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Italia
14 Aprile

Piermario Morosini

Remo Gandolfi

20 articoli
In memoriam.

“Cosa sarebbe la mia vita senza il calcio? Me lo sono chiesto tante volte in questi anni. Le prove che ho dovuto affrontare sono state tante, e durissime. Ho perso mia madre e mio padre nel giro di due anni quando ero ancora un ragazzo. Quando ancora senti che le tue gambe non sono forti abbastanza per camminare da solo nella vita. Quando senti che avresti ancora tanto bisogno di loro. Ho tenuto duro, anche se è stato tutt’altro che facile. Mio fratello invece non ce l’ha fatta. Era disabile e dipendeva quasi totalmente da loro. Pochi mesi dopo la morte di mio padre ha scelto di farla finita. Mi era rimasta zia Miranda e un’altra sorella, anche lei disabile, ricoverata in un Istituto.

 

Io però avevo il calcio, che mi ha dato la forza di andare avanti in quei momenti. Perché per fortuna c’era sempre una partita da giocare la domenica successiva, e a quella partita andavano tutti i miei pensieri permettendomi di uscire da quell’infinito “loop” di tristezza e sconforto. Negli allenamenti e nei 90 minuti di partita riuscivo a dimenticare tutto. I miei compagni, gli allenatori e i dirigenti che continuavano a chiedermi “ma quanto corri Pier?”. Devo correre. Sempre. In ogni allenamento e per tutti i 90 minuti di una partita. Perché se mi fermo PENSO. E non posso permettermelo.

 

I tragici istanti in campo

 

Nel calcio ho messo tutto me stesso e sono arrivate tante soddisfazioni. Ho giocato in tutte le Under Nazionali, da quella Under 15 fino alla Under 21. In quest’ultima ci ho giocato ben 18 partite. Agli Europei di categoria del 2009 agli ordini di Mister Casiraghi c’erano degli autentici fenomeni. Balotelli, Marchisio, Giovinco, Candreva, tutta gente che ha già fatto e che farà ancora tanta strada. Io sapevo bene già da allora che non ero un fenomeno. Mi limitavo a correre più di tutti gli altri! Adesso ho quasi 26 anni e so bene quale è il mio posto nel mondo del calcio. Non giocherò mai in Nazionale e di sicuro non ci saranno mai i grandi Club e a fare la fila per il mio cartellino. In Serie A ci ho giocato e forse ci giocherò ancora in futuro, ma in qualche squadra di provincia, di quelle che per rimanerci in Serie A devono lottare e correre più di tutte le altre… beh, se c’è da correre io sono pronto!

 

Un sogno però ce l’ho ancora. Anche se so che sarà durissima. Giocare per la squadra che amo, quella per la quale facevo il tifo fin da bambino, quando mi sono innamorato di quella maglia blucerchiata, così bella e diversa da tutte le altre. Innamorato perdutamente di quel numero 10 che faceva magie che io potevo solo immaginare, Roberto Mancini. Io non mollo. Sognare non costa nulla e un giorno chissà. Nella mia vita da 5 anni è arrivata Anna, la mia fidanzata. Da quando c’è lei tutto è cambiato. Sento tanta forza dentro. Gioca a pallavolo in Serie C ma appena può mi raggiunge a Livorno, dove gioco ora. Sono arrivato a gennaio, in prestito dall’Udinese, la società proprietaria del mio cartellino. Ci siamo innamorati subito della città e della sua gente, così vera, onesta e appassionata. Purtroppo è una stagione difficile. Non stiamo facendo bene e anzi, dobbiamo stare attenti a non scivolare ancora più in basso di dove siamo attualmente. Insomma, dovremo lottare. E dovremo correre. Io, ormai lo sapete, sono pronto”.

 

Il ricordo dei compagni a salvezza ottenuta (foto Andrea Trifiletti/Riccardo Sanesi)

 

E’ il 14 aprile del 2012. Allo stadio Adriatico di Pescara i padroni di casa stanno affrontando il Livorno. Sono due squadre con un blasone importante, con tante stagioni in Serie A nel recente passato. Serie A che è esattamente dove queste due società ambiscono a tornare al più presto. Ma mentre il Pescara ha già praticamente un piede nella massima serie per il Livorno è stata fino a quel momento una annata tribolata e di poche soddisfazioni. Il pericolo di una retrocessione in C è tutt’altro che scongiurato. Il Pescara è primo in classifica e gioca un gran bel calcio. In panchina c’è Zdenek Zeman, il controverso allenatore boemo che a Pescara sta costruendo un autentico gioiellino. In campo, tra gli altri, ci sono 3 giovanotti dal futuro assicurato; si chiamano Ciro Immobile, Lorenzo Insigne e Marco Verratti. La partita però prende una piega inaspettata e sorprendente.

 

Il Livorno, dopo poco più di un quarto d’ora, è già in vantaggio 2 a 0. Gli amaranto lottano su ogni pallone come guerrieri apache e corrono come i keniani degli altipiani. Si sta delineando un risultato sorprendente che è una mazzata per le ambizioni dei ragazzi di Zeman ma che è oro puro per Morosini e compagni. Piermario è in campo e fa appieno la sua parte. Come al solito. “Morsica” i polpacci di Verratti e degli altri centrocampisti del Pescara, recupera palloni su palloni e li distribuisce con semplicità e intelligenza. Da quando è arrivato è titolare indiscusso della squadra diretta da Armando Madonna, subentrato a stagione in corso a Walter Novellino.

 

Il giorno del funerale (foto Giuseppe Capace/AFP/Getty Images)

 

Siamo alla mezzora di gioco quando in una azione offensiva del Pescara accade improvvisamente qualcosa. Piermario Morosini sta rientrando per dare una mano in difesa quando sembra perdere l’equilibrio. Il campo è reso scivoloso dalla pioggia. Si rialza una prima volta, poi cade e tenta ancora di rialzarsi. No. Non è la pioggia o il terreno scivoloso. Piermario ha un malore. L’ultima volta cade in avanti, in maniera innaturale. La percezione che qualcosa di grave sta accadendo al giovane centrocampista bergamasco è immediata. Ci sono momenti confusi e convulsi, c’è purtroppo tanta disorganizzazione e tante cose che non funzionano come dovrebbero.

 

Finalmente l’ambulanza può correre verso l’ospedale di Pescara, ma il cuore di Piermario si è fermato e dopo più di un’ora di inutili tentativi smetterà per sempre di battere. Una rara malattia dicono. “Cardiomiopatia aritmogena”. Sono queste due quasi impronunciabili parole a portarsi via questo ragazzo che alla malasorte aveva già dato in pochi anni quello che in tanti non danno neppure in una vita intera. Piermario, che anche nei momenti peggiori non aveva mai smesso di lottare, che non si era mai fermato a piangersi addosso ma che anzi continuava a ripetere che quelle esperienze tragiche e terribili lo avevano forgiato, dandogli quella rabbia in corpo che era diventato il suo principale combustibile, quello che gli permetteva di correre più di tutti gli altri e di arrendersi sempre per ultimo.

 

Grazie a questo erano arrivate quelle soddisfazioni professionali che i suoi genitori avevano sempre supportato e spinto a coltivare. Questo e l’amore di Anna, con le ultime dolcissime foto insieme in una piccola gita all’Isola d’Elba. Ora, come ricorda il compagno di squadra e amico Roberto Baronio, “ha raggiunto la sua famiglia ed è lassù, da qualche parte con loro”. E di sicuro Piermario avrà già trovato un prato ed un pallone dove ricominciare a correre.


Brano estratto da Storie maledette, di Remo Gandolfi (Urbone, 2017).

Si ringrazia l’autore per la gentile concessione.


 

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