Mircea Lucescu e Mario Giordano. Lasciamo alla fantasia di ciascuno immaginare un connubio tanto improbabile. Come potrebbero mai essersi incontrate le strade del grande uomo calcistico e del conduttore televisivo? Eppure è accaduto, seppur “virtualmente”, nemmeno troppo tempo fa. Nel maggio del 2009 Lucescu scriveva l’ennesima pagina del suo istrionico ma trionfante romanzo personale, sollevando la Coppa UEFA con lo Shakhtar Donetsk, su cui ritorneremo. Ai tempi Giordano era il direttore della testata “Il Giornale” e, all’indomani del citato trionfo europeo, autorizzava sulle colonne del quotidiano un articolo a riguardo:

 

“Mircea Lucescu, 64enne zingaro romeno della panca, porta a casa la coppa…”. Il qui pro quo assumeva persino una dimensione diplomatica, poiché l’Ambasciata di Romania denunciava ufficialmente Giordano per il taglio xenofobo adottato. Immaginatevi il rimbalzo mediatico della cosa.

 

Nessuna offesa per Lucescu, anzi, lui lo prende come segno di rispetto. Il solo fatto che la stampa italiana ne abbia citato l’etnia per meriti sportivi è per Mircea motivo d’orgoglio. Lucescu, non a caso, lo lascia trapelare attraverso un’evidente distanza dalla reazione dell’Ambasciata.

 

 

La Romania post comunista vive e opera, anche a livelli istituzionali, con una tangibile differenziazione razziale fra bianchi e rom. L’Ambasciata ha voluto soltanto evitare che il secondo personaggio locale celebre all’estero, dopo Hagi, potesse essere identificato con il ceppo sbagliato. Nella sua longeva carriera, comunque, Mircea Lucescu ha perennemente sottolineato la sua estraneità alla governance romena, rifiutando in varie occasioni le offerte della Steaua Bucarest. Una scelta che esula dal tifo; Lucescu ha difeso sia da calciatore sia da tecnico i colori della Dinamo e del Rapid, lasciandosi scappare la ribalta nazionale in favore dell’idealismo.

 

mircea lucescu calciatore

Lucescu a Wembley nel 1969 per sfidare l’Inghilterra con la sua Romania (foto di Evening Standard/Hulton Archive/Getty Images)

 

 


L’incredibile vita di Mircea Lucescu


 

Mircea Lucescu, come tanti altri romanì, è cresciuto a Ferentari, sobborgo della capitale. Le zone periferiche est-europee abbiamo oramai imparato a conoscerle, ma Ferentari simboleggia una diversa forma di abbandono urbano. È un ghetto senza mezzi termini in cui i rom sono relegati ed emarginati in uno scenario quasi distopico. A partire dall’AIDS, iniettato appositamente ai bambini per concedergli di nutrirsi negli ospedali cittadini.

 

 

Le esperienze di Lucescu ne raccontano l’integrità. Anche da CT ha plasmato il sistem fotbal verso l’inclusione formativa nei vari scaglioni della Federazione Romena. Qualunque calciatore convocato da lui riceveva una scheda tecnica e una culturale da seguire; la seconda prevedeva l’apprendimento di almeno una lingua straniera e l’iscrizione all’Università, pena l’esclusione dal ritiro. A proposito, di lingue Mircea Lucescu ne conosce sei.

 

 

Il suo principale idioma calcistico resta però, innegabilmente, l’italiano. Sin dai tempi di Pisa, l’allenatore ha compreso la sua missione nel nostro calcio: salvarlo dal pragmatismo antiestetico. E allora 4-3-3 radicale con spazio alla fantasia. Certo, i risultati talvolta gli hanno dato torto ma le sue formazioni italiane, come Brescia e Reggiana, sono state delle romantiche meteore dalla spettacolarità incomprensibile per la platea nazionale. Vittime, come il loro allenatore, del risultatismo made in Italy.

 

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Nella folle notte dell’Olimpico contro la Roma, da allenatore del Galatasaray (foto di Grazia Neri/Getty Images)

 

 

Riguardando le partite di quell’Inter targata Baggio, Ronaldo e Zamorano, possiamo comprendere l’edonismo di Lucescu, e un’estetica calcistica ormai scomparsa in Italia. Mircea si è a tratti involontariamente calato nella metafora socio-sportiva del Belpaese: il rom del calcio emarginato dal tatticismo stringente, come avviene per gli zingari negli angoli delle nostre città. L’esclusione del diverso, o meglio dell’inadatto, con le dovute proporzioni.

 

 

Tuttavia, a differenza del dibattito politico, sorgono pochi dubbi sul mea culpa che stampa e calcio italiano dovrebbero recitare. In altri lidi, feudi orientaleggianti vergini dall’imprinting calcistico modernista, Mircea Lucescu si è infatti affermato, ottenendo il giusto riconoscimento internazionale. Tanti allenatori, soprattutto coloro i quali hanno sposato cause esotiche, come Marco Rossi CT dell’Ungheria, lo paragonano a Bielsa. E in effetti, le analogie sono molteplici.

 

 

 


Lo Shakhtar, colonia brasiliana


 

L’epopea di Mircea Lucescu si costella di scene assimilabili a un’opera di Kusturica, sottile narratore della tradizione gitana. Un viandante testardo, che si lascia trasportare non dalle opportunità bensì dal suo modo di vedere le cose (e quindi il calcio) che vive con lo stesso edonismo dei personaggi di “Gatto nero, Gatto bianco”, capolavoro grottesco sull’etnia rom. Volendo spezzare una lancia in favore del tecnico romeno, rispetto al visionario argentino, la sua emotività difficilmente ne sovrasta l’aspetto professionale.

 

Per la sua ederlizi, primavera, Mircea Lucescu è dovuto andare in Ucraina. Il calcio ucraino, lo stesso di Lobanovski’j e dello scientifismo atletico, viene spazzato via. Lucescu prende lo Shakhtar Donetsk nel 2004 e ne plasma la campagna acquisti a tinte verdeoro: ricorderete senz’altro Elano e Matuzalem.

 

In dodici anni, il viaggio aereo da Rio al gelido Donbass lo compiranno in ventidue. Lucescu riesce a mantenere in vita il suo progetto anche con lo scoppio della guerra civile, convincendo i sudamericani, comprensibilmente impauriti, a restare malgrado la crisi bellica. Penetra talmente negli animi degli stranieri in squadra da renderli sentimentalmente affini alla situazione, rappresentanti della felicità dei propri tifosi per cui dovevano continuare a giocare.

 

 

Le ederlizi, le primavere gitane, sono oggi 75 per Mircea Lucescu, festeggiate sulla panchina della Dinamo Kiev che abbiamo di recente visto impegnata contro la Juve. Lucescu contro Pirlo, nel cui repertorio (di calciatore) un pizzico di Mircea ha senz’altro albergato grazie all’esperienza bresciana. Lucescu continua nel frattempo a organizzare partite, rigorosamente all’estero, per i non convocati durante le pause nazionali. La squadra festeggia a teatro, non al ristorante, e in ognuna c’è almeno un connazionale romeno. La metà della sua esistenza, in fondo, Mircea Lucescu l’ha trascorsa su una panchina: col vento contrario, su una strada che lo conduceva verso Est.