Altri Sport
24 Ottobre 2021

La sicurezza nelle moto è una questione aperta

Nelle cilindrate minori è una mattanza.

La notizia del weekend di Misano, oltre al congedo di Valentino Rossi dal pubblico italiano, è che FIM e Dorna hanno preso di petto la questione sicurezza. Dalla stagione 2023, l’età minima per correre il motomondiale passerà da 16 a 18 anni. Misure più severe già dal 2022 nelle Talent Cup (European, British, Northern e Asia), dove è consentito l’accesso dai 13 anni in su per un massimo di 30 piloti in ogni gara. L’età sale anche nella Red Bull Rookies Cup (14 anni) e nel Cev di Moto3 (15 anni e 32 moto in pista). Nella SuperSport 300, il limite minimo di età sarà portato da 15 a 16 anni, con in griglia un massimo di 32 piloti.

Per la stagione 2022 sarà concessa un’eccezione ai piloti che sono già entrati nella stessa classe nel 2021 per consentire loro di continuare a correre. Già numerose le reazioni dal paddock. Carlo Pernat, manager di lungo corso, ha rivolto un plauso all’innalzamento dell’età nelle classi minori ma si è detto perplesso sul motomondiale per soli maggiorenni: «Questo in passato ci avrebbe privato di quasi tutti i grandi campioni. A partire da Valentino, che aveva esordito in 125 all’età di 17 anni», ha detto a Repubblica.

Contrastanti i pareri dei piloti. Valentino Rossi si schiera con il partito dei favorevoli, pur non nascondendo un pizzico di scetticismo: «Penso che per la sicurezza sia un bene, anche se non credo risolverà tutti i problemi. Il punto è il comportamento dei piloti, non l’età in sé». Più netta la posizione di Pecco Bagnaia: «Mi sembra un po’ troppo. Non credo cambierà molto tra 16 e 18 anni, aspettare fino a 18 anni è un po’ troppo. Io credo che sia più utile dare penalità vere, è l’unico modo per imparare: se stai a casa due gare, capisci che non devi più fare quella cosa lì». Favorevole alla linea dura è invece Marc Marquez: «Credo che mettendo un limite più alto tutti avranno la possibilità di maturare e di arrivare al mondiale con più esperienza».

L’omaggio alla memoria di Dean Berta Viñales

Il tema della sicurezza è tornato tristemente in auge dopo la tragica scomparsa di Dean Berta Viñales, morto ad appena 15 anni nel corso della gara di Supersport 300 in Spagna, a Jerez. Viñales, cugino del pilota Aprilia Maverick, è la terza giovanissima vittima dell’ultimo anno. Prima di lui Jason Dupasquier, 19 anni, morto nel corso delle qualifiche di Moto3 al Mugello, e Hugo Millan, 14enne scomparso ad Aragon nella European Talent Cup. Prima ancora Luis Salom, morto nel 2016 a 25 anni durante le prove libere di Moto2 sul circuito del Montmelò. Una mattanza.

La dinamica è sempre la stessa: il pilota cade in pista e viene investito dalle moto che lo seguono. Non sempre arriva il miracolo. L’ultimo ad Austin: durante la gara di Moto3 Deniz Oncu sorpassa e taglia la strada a Jeremy Alcoba, che cade in mezzo alla pista. A quel punto sopraggiungono Andrea Migno e Pedro Acosta che centrano in pieno la moto dello spagnolo e vengono scaraventati sull’asfalto a 200 km/h. Tutti illesi. Miracolosamente. Laconico (e un pizzico amaro) il commento di Paolo Simoncelli, papà di Marco, morto in pista a Sepang dieci anni fa: «Oggi è stata una bellissima giornata».

La direzione gara ha preso provvedimenti pesanti: Oncu è stato squalificato per i prossimi due gran premi in quanto ritenuto responsabile di aver innescato la carambola. Ma qual è allora il problema? L’aspetto più macabro è la giovane età delle vittime. Valentino non ne ha fatto una questione di età ma di stile: «Negli ultimi anni i piloti giovani fanno paura, sono estremamente aggressivi. Ed è questo il punto, è questo il problema: l’aggressività. Se uno fa qualcosa di pericoloso la penalità deve essere dura. A volte mi sembra che i piloti rischino senza preoccuparsi degli avversari, invece il rispetto in pista viene prima di tutto».

Quella tra Valentino Rossi e Marco Simoncelli era amicizia vera

Molto forte anche il messaggio lanciato sui social da Michel Fabrizio, che quest’anno era tornato in sella a una Kawasaki Supersport a sei anni dal ritiro in Superbike: «Mi rifiuto di correre per rispetto della vita umana. E mi ritiro. È il momento di dire basta. Lo faccio per mandare un messaggio forte di protesta. Affinché le regole cambino per la salvaguardia delle vite umane». E ancora: «Ho visto un’indifferenza da parte della Federazione internazionale: schierare 42 bambini nella Yamaha Cup (fortunatamente è filato tutto liscio, nel 2021) e altri 42 nel Mondiale 300. Troppi, troppi piloti con poca o addirittura pochissima esperienza e questo non succede solo nel Mondiale, ma anche in campionati nazionali, dove per fare cassa si prende tutto, fino all’ultimo posto disponibile».

Anche Fabrizio ha sottolineato l’aggressività dei piloti più giovani, che prenderebbero come esempio lo stile ‘estremo’ di Marc Marquez: «Valentino Rossi anni fa, quando Marquez è entrato in MotoGP, è stato criticato, dicendo che si lamentava per le manovre di Marquez ‘scorrette’. Bisogna dargli ragione. Marc è diventato un punto di riferimento: questi giovani emulano le sue gesta, facendo sorpassi troppo a limite, appoggiandosi al proprio avversario rischiando ogni centimetro».

Lapidaria la replica dell’otto volte iridato: «Non ho capito come un pilota possa arrivare a dire quelle cose, soprattutto in un momento così difficile. Quindi non ho voglia di perdere tempo a rispondere a questo commento».

Se per la guida aggressiva dei piloti i rimedi sono da cercarsi nella durezza delle penalità comminate dalla federazione, diverso è il discorso legato alla sicurezza di moto e piste. Sulla morte di Viñales il dottor Claudio Costa, l’angelo dei piloti e fondatore della Clinica mobile, ha parlato alla Gazzetta di una tragedia sconvolgente «perché fissa il limite delle corse di moto nella moto stessa». «Adesso le piste sono sicure – ha aggiunto – se non fosse che l’ultimo ostacolo ineliminabile per la sicurezza nelle corse di moto è proprio la moto: è quello l’oggetto che purtroppo crea ancora queste situazioni di tristezza».

L’esperto Nico Cereghini ha detto che servirebbe «severità massima»: «Siamo già in ritardo, – ha scritto sulle colonne di Moto.it – perché nel tempo si è diffusa la propensione alla guida troppo aggressiva. Ma occorre che i giudici, cioè il famoso Steward Panel FIM della MotoGP, cambino rotta avvertendo tutti i piloti che da oggi si cambia. Ne saranno capaci? Questo è il punto e io voglio sperare di sì». Oltre alla guida irresponsabile dei piloti, non recita un ruolo a favore nemmeno il regolamento tecnico che, specie nelle cilindrate minori (spesso monomarca), ha favorito il livellamento delle prestazioni e un gran numero di moto in gara, guidate nella maggior parte dei casi da piloti adolescenti privi di esperienza.



Il passaggio dalla 125 alla Moto3, con l’abbandono dei motori a due tempi in favore di quelli a quattro tempi, aveva come intento quello di equilibrare le prestazioni per favorire sorpassi e spettacolo. Ne è venuta fuori una corrida di agguerriti baby centauri, incoscienti del rischio e sprezzanti del pericolo.

La strada verso un cambiamento tecnico appare lunga e tortuosa, ora è bene concentrarsi sull’educazione in pista e la cultura del rispetto degli avversari. Servono penalità esemplari. Suggerisce ancora Cereghini: «Parto dalla constatazione che non si può tornare indietro ai prati e ai ghiaioni, come del resto concordano i piloti: troppo pericoloso. Bernardelle vorrebbe vernici a diverso grip, e sarebbe l’ideale. Ma allo stato attuale delle cose occorre che le penalità siano proporzionate alla perdita di tempo che il pilota avrebbe pagato sull’ipotetico prato della via di fuga, raddrizzando la moto e poi girando laggiù in fondo».

Tra messa in sicurezza di moto e piste, il percorso sembra piuttosto complicato. Il motociclismo gioca soprattutto su un fattore, vale a dire quello del rischio, intrinseco e sempre presente al fianco di un pilota. Se non è possibile abbatterlo del tutto, almeno lo è ridurlo. Ed evitare che le gare di moto possano trasformarsi in mattanza. Non se ne può più.

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