febbraio

Mikel Arteta è un maniaco del controllo

Eduardo Accorroni

15 articoli
È lui il vero erede di Pep Guardiola?

In un lungo articolo pubblicato dal celebre “The Athletic” nel dicembre del 2019, il giornalista David Ornstein, da sempre particolarmente vicino alle questioni red and white, racconta un simpatico aneddoto legato all’ossessione per il calcio di Mikel Arteta. «Il tecnico basco è entrato a far parte dello staff di Pep Guardiola al Manchester City nel luglio del 2016. Ha vissuto, per qualche mese, lontano dalla moglie Lorena Bernal – modella argentina, eletta Miss Spagna nel 1999 – all’epoca sotto contratto con una casa cinematografica di Los Angeles. Al momento dell’atteso ricongiungimento familiare, Lorena si è detta preoccupata per lo stato di salute di Mikel.

Il tecnico, a Manchester, viveva circondato da appunti e schemi tattici appesi in ogni angolo dell’appartamento, con la tv rigorosamente sintonizzata su canali che trasmettevano partite».

Il Sun, in un’esclusiva di Mark Irwin, ha se possibile ingigantito ulteriormente le dimensioni del complesso rapporto tra Arteta ed il suo ruolo all’interno del mondo del calcio. Un racconto dalle tinte surreali, considerato inizialmente poco realistico, ma poi confermato dal diretto interessato in conferenza stampa.

«3 ore dopo la nascita del nostro primogenito, ho ricevuto il quotidiano trattamento al mio ginocchio destro per velocizzare il mio recupero e conseguente rientro in campo. Lorena voleva uccidermi, pensava potessi saltare il trattamento in un’occasione speciale come quella. Semplicemente non si rendeva conto che, quel giorno, avevo già perso 8 ore di lavoro».

Mikel Arteta

Soprannominato “The Gaffer” da compagni ed addetti ai lavori, Arteta ha rappresentato per anni la massima evoluzione del concetto di allenatore in campo, guidando tra l’altro, negli ultimi mesi di carriera all’Arsenal, in prima persona gli speech a fine primo tempo nello spogliatoio. Da un punto di vista puramente sportivo, finora, il grande merito del tecnico basco nella sua esperienza da capo allenatore alla guida dei Gunners è stato quello di sistemare (seppur con qualche ovvia difficoltà iniziale) l’atavico problema dell’Arsenal degli ultimi 10 anni: quello del rendimento difensivo della rosa.


Con una serie di innesti mirati, capaci di esprimere al meglio il pensiero tattico del manager, i red and white hanno migliorato sostanzialmente la propria tenuta, riuscendo nella scorsa stagione a subire solo 39 reti (meglio solo il Chelsea ed il Manchester City).

Costretto nei primissimi mesi di guida del club ad una sorta di “guerriglia di retroguardia” come unica possibile forma di resistenza allo strapotere delle rivali, quest’anno, seppur con qualche gol subito in più (ben 25 al giro di boa), la costruzione qualitativa dal basso, di eco quanto mai guardiolista con coinvolgimento del portiere, sembra stia dando gli effetti sperati. Gli undici in campo, grazie alla padronanza tecnica degli interpreti, riescono, spesso, a controllare il gioco per lunghi tratti del match (concretizzando solo con tragicomica difficoltà le occasioni create) dimostrando un certo tipo di consapevolezza acquisita, grazie al lavoro maniacale di Arteta.

ARTETA
La mano di Mikel Arteta in una foto (twitter.com/lucanatalizi)

Citando Xavi Hérnandez, altro figliol prodigo di Pep, due anni più vecchio di Mikel: «Come posso difendere meglio? Avendo il possesso palla». La scelta di rimuovere Aubameyang (ora al Barcellona) dal ruolo di capitano, con tanto di momentanea esclusione dalla rosa, la discussa cessione di Mattéo Guendouzi per ragioni comportamentali e la coraggiosa scelta di cedere l’amatissimo Mesut Özil, sono tutte figlie di uno dei principi cardine della gestione del tecnico basco.

«La mia filosofia è chiara. Voglio che tutti diano il 120% all’interno del rettangolo di gioco. Se non lo fai, non scendi in campo». Semplice, no?

Arteta ne ha dato un’evidente dimostrazione anche nella sfida di FA Cup giocata (e persa malamente) lo scorso 9 gennaio contro il Nottingham Forrest sostituendo, dopo soli 35’ minuti di gioco, il classe 2000 Nuno Tavares, colpevole di non rispettare le indicazioni tecniche del basco. Interrogato sulla discussa scelta a poche ore di distanza dall’eliminazione, Mikel ha sorprendentemente elogiato la tenuta mentale del giovane terzino sinistro portoghese.

Il comandante infatti, secondo il filosofo Socrate «deve essere attento, infaticabile e perspicace, gentile ma crudele, schietto ma astuto, una guardia e un ladro, impetuoso e prudente». «Ho lavorato con lui 3 anni – ha raccontato Pep Guardiola lo scorso agosto – Credo di non aver mai imparato così tanto da un singolo collaboratore. Attualmente rappresenta qualcosa di più di un buon allenatore». Difficile dire quanto siano sincere e sentite le parole di Pep, hombre dalle facili lodi. Magari, però, questa volta, potrebbe essere sincero.

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