Dalle parti di Millwall, o sei del Millwall o sono guai. E che altro ti potrebbe dire uno dei ragazzi della zona? Alti, robusti, senza peli sulla lingua. Quantomeno se si dà credito ad un accento duro, che rimescola le parole in bocca e sembra sputarle da una fessura strettissima fra i denti. Si dice solo quello che ci passa attraverso dalle parti di Cold Blow Lane, nell’East-End di Londra. E non una parola di più.

 

 

Lì dove il Tamigi si piega in una ‘U’ quasi perfetta, intrappolando un lembo di terra che prende il nome di Isle of Dogs. Per qualcuno il lascito di Enrico VIII, che secondo la tradizione vi faceva allevare i propri cani da caccia; più probabilmente la storpiatura del termine “docks”, dovuta alle tante banchine che puntellano quell’ansa di fiume preparandone la fuga verso l’estuario.

 

Se quelle banchine potessero parlare, ne avrebbero da dire a bizzeffe sul quartiere di Millwall e sulla sua squadra di calcio, ma è probabile che per la riservatezza imparata dalla gente che nei secoli le ha costruite, abitate e avute come sepoltura, se ne starebbero comunque in silenzio.

 

E se pure vincessero il riserbo, la loro non sarebbe certo una storia di eroi portati in trionfo, ma di bacheche lasciate a prendere la polvere e il fango che insozza i calzettoni fin sopra alle ginocchia. Fare un riassunto del Millwall Football Club è facile: se si escludono due apparizioni nella massima serie tra il 1988 e il ’90, una finale di F.A. Cup (persa) e una rapidissima apparizione in Coppa Uefa, si barcamena tra la seconda, la terza e la quarta divisione per quasi la totalità delle sue partecipazioni a un campionato ufficiale.

 

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La tempesta nella tempesta. I tifosi del Millwall sbeffeggiano e provocano i vicini del West Ham, durante un incontro di coppa del 2009 (Shaun Botterill/Getty Images)

 

 

Le sue radici sono profonde e raccontano di un passato che risale al 1885. Dickens è morto da poco, ma l’Isola dei Cani continua a pullulare di anonimi personaggi usciti dai suoi romanzi, che nei cantieri navali della zona battono ferro a ritmi serrati in cambio di un salario da fame. Lì si fabbricano le navi che una volta messe in acqua portano la Union Jack in ogni angolo del pianeta; e lì si raccolgono e smistano le merci d’importazione, come ossigeno da immettere nel sangue di un Paese.

 

 

Così, nell’aria resa acre dai fumi di combustione, quell’area diventa il cuore pulsante di una capitale che non sa far altro che espandersi. È la rivoluzione industriale, che attira sempre nuova manodopera e la sistema in alveari di mattone pratici e razionali, in una fitta rete di stradine maleodoranti che la notte diventano per anni il terreno di caccia di Jack lo Squartatore. Orari massacranti, prostitute, condizioni igieniche pietose: è in quest’ambiente che un gruppo di immigrati scozzesi fonda la propria squadra, quella dei Millwall Rovers, che nel giro di poco sarebbe diventata semplicemente il Millwall F.C.

 

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Poliziotti riuniti fuori dal Millwall Cafe, dietro The Den (Jordan Mansfield/Getty Images)

 

 

Comincia allora un secolo segnato da gioco duro, campi marginali, rarissime soddisfazioni: la gloria di questa squadra di periferia non si deve affatto alle imprese sportive ma, come amano dire da quelle parti, alla reputazione del club. Una reputazione che deve quasi tutto alla ferocia dei suoi tifosi e che ha dell’incredibile, se si pensa ai risultati in campo: l’almanacco dei londinesi conta meno partecipazioni alla Premier di Bradford e Oxford United, eppure non c’è curva in Europa in cui non siano conosciuti, discussi, e spesso guardati con ammirazione.

 

 

Lo stesso stadio di casa col tempo diventa un’icona. Dopo un iniziale nomadismo da un campo all’altro, infatti, nel 1909 i lions si accasano al vecchio The Den – “La Tana”, un nome eloquente per un’arena calcistica, che si protende sul terreno di gioco in un insieme di rette e gradinate che non badano all’estetica e che ospitano la squadra di casa fino al ’93. Se poi ci arrivi come giocatore ospite, dapprima ti trovi incastrato in uno spogliatoio senza luce e senza finestre. E quando esci, invece, t’imbatti in un intero quartiere suburbano che si riversa sulle ringhiere e ti accerchia con un ruggito degno del leone che la squadra di casa porta sullo stemma.

 

Bianco e blu, giustamente, a ricordo perenne delle proprie origini scozzesi.

 

Un luogo, insomma, in cui agli avversari viene il dubbio che forse sia meglio non segnare; uno sbaglio di cemento armato e acciaio che diviene presto il punto d’incontro di un’intera comunità. Per quel “popolo degli abissi” magistralmente descritto da Jack London, da quando si comincia a calcare il The Den, se sei di Millwall, sei del Millwall, come se non ci fosse altro modo possibile di stare al mondo. Un modo che non si presenta certo coi guanti di velluto.

 

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Si sfrutta qualsiasi spiraglio per vedere il Millwall, fuori da e appesi al The Den (E Dean/Getty Images)

 

 

In verità i guanti non basterebbero di certo ad ammorbidire i calli sulle mani di gente forgiata da notti insonni e brodaglie allungate; e poi, qualche tempo dopo, anche dai bombardamenti della Luftwaffe, che durante la seconda guerra mondiale fa piovere grappoli di piombo su quella zona di Londra, con l’obiettivo di colpirne uno dei principali centri produttivi. Tuttavia la classe operaia di Millwall ha la pelle dura, le gradinate della Tana fatte saltare dall’aviazione tedesca si ricostruiscono in fretta e negli anni successivi quella zona vive persino un piccolo boom economico, a cui segue però una profonda depressione.

 

 

Nel dopoguerra, con la chiusura di tanti di quei cantieri navali che erano stati il motore del Regno Unito, il quartiere viene abbandonato a se stesso come polvere nascosta sotto il tappeto, diventando di conseguenza un crogiuolo bollente di identità sociali, rabbia e rivendicazioni. Il risultato è una specie di zona franca isolata dal mondo, in cui alla povertà si accompagna un proliferare della malavita locale, che s’intreccia presto con le vicende calcistiche di quartiere e s’incunea nella rivalità più accesa ed estrema della capitale britannica: quella coi vicini del West Ham.

 

La polizia allontana dal The Den un tifoso particolarmente focoso (Evening Standard/Getty Images)

 

 

I dissapori tra le due tifoserie, a dire il vero, risalgono agli inizi del ’900, a seguito di una grande mobilitazione indetta dai sindacati. È il 1926, e allo sciopero vi aderiscono quasi tutti, compresi gli operai della Thames Ironworks che nel fine settimana si ritrovano sulle gradinate di Boleyn Ground per sostenere il West Ham, la squadra dell’omonimo quartiere di residenza.

 

 

Quasi tutti, appunto, tranne i manovali di Millwall, che rompono l’ideale solidarietà di classe decidendo di non rinunciare a una giornata di paga. E così in questa vicenda di picchetti e crumiri, a cui seguono scontri durati intere giornate, si sparge il seme di un odio reciproco che attecchisce nei campionati di calcio e viene coltivato poi per decenni.

 

 

A dire il vero più nell’attesa di incontrare l’avversario che nello scontro stesso, dal momento che le due compagini giocano quasi sempre in categorie differenti e sono relativamente rari gli incontri che le vedono impegnate l’una contro l’altra. Questa stimmate d’odio, comunque, continua a covare sottopelle e attende solo nuove occasioni per riaffiorare sulla carne.

 

Scene di ordinaria follia nel match contro il Wigan del 2013 (Getty Images)

 

 

Una rivalità tra gang? Un pretesto convincente. Negli anni ’60 quell’area di Londra è infatti contesa da due famiglie criminali, i Kray e i Richardson, accaniti tifosi rispettivamente degli hammers e dei lions. Rapine, prostituzione e gioco d’azzardo è quello di cui campano i fratelli Richardson, volti noti nei commissariati locali, ma anche nelle tribune del The Den, in cui vengono spesso accolti tra le ovazioni del pubblico.

 

 

Gli scontri tra le due bande rivali non fanno altro che esasperare gli antichi rancori tra due zone limitrofe della periferia suburbana. E difatti, passata l’era del raket, a nessuno viene in mente di sotterrare l’ascia di guerra: a partire dai ’70 l’eredità delle bande criminali è dunque raccolta, quantomeno per quel che riguarda il calcio, dalle rispettive firm, con l’avvento del movimento hooligan e dei suoi primi gruppi organizzati. E a Millwall nasce uno di quelli più temuti d’Oltremanica: i Bushwackers, i quali mutuano il loro nome dalle truppe di irregolari della guerra di secessione americana.

 

 

Mentre infatti la squadra locale continua a non vincere nulla, di domenica in domenica i suoi supporters balzano agli onori della cronaca per l’intensificarsi degli scontri che precedono e seguono ogni match. D’altronde ai lads dell’East-End vincere interessa relativamente, come traspare dalle parole di Harry The Dog, uno dei primi capi della tifoseria locale: «Una sbronza, una scazzottata, una partita: questo è il Millwall». Niente di più e niente di meno.

 

Tifosi del Millwall sul treno per una trasferta datata 1975 (Fresco/Evening Standard/Hulton Archive/Getty Images)

 

 

Se lo sfondo entro cui si muovono questi ragazzi è quello grigio dei sobborghi inglesi, la colonna sonora ad accompagnarne gesta e ubriacature è quella dalle sonorità street punk che in quel grumo di tensioni inespresse trovano il proprio humus ideale. Non è un caso che a far da precursori del genere Oi! siano gli Sham 69, che gettano le basi del movimento skin: liriche e ritmi ispirati ai cori da stadio, pogate e schiuma di birra sparsa sul pavimento dei pub.

 

 

«Millwall boys, Millwall boys, drink up your beers and make some noise» canta la band di Jimmy Pursey, a cui fanno presto eco i Last Resort, altro gruppo nato in un locale della zona su ispirazione di Roy Pearce, leader del genere e autorità da gradinata, con tanto di leone ruggente tatuato sul petto. Da questo punto di vista il loro brano Violence in our mind è un manifesto che non necessita di parafrasi:

 

«We go to football matches, we always have a laugh

Always get some bovver in, before the second half

We have our selve a smashing time, we really have some fun

Especially when the odds are ours 25 to 1, to 1».

 

Più le probabilità di vincere sono basse, dunque, e più ci si diverte. Sicuri di non piacere a nessuno, orgogliosi di non temere alcun nemico: «We fear no foe!» si urla sulle gradinate. E quando si presenta l’occasione, si dà prova che alle poche parole seguono sempre i fatti. Qualche rapido assaggio.

 

 

Nel 1972, un derby con quelli del West Ham diventa in un volantino fatto girare dagli hooligan il “Giorno del giudizio”, una sorta di D-Day che trasforma un’amichevole di maggio in un’intera notte di guerriglia. Addirittura nel ’76 ci scappa il morto, tra i tifosi dei lions. E due anni più tardi un incontro con l’Ipswich fa da premessa a tafferugli violentissimi: una madraga di sanpietrini, sprangate e cocci di vetro che costerà al club due anni di squalifica dall’F.A. Cup.

 

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I tifosi del Millwall in giorni più recenti, 2017 (Ian Walton/Getty Images)

 

 

Un altro episodio clamoroso segna il 1985, sul campo del Luton Town. Durante il 6º turno di coppa, il clima si fa così teso da esplodere in veri e propri disordini da antologia della cronaca. Invasione di campo, antistadio messo a ferro e fuoco, la gente che entra nelle case della zona con il cranio aperto in cerca di riparo. Naturalmente, ancora una volta con gli hooligans biancoblu in prima fila, come la fanteria di un esercito medievale che suona la carica alla difesa di una vaga e discutibile forma d’onore.

 

 

Il risultato di quella giornata aggiunge un importante mattone alla decantata reputazione del club, ma anche a quello che nel giro di poco sarebbe diventato un punto di non ritorno per il movimento del tifo estremo nella terra d’Albione. A seguito di episodi come questo, Margaret Thatcher, primo ministro di allora, si lancia in una durissima controffensiva. Sono gli anni dell’Heysel e di Hillsborough, in cui comincia la stagione di guerra ai teppisti degli stadi.

 

Negli anni più caldi, qui 1978 (Evening Standard/Getty Images)

 

 

Una lotta a suon di provvedimenti sul tifo che, in fondo, si trasforma nella manifestazione concreta di una più ampia politica liberista nient’affatto interessata a sostenere le istanze della classe operaia, di cui gli hooligans rappresentano il volto più facile da odiare. Perché la working class presa a martellate dalla Lady di ferro è spesso la stessa che la domenica affolla le terraces e vede calare su di sé la forza coercitiva del governo Thatcher, che mentre con una mano firma i suoi famosi Football Acts, con l’altra si prodiga a glorificare il libero mercato e a indebolire sindacati e welfare state.

 

A conti fatti l’autorità stravince la sua prova di forza con il lato meno docile del proletariato, con quella classe violenta e deprecabile giudicata spesso senza nemmeno provare a capirla.

 

Negli ’80 tra i salotti dove si ruotano cucchiaini da tè nelle tazze di porcellana e quelli in cui nei cucchiai si scalda l’eroina, la distanza sarebbe di poche fermate della metro; e nondimeno essa risulta incolmabile.

 

Con questi presupposti, comprendersi reciprocamente è quasi impossibile, in un luogo che per converso col tempo lascia spazio al proliferare di sentimenti nazionalisti sui generis e a seri problemi di xenofobia. Gli stessi che coinvolgono alcune frange della tifoseria fin dagli albori del movimento skinhead, il quale, pur essendo nato come apolitico o di sinistra, finì per essere fagocitato nell’orbita di estrema destra. Da allora gli stivali neri, i jeans retti da due bretelle tese e i capelli rasati a zero rievocano nelle mente dei più un’immediata associazione con la croce uncinata.

 

Il filo spinato che divide il The Den, 1987 (Russell Cheyne/Allsport/Getty Images)

 

 

Sono semplificazioni, è ovvio, ma sono proprio quest’ultime che spesso finiscono per dipingere un intero immaginario collettivo. Così la violenza, la povertà e l’ignoranza divengono il tratto che distingue la “narrazione Millwall”. Quella raccontata da fuori. A tal punto ripetuta sotto quella medesima luce, che chi ci è dentro finisce per rispecchiarvisi di necessità.

 

 

A forza di sentirsi dire che si è feccia, che altro fare se non trasformare quelle offese in un proprio punto di forza? Facciamo schifo? Ottimo, «no one likes us, we don’t care!» rispondono loro ai colletti bianchi della City, e a ben vedere ci si viene incontro senza volerlo. Se le buone maniere sono l’esibizione dell’autocoscienza delle aristocrazie, è proprio l’upper class ad avere bisogno di qualcuno con cui contrapporsi: i cosiddetti ‘altri’, dipinti come rissosi, sporchi e cattivi, e poi trasformati in esempi ambulanti di come non si dovrebbe essere.

 

Agli eroi della working class, invece, non rimane che farsi vanto di non piacere a nessuno: essere odiati e andarne fieri, finendo così per giustificare anche i propri peggiori comportamenti antisociali.

 

Tuttavia una comunità così legata alla sua storia e al suo ambiente non può non risentire dei cambiamenti sostanziali a cui è andata incontro negli ultimi trent’anni. I palazzi della City sorgono già da qualche tempo laddove in passato non c’erano che slums e strettoie fetide, mentre a Londra, di fatto, l’economia delle fabbriche è stata riconvertita in quella dei servizi.

 

 

Oggi che sulle banchine ormai in disuso si getta l’ombra dei grattacieli della finanza e del marketing, il movimento hooligan ha subito una potente battuta d’arresto. E cionondimeno attorno al nuovo stadio, il The New Den, continua a fremere la passione talvolta incontenibile di un quartiere che si riconosce da oltre un secolo in tutto ciò che la sua squadra rappresenta. In una storia controversa e contraddittoria che ha sempre i piedi ben piantati al suolo, ma che trae delle sue origini portuali un anelito da marinai.

 

 

Da quei vecchi docks, che accompagnano le onde del Tamigi verso il Mare del Nord, la visione di una fuga pare forse impossibile. Proprio come vincere una coppa. Ma in fondo chi se ne frega. Vinceremo? Un giorno, forse. Tanto a vincere sono sempre gli altri, e quando a vincere siamo noi, di solito è un’illusione. Allora meglio perdere e non piacere affatto: we don’t care, we are Millwall, super Millwall from the Den. Un inno di esasperata identificazione collettiva, che canta l’orgoglio di un intero popolo raccolto attorno alla propria squadra come ad uno spiraglio di luce nella notte. Lo si diceva: dalle parti di Millwall, o sei del Millwall o sono guai. E ogni tanto potersene fare vanto sembra anche bastare.