Calcio
09 Luglio 2021

Amici miei

Il ritorno col botto di Mourinho e Spalletti.

Pensavate di godervi in serenità le 72 ore più tese degli ultimi nove anni, caricandovi con amici e parenti per la finalissima dell’Europeo contro i maledetti inglesi, nevvero? E invece eccoli qui, José Mourinho e Luciano Spalletti a lanciare provocazioni, saette dialettiche sapientemente premeditate, nervosismi (non) richiesti orchestrati ad arte. La Serie A è già iniziata, che lo vogliate o meno.

Dalla splendida sala del Campidoglio, manco fosse il sindaco di Roma, José Mourinho si è presentato davanti a 67 agenzie giornalistiche da tutto il mondo per rispondere a curiosità e domande sparse. Inutile dire che la conferenza l’ha creata lui, da solo. Altro che vecchio Mourinho, Mourinho scaduto, passato. Semmai trapassato, nel senso che quel che di lui è stato ancora attraversa le coscienze dei tifosi sparsi per il Belpaese, riempiendo le prime pagine dei quotidiani nazionali.

D’altra parte, volenti o nolenti, con Mou si finisce sempre e comunque nella tana del leone. Poco importa quanto si arrivi preparati allo scontro. Lo spirito polemico – nel senso etimologico del termine – del fuoriclasse portoghese è un evergreen di cui è impossibile fare a meno. Specie all’indomani della conferenza di Simoncino Inzaghi, che da buon aziendalista non ha fatto che elencare gli (ovvi) obiettivi dei nerazzurri: difendere il titolo e provare ad andare avanti in Champions – cosa che, visto il palmares europeo del suo predecessore, sarebbe tutt’altro che un’impresa. Che barba, che noia! Al contrario Mou, che parlando degli altri vuol già parlare di sé:

«Ci sono allenatori che non possono essere paragonati. Qui c’è Capello o Liedholm. Nell’Inter non paragonate me o Herrera con altri. Non fatelo».

José Mourinho, 8.7.2021

Eccolo il leone che ruggisce mentre sbadiglia. Lo show è appena iniziato. Neanche il tempo di distendere le gambe, che Mou cita Marco Aurelio: «nulla viene dal nulla, nulla ritorna nel nulla». Accademia pura. «Se volete parlare della Juventus, del Napoli o della Lazio, fate pure. Ma io voglio solo una cosa, la Roma di Mourinho». Poi, alla Roberto Carlino: «Nessuna promessa, solo fatti». Solide realtà. Chapeau. Mou ha evidentemente già capito cosa significhi fare i conti con una piazza come quella di Roma. Altro che Fonseca, poverino! «Non chiedetemi cosa dico ai giocatori. Non mi fate queste domande perché non risponderò mai. Deciderò io e solo io».

Lui, che si è presentato in vespa come un tifoso qualunque, ha già messo le catene alla stampa romana: «Mi avete obbligato a cambiare già tre telefoni, ma riuscite sempre ad avere il mio numero. Ma come fate? Già ho capito cosa mi aspetta, ma non è un problema (anzi, ndr)». I romanisti già possono godere (come ricci). E se il famoso (e fantasmagorico) “ambiente romano” non fosse proprio l’avversario ideale per Mourinho? Il nemico su cui battere dalla mattina alla sera, l’unica vera antitesi in grado di bruciare in anticipo il terreno del dialogo?

mourinho spalletti vespa
Ed è solo l’inizio (foto da Twitter/@brfootball)

Hai voglia a parlare di nuovo Mou. «Non sono cambiato nel DNA ma sono maturato, sono cresciuto negli anni». Paolo Di Canio è avvisato. Spalletti pure, che a Roma ha allenato – alla grande – battagliando con la stampa romana dalla mattina alla sera. Allenare la Roma è un mestiere folle. Solo un grande amore per il mestiere, e una franca dose di egocentrismo, possono portare ad una scelta simile. Nell’ultimo periodo a Roma, Spalletti sembrava uscito da una scena di Arancia Meccanica. Occhi sgranati, polemica costante, sindrome da accerchiamento.

Lo dimostra, anni dopo, l’ardente spirito col quale commenta l’ultima serie tv su Francesco Totti, alla prima conferenza da allenatore del Napoli:

«Sono contento di avergli dato (a Totti, ndr) la possibilità di fare una fiction. Mi dispiace perché ci sarebbero stati contenuti per farla su di lui. Se me lo avessero chiesto, avrei consigliato un altro paio di cose che avrebbero completato il tutto. Ma ora non è il momento di parlarne. Oggi si parla del Napoli».

Luciano Spalletti, 8.7.2021

Semplicemente sensazionale. Prima lancia il sasso, poi toglie la mano. Con uno stile inconfondibile, l’allenatore di Certaldo è già (ri)entrato nei nostri cuori. È bastata una frase, un’innocua – neanche tanto – frase ad effetto, su un argomento che probabilmente a Napoli interessa quanto la borsa di Milano, per infiammare il dibattito nazionalpopolare. Non si fa che parlare d’altro. Spalletti contro Totti? Nessuna sorpresa, chiaramente. Ma le parole sono importanti: fiction sopra tutte. La stessa che crea Lucianone davanti alle telecamere, ogni volta che viene chiamato in causa. Teatro gente. Puro teatro. E non si paga neanche per vederlo. Meraviglia delle meraviglie.

Poi qualche rapido accenno sulle nuove sensazioni trasmessegli da Napoli: «Questa è una città in cui il calcio e i miracoli sono la stessa cosa. Completo un po’ il tour dell’anima: ho allenato a Roma dove c’era il Papa (non Totti, sia chiaro, ndr), a Milano dove c’è la Madunina e qui c’è San Gennaro». Con tanto di santini apposti nel tunnel d’ingresso al campo. Si vede proprio che Spalletti ha letto e apprezzato Il Dio che non c’è di Giancarlo Dotto. D’altra parte il divino, a Napoli, si fa e si disfa ogni secondo. «Questo lavoro mi emoziona sempre, perché mi piace stare in uno spogliatoio e allenare i calciatori». Notate, gente, annotate. Le parole di questi personaggi non sono mai casuali. Spalletti non parla di tattica, di schemi, di droni (né di astrofisici). Parla di spogliatoio, di calciatori, quindi di uomini prima che professionisti. Max Allegri docet (non vediamo l’ora di sentire anche lui).

«Non sei un professionista di livello se hai la mente debole. Calciatore forte, mente forte. Testa forte».

Luciano Spalletti, 8.7.2021

C’è spazio, infine, anche per una legittima leccatina ai suoi nuovi tifosi: «A me piace lo slogan “sarò con te”, che è stata un po’ la canzone di battaglia di tante partite. Mi piace perché è un canto di appartenenza. È il segnale della mano che la città ti tende, e che noi dobbiamo stringere forte». La creazione di Adamo spiegata col tifo partenopeo. Sipario, davvero. Almeno per ora.

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