Non è di quegli acronimi rassicuranti VAR – video assistant referee – di quelli legati a sistemi di sicurezza automobilistici o militari, ricorda più una malattia venerea, una febbre gialla od un virus informatico. Si presta ad una diffidenza epidermica ed aprioristica questa maledetta tecnologia in campo. Non perché si voglia assecondare gli scettici nostalgici per i quali qualsivoglia ingerenza della macchina nello sport ne può alterare equilibri e sfumature letterarie, quanto più perché alle prime due giornate di applicazione pratica il VAR non ha funzionato da dirimente ma da strumento di confusione – come se i 30 milioni di arbitri italiani avessero bisogno di altri stimoli per dimenarsi in risse verbali nei bar della penisola.

Non ha funzionato proprio nella misura in cui nella maggior parte dei match giocati nel finesettimana al suo richiamo sono cambiate inerzie e ritmi partita: se a Ferrara ci si è resi conto che la sua implementazione doveva essere accompagnata dall’introduzione del timer effettivo (unicamente per il lasso di tempo in cui si consulta il monitor), a San Siro si è visto dove possono arrivare i tempi del recupero e a Marassi quante volte potrà essere richiamata in una partita. Non ha convinto a Roma dove, al netto dell’entità del fallo subito da Perotti, desta sospetto la situazione in cui il direttore di gara premette la sua valutazione – in quel caso errata anche nella concessione di un corner inesistente – e non è sollecitato alla nuova considerazione dell’azione di gioco da parte degli arbitri di VAR, così aprendo il dibattito circa la convenienza di un sistema di chiamata di parte similare al hawk-eye tennistico. Quid iuris se, come all’Olimpico, la fattispecie integra il richiamo alla tecnologia e nulla accade? Si ritorna alla mera discrezionalità di un arbitro fallace riaccendendo i processi contumaciali del lunedì mattina e la sostanziale parziale utilità dello strumento che doveva, a nostro avviso, mantenere la sola funzione non suppletiva stile NBA ove gli arbitri di monitor possono quasi surrogarsi ai direttori di gara, pena correre il rischio di mutare la genetica della ritmica di gara come ha ricordato Buffon nella giornata di ieri.

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Già un episodio che ha spostato gli equilibri, con Irrati che poco dopo chiedeva dubbioso “cosa faccio?”

Sul campo è stata una giornata incoraggiante per lo spettacolo serie A. Sabato pomeriggio una Juve ancora sulle gambe ha dovuto soffrire più del previsto contro un Genoa sempre coriaceo quando vede bianconero, poi la Joya si è ricordata di aver prenotato uno dei palloni d’oro dei prossimi cinque anni e la Signora ha ripreso la postazione di pole position. Si è detto della (non) invadenza della tecnologia nel match clou di sabato notte all’Olimpico a cui bisogna addizionare la malasorte che ha colpito i giallorossi: tre legni in una partita di quel genere hanno un peso specifico incalcolabile poiché la Roma ha giocato una partita di carattere ed autorevolezza, sebbene sia palese che nulla del credo tattico di Di Francesco sia stato ancora assimilato da una rosa, si spera per poco, ancora incompleta. La partita ha corroborato la tesi che il parco giocatori dell’Inter, finalmente allenato, può ricalibrare le proprie ambizioni: con Valero si è finalmente dato fosforo al centrocampo asfittico degli ultimi anni, Joao Mario ha dettato i tempi del palleggio e con un Perisic non più partente ed un Icardi da selección si può davvero mettere in cantiere di tornare in Champions League.

Il Napoli, al San Paolo contro lo spauracchio Atalanta, ha continuato a mettere in mostra il suo calcio circense: non ci si può più nascondere, se la squadra rimane concentrata e la piazza non inquina il clima nello spogliatoio – una malus la quasi certa partenza di Reina – la banda di Sarri ha il dovere morale di puntare allo Scudetto. Nel primo tempo Gasp aveva imbrigliato i partenopei in una gabbia tattica anti-automatismi a cui è servito Zielinski per uscirne (una perla il controllo, una sberla la conclusione). Uno-due Insigne Mertens prima del contropiede pirotecnico capitalizzato da Rog (un gioiellino vero il croato), 3 a 1 e vetta agganciata. Lacune? In primis sarà difficile prendere un portiere con quel carisma, e che soprattutto richiama la linea difensiva con grande intelligenza come Sarri richiede; inoltre Maggio non è all’altezza, e rimane un’incognita l’inserimento di Milik in questa giostra oliata alla perfezione (per non parlare del destino che attende Pavoletti e Zapata dovessero rimanere).

Troppe chiacchiere intorno al Milan a cui non serve né costruire gioco né un’identità, ovviamente in questa prima fase, quanto più incamerare risultati su risultati che diano fiducia e coraggio ad un gruppo in costruzione (ieri sera 8/11 venivano dal mercato); sarà onere di Montella garantire un posto tra le prime quattro pena, parole di Fassone, un terremoto finanziario. La Lazio si riprende i punti persi all’esordio sull’ostico campo del Chievo, il Toro abbatte il Sassuolo con una rete capolavoro del Gallo Belotti, e la Fiorentina, stesa da una bella Samp e dal suo bel allenatore, inizia ad abituarsi all’annata che la aspetta: sarà un bel campionato anche per la classe media. Nei bassifondi merita un encomio la bella partenza della Spal che ha sconfitto un Udinese ormai privo di progetto tecnico, mentre il Benevento sembra essere al momento inadeguato alla categoria così come il Verona caduto nella trappola del terrore all’Ezio Scida (si deve sempre giocare a calcio!). Bentornato campionato.