«Sta tornando il grande Milan», il Milan dei Maldini, degli Sheva e dei Seedorf. Il paragone affrettato e pericoloso rimbalza di titolone in titolone. Il primo posto in classifica, con zero goal subiti, è in effetti sorprendente se si analizzano le ultime fallimentari annate del diavolo, ma il “grande” Milan è lontano più di qualche miglio.

 

 

«È doveroso smarcarsi da questi paragoni», afferma Costacurta a Sky Calcio Show, ed è anche utile, aggiungiamo noi, per costruire una propria identità lontana dall’invadenza del peso della storia. Doveroso comunque sottolineare le sei vittorie consecutive, i 15 goal segnati e 4 subiti, tra Europa League e campionato, a riprova del fatto che i rossoneri stanno tornando ad essere una vera squadra.

 

 

I numeri post lockdown innalzano Ibra and co. a miglior squadra del campionato italiano: 19 risultati utili consecutivi, 35 goal segnati, 30 punti conquistati e ben 12 giocatori diversi in goal. Al di là delle sterili statistiche sorprende il dato relativo alla eterogeneità delle reti segnate; questo è lo specchio di una squadra nella quale il singolo è esaltato dal gruppo. Giocatori come Bennacer, Kessiè, Leao e Calhanoglu da crisalidi si sono risvegliati nel corpo di splendide farfalle, con buona pace di un Boban prematuramente silurato.

 

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Zvonimir Boban insieme a Paolo Maldini prima di un Milan-Sassuolo, dicembre del 2019 (foto di Marco Luzzani/Getty Images)

 

 


OCCHIO NON VEDE, CUORE NON DUOLE


 

Sulla ritrovata verve agonistica rossonera ha influito sicuramente il lockdown e i conseguenti stadi vuoti. L’assenza di pubblico è stata e sarà protagonista di questo malinconico calcio pandemico, ma non per tutte le squadre è un male.

 

Un dato da sottolineare, estrapolato da Transfermarkt, ci segnala come il Milan sia infatti la squadra più giovane, in termini di età media, del campionato. Indossare questa casacca è difficile per chiunque, ma poterlo fare senza la paura di prendersi i fischi degli 80.000 di San Siro è decisamente un vantaggio.

 

Prova ne è che i rossoneri oggi siano una squadra dal possesso palla sicuro, con una media del 60%, volto alla verticalizzazione pungente e alla ricerca della porta. La media delle chiare occasioni da goal si attesta sulle 3-4 chance a partita mentre i tiri, nello specchio, si consolidano su una media di 7 a partita. Tutti questi dati possono tranquillamente essere tradotti in un’assenza di paura che favorisce la ricerca di giocate anche rischiose. Lockdown foriero di certezze e capisaldi, quindi, che hanno trasformato la squadra in termini di intensità e risultati.

 

 

La domanda è se queste prestazioni si affievoliranno con l’ormai distopico ritorno di pubblico allo stadio. Il fatto che una squadra giochi bene ed ottenga risultati, senza spettatori, dovrebbe far riflettere sul coefficiente di personalità dei singoli. Di sicuro, la pandemia ha aiutato anche e soprattutto Stefano Pioli. Il mondo rossonero, prima della ripresa del campionato, ne chiedeva a gran voce la testa sognando grandi successori. Da giugno in poi, invece, è sbocciato un amore duraturo che ha portato alla riconferma del sobrio mister milanista.

 

 


STEFANO PIOLI, L’UOMO GIUSTO AL MOMENTO GIUSTO


 

È vero che Ibra ha portato fiducia nei giovani compagni, ma al di là dei proclami da Dio il vero fulcro della squadra sembra essere l’allenatore emiliano. Pioli ha scelto di perseguire la strada del pragmatismo, con giocatori che agiscono nei ruoli di competenza, senza inventarsi nulla di strano. Da più parti si avverte l’aria di un gruppo coeso, favorito dal continuo confronto ed una svolta next-gen, che a Milanello non si vedeva da tempo. Il mister rossonero ha rivalutato un settore giovanile che evidentemente doveva uscire dalla sterilità, promuovendo in pianta stabile Colombo, Gabbia e il predestinato Maldini (oltre ai rinforzi di Tonali e Hauge).

 

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I due principali protagonisti della rinascita del Milan (foto di Alessandro Sabattini/Getty Images)

 

Proprio sul rapporto fondamentale con lo spogliatoio, utile alla costruzione di un progetto vincente, durante le interviste post Spezia, Pioli ha dato un saggio di gestione intelligente ed onesta:

 

«Sono ragazzi da capire e da stimolare, ognuno ha una chiave di accesso differente. Kessiè? È molto sensibile e positivo, abbiamo avuto qualche frizione di troppo all’inizio. Ci sono state delle discussioni, certe cose non mi erano piaciute e ci siamo confrontati. L’obiettivo è ottenere sempre il massimo da ciascuno di loro».

 

Stefano Pioli non è uno stregone, non rimpolpa la falange degli allenatori superstar dagli stipendi esagerati e dalle conferenze hollywoodiane, non comunica ossessivamente sui social ma fa il suo lavoro alla vecchia maniera: sul campo. Il Milan cresce ed aveva bisogno di crescere, aveva bisogno di ritrovare stabilità e continuità progettuale in un calcio tritacarne. Sia chiaro però, non ci troviamo di fronte ad una squadra che ha le credenziali, ad oggi, per poter competere ad armi pari con le corazzate Juve, Inter ed Atalanta. La rosa in più reparti è corta e forse neanche troppo all’altezza, in termini di qualità individuali, per puntare ad un traguardo così elevato.

 

 

I rossoneri giocano bene ma hanno anche affrontato avversari ampiamente alla loro portata, talvolta anche soffrendo (come in Europa League col Rio Ave). Il “grande” Milan, con buona pace dei tifosi milanisti, è ancora lontano anni luce. La strada segnata è quella giusta ma il grande Milan è un’altra cosa. Serve dimostrare qualcosa di più che dominare Crotone, Spezia e Bologna. Fare 9 punti contro avversarie alla portata, in effetti, per il Milan suona come obbligo. Sognare è gratis e non costa nulla ma rimanere con i piedi per terra è fondamentale per cercare di costruire solide fondamenta. In questo Pioli è maestro e la società lo ascolta. Il Milan di Atene e Manchester è un lontano ricordo ma il futuro inizia a schiarirsi.