Incastonato come un sassolino nella suola dei giganti Argentina e Brasile, l’Uruguay ha sempre lottato per l’autodeterminazione del proprio popolo. Ha combattuto prima fisicamente e ora metaforicamente per non essere recluso a insignificante porzione di terreno autonomo sulle rive del Rio de La Plata.

 

Figlio minore di una mamma, l’Argentina, così vicina e ingombrante con le tradizioni affini, l’asfissia geografica della sua natura ha consolidato ancor di più la costante affermazione dei caratteri identitari del paesino charrúa. Accade per il Mate, per il Tango, per la stessa nascita dell’idolo Carlos Gardel: tutti temi cari agli uruguagi che, con instancabile solerzia, tentano invano di arrogarsene la paternità, mentre dall’altra parte del Rio lo sguardo sornione di Buenos Aires osserva semplicemente la storia scivolare dalla propria parte.

 

Vale quasi per tutto. Ma non vale per il fútbol. Sin dagli albori, le influenze europee avevano radicato un amore per il gioco e determinato uno stile peculiare che distingue gli uruguagi da chiunque altro nella cancha. E su un prato verde la Celeste è un’identità unica. Affascinante quanto misteriosa, l’esegesi dell’incredibile viaggio fútbolsitico nell’Olimpo del calcio di un paese di soli 3 milioni di abitanti, è operazione vana e inspiegabile.

“Hanno tredici abitanti, e undici sono calciatori professionisti. E ci hanno battuto”.

Così scrivevano i quotidiani bonarensi dopo la sconfitta subita dalla Albiceleste a Lima nel 1935, in Copa America, e il laconico commento ben sintetizza l’unicità uruguagia nel mondo del calcio.

 

Eppure, ancora più peculiare è la distribuzione delle società, e di conseguenza degli atleti, all’interno del paese. La capitale Montevideo, divisa tra un’anima neoclassica e uno slancio postmoderno, accoglie tra le sue strade circa la metà della popolazione nazionale, e la stragrande maggioranza delle sue squadre di fútbol. Le 16 società professionistiche di calcio (ben 13 nella massima serie), situate nei vari barrios della città, rendono Montevideo una delle città con il più alto numero di squadre al mondo, superando tra le altre Londra; è seconda solo, nemmeno a dirlo, a Buenos Aires.

 

Uruguay

Il 30 luglio 1930 l’Uruguay diventa al Centenario di Montevideo il primo campione del mondo della storia, battendo in finale proprio l’Argentina, vicina e rivale. (Credit: Allsport/Hulton)

 

Nel variopinto mondo calcistico di Montevideo sono però due le formazioni che hanno forgiato la storia sportiva del paese, e che danno luogo alla rivalità più sentita nel paese: El Superclasico Uruguayo. La squadra più antica fu fondata, come spesso accaduto ai club latini, dalla comunità britannica, insediata nel paese per realizzare le opere di implementazione della rete ferroviaria. Portando non solo competenze, ma anche tradizioni, i lavoratori fondavano sovente dei circoli ricreativi per coordinare le attività di svago del dopo lavoro ferroviario.

 

Proprio per questa ragione, il 28 Settembre 1891 fu fondata la C.U.R.C.C. (Central Uruguagia Railway Cricket Club), con colori sociali oro e nero, a ricordare le tonalità peculiari delle ferrovie dei sudditi britannici. Intorno al club orbitavano principalmente i dipendenti della Ferrocarril Central, l’azienda che aveva il compito di sviluppare la rete ferroviaria in Uruguay. Quando però, nel 1914, la Ferrocarril Central venne totalmente nazionalizzata, si decise anche di cambiare il nome della società sportiva da poco nata.

 

“L’Uruguay è uno di quei paesi dove dovrebbero mettere delle porte di calcio alle frontiere. Al visitatore sarebbe chiaro che quel paese altro non è che un gran campo di football con l’aggiunta di alcune presenze accidentali: alberi, mucche, strade, edifici…”. (Jorge Valdano)

 

Si assunse il nome dell’importante snodo ferroviario della città, dove aveva sede il campo sportivo della squadra. Quei terreni, originariamente coltivati a vigna, erano stati in possesso del piemontese Giovan Battista Crosa, immigrato alla fine del Settecento, che aveva voluto mantenere il legame identitario con il suo paese d’origine: Pinerolo. Da lì in poi il nome sarebbe stato mantenuto per indicare la Villa, con qualche piccola concessione all’accento castigliano. Era appena nato il Club Atletico Peñarol.

 

La squadra giallonera conobbe però ben presto il suo acerrimo rivale. Nel Maggio del 1899, dalla fusione del Montevideo Football Club e dall’Uruguay Athletic nacque, nella casa dello studente Ernesto Caprario, il Club Nacional de Football, per tutti il Nacional. Già dal nome i fondatori avevano voluto rimarcare il primo grande caposaldo del club: il Nacional sarebbe stata la squadra demandata a diffondere nel paese la superiorità calcistica criolla contro l’egemonia dominante di matrice straniera.

 

Punto di riferimento dell’orgoglio uruguagio, i colori sociali del Nacional – non certo a caso – sono quelli della bandiera di José Gervasio Artigas, eroe nazionale e precursore dell’indipendenza del paese. La nascita fu quasi un messaggio di opposizione proprio al Peñarol, fatto sta che da quel momento Bolso e Carbonero danno origine alla sfida più appassionante del calcio uruguagio.

 

Montevideo

Lo stadio Centenario, dietro la capitale Montevideo. La cancha è anche la casa della nazione uruguagia. Più che uno stadio, un totem del paese.

 

Non solo sul campo: la rivalità è appassionante soprattutto sugli spalti, e non è un’iperbole affermare che il tifo organizzato sia nato proprio a Montevideo. Basta considerare che già nei primi anni di fondazione, per vedere il CURCC, i ragazzi dei quartieri residenziali e centrali della città si spostavano insieme in treno verso Villa Peñarol.

 

Un trasferimento che somigliava più a una manifestazione che a un semplice viaggio sul trasporto pubblico. I cori e i canti, sprigionati all’unisono, erano la colonna sonora del convoglio di tifosi, la cui euforia era talmente incontenibile da provocare numerosi danni alle carrozze della tratta, e da convincere infine le autorità a spostare il terreno di gioco dalle parti di Las Acacias.

Ora qualunque tifoso in America Latina viene denominato con il nome di hincha. Mica male l’eredità del Gordo.

 

D’altra parte, anche il Nacional ha portato il suo invidiabile contributo alla storia del tifo organizzato. El Gordo Reyes era un appassionato tifoso del Bolso, abituato ad aiutare la squadra con le mansioni di un moderno magazziniere. Quando però iniziava la partita, alla faccia dei padri inglesi e dell’etichetta dello sport, le sue urla colorite e i canti improvvisati coprivano regolarmente i rumori del campo.

 

A chi si chiedeva di chi fosse quella voce così “identitaria”, spesso veniva risposto: di quello che gonfia i palloni al Nacional. In castigliano gonfiare si dice hinchar e da allora Reyes divenne El Hincha. Ora qualunque tifoso in America Latina viene denominato con il nome di hincha. Mica male l’eredità del Gordo.

 

La Banda del Parque, barra brava del Nacional, incendia e fa tremare il catino del Gran Parque Central. La particolarità? Il Nacional stava perdendo il clasico contro il Peñarol con un pesantissimo 0-5 casalingo. En las buenas y las malas

 

La tradizione vuole il Peñarol disputare le gare interne nel celebre Estadio Centenario, mentre il Nacional ha casa nel piccolo e pittoresco Gran Parque Central. In realtà le esigenze, di ordine pubblico e di capienza, impongono ormai a entrambe le squadre di giocare al Centenario le partite di cartello, specie il Superclasico che le vede rivali: un vero campo di battaglia, che conserva le dispute e gli scontri – celebri durante gli anni – di Montevideo.

 

Con alterna fortuna sia Nacional che Peñarol hanno vissuto cicli indimenticabili di vittorie e dominio del calcio nazionale e internazionale. I grandi successi della Celeste campione del mondo, infatti, si sono fondati su questi club: l’Uruguay del ’30 era composto per la grande maggioranza di giocatori del Bolso nel Quinquenio de oro; al contrario i protagonisti del Maracanazo del ’50, che hanno alzato al cielo la seconda Coppa Rimet del paese, erano soprattutto giocatori aurinegros della cosiddetta ‘Maquina’, il glorioso Peñarol che per la prima volta portò nel paese anche la mitica Copa Libertadores.

 

E come in un destino di netta divisione cittadina, anche il talento in Uruguay si spartisce la provenienza da una delle due fazioni. Al Peñarol hanno trovato casa El Verdugo Alcides Ghiggia e El Jefe Obdulio Varela, rispettivamente mattatore e capitano nel celebre Maracanazo, il grande Pepe Schiaffino e, recentemente, anche Paolo Montero e El Cacha Forlan. Nel Bolso si è vista la leadership del primo Caudillo del fútbol uruguagio, El Marscal Nasazzi, i goleador Atilio García e Héctor Scarone, e ultimamente i campioni che hanno riportato sulla mappa del calcio la Celeste: le traiettorie futuristiche del Chino Recoba, i grandi capitani Diego, Lugano e Godin, la cattiveria letale del Pistolero Suarez.

 

recoba Nacional Montevideo

Recoba esulta al Centenario con la maglia del Bolso. El Chino è uno degli idoli della tifoseria del Nacional (MIGUEL ROJO/AFP/GettyImages)

 

Ma in fondo, per raccontare la rivalità tra queste due squadre, si potrebbe semplicemente scomodare il Maestro Galeano, che nella sua lucida interpretazione del mondo non poteva certo lasciarsi sfuggire un commento sulla passione più grande:

«Juan Alberto Schiaffino e Julio César Abbadie giocavano nel “Peñarol”, la squadra nemica. Da buon tifoso del “Nacional” facevo tutto il possibile per riuscire ad odiarli».

E così l’essenza di un rapporto binario tra le due grandi di Uruguay è spiegata non solo nel desiderio di una vittoria, ma nell’esigenza di sconfitta concomitante. Perché in un paese di 3 milioni di abitanti, in cui l’80% della popolazione divide la sua fede tra Peñarol e Nacional, è normale vivere gomito a gomito con il proprio rivale; allora l’estasi, per essere completa, deve dipendere sempre dall’esito dell’altro: non basta la vittoria, serve il trionfo, non è sufficiente il riso, serve il delirio. Tutto o niente, senza risparmiare mai nulla, proprio come l’Uruguay, proprio come la Celeste. ¡Uruguay, nomá!